Mentre la giustizia spagnola condanna in primo grado le clarisse scismatiche per abusi su consorelle anziane e vulnerabili, in Italia le ex suore francescane dell’Immacolata fedeli a padre Stefano Manelli attendono l’esito dei processi civili sul patrimonio, dopo la sconfitta in Cassazione dell’associazione Missione del Cuore Immacolato

C’è una geografia sommersa della devianza religiosa che attraversa l’Europa cattolica in questi mesi, e che tocca due vicende solo apparentemente distanti: da un lato le suore di Belorado, in Spagna, scomuniche e ora condannate in primo grado a 12 anni di carcere per i maltrattamenti inflitti a consorelle anziane e cognitivamente compromesse; dall’altro le ex suore francescane dell’Immacolata italiane, assiepate tra Frigento, Assisi, Fatima e San Giovanni Rotondo, che continuano a seguire in tutto e per tutto un padre Stefano Manelli ormai ultranovantenne. Storie diverse per esito giudiziario, ma non troppo distanti nelle dinamiche di potere, controllo e isolamento che le sottendono.

Quasi quaranta testimonianze raccolte anni fa dalla Procura di Avellino, tra ex religiose e familiari, raccontavano già un copione fatto di vessazioni delle superiore (qualcuna fuggita in Francia) formazione negata alle giovani reclute — un modo di esercitare potere anche quello, tenere le persone ignoranti e dipendenti — e nutrimento malsano, atti libidinosi, malversazioni patrimoniali, opposizione al Magistero pontificio. Alcune di quelle donne oggi sono madri di famiglia, ricostruitesi altrove; altre, dicono le carte, hanno vite rovinate, senza arte né parte, private degli strumenti per rifarsi un’esistenza fuori dal monastero. Non è scisma, quello di Frigento: le suore della Famiglia del Cuore Immacolato e di San Giuseppe non hanno rotto formalmente con Roma come le clarisse spagnole. Ma la sostanza — il controllo assoluto di una comunità chiusa su se stessa, sotto la guida carismatica e incontrastata di un unico uomo — non cambia poi troppo forma attraversando i Pirenei.

A Belorado la vicenda ha avuto un epilogo che in Italia ancora manca. Il tribunale istruttorio numero 5 di Bilbao ha ricostruito con dovizia clinica le condizioni delle suore anziane rimaste nel monastero dopo lo scisma del maggio 2024, quando la badessa aveva pubblicato il suo “Manifesto Cattolico” negando l’autorità del Papa. Cinque religiose, tra i 87 e i 101 anni, presentavano gradi diversi di deterioramento cognitivo — da lieve a grave, in un caso legato agli esiti di un ictus — e secondo l’accusa avrebbero accettato di restare “per obbedienza”, ma in una condizione di dipendenza e vulnerabilità che rendeva quel consenso, scrivono i giudici, viziato dalla diminuzione delle facoltà. Mancanza di igiene diffusa, cucina sporca, cibo di dubbia conservazione: il rapporto forense fotografa un ambiente incompatibile con la cura dovuta a persone fragili affidate alla custodia altrui. Il giudice istruttore ha anche ipotizzato un movente pratico dietro la resistenza a far uscire le anziane: uno sfratto del monastero non si esegue facilmente in presenza di persone vulnerabili.

Le imputate — tra cui l’ex badessa, arrestata insieme a un antiquario per la vicenda parallela della vendita di beni ecclesiastici legati al monastero — respingono in blocco le accuse. Parlano di “caccia alle streghe come nella vecchia Inquisizione”, di un tentativo di “rompere la nostra comunità e distruggere il nostro progetto di vita”, di una persecuzione per aver semplicemente seguito, in coscienza, il proprio cammino. È lo stesso registro retorico che suor Isabel de la Trinidad, madre badessa e volto pubblico della ribellione, usava già nella primavera del 2024: “Ci chiameranno eretici e scismatici, pazzi e molte altre cose… non credete a loro”. Sedici religiose all’inizio, sette rimaste alla fine come imputate: la Pia Unione dell’Apostolo San Paolo, la struttura scismatica a cui hanno aderito, è considerata dalla Chiesa cattolica una setta vera e propria, guidata da un uomo scomunicato dal 2019.

Il parallelo con l’Italia si ferma, per ora, sul piano giudiziario penale: nessuna condanna equivalente pende sulle teste delle suore di Manelli, nessuna richiesta di dodici anni di carcere. Nel penale è scattata la prescrizione che non è l’assoluzione. Ma sul fronte civile qualcosa si muove, e non a favore del fondatore: l’associazione Missione del Cuore Immacolato, legata a Manelli e ai suoi sodali, ha da poco perso in Cassazione, e restano pendenti i processi sul destino del patrimonio. Resta da vedere se, dopo il giudizio della magistratura, arriverà anche quello della storia — e se per l’anziano fondatore, che la fuga sembra ormai non potere più permettersi, si aprirà prima o poi un capitolo giudiziario più severo di quello attuale. Ai posteri, semmai, l’ardua sentenza. O forse, come si dice da queste parti, a Qualcun altro.

Mentre la giustizia spagnola condanna in primo grado a 12 anni le suore scismatiche di Belorado per abusi su consorelle anziane, in Italia le ex francescane dell’Immacolata fedeli a padre Manelli restano sotto osservazione: dopo la sconfitta in Cassazione dell’associazione a lui legata, si attendono nuovi sviluppi.