L’inviato di Trump incontra prima Khalil al-Hayya al Cairo e poi Netanyahu a Gerusalemme. Hamas accetta la road map che prevede il disarmo, ma chiede il ritiro israeliano; Israele pretende invece il disarmo completo prima di arretrare. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Qatar, Emirati, Turchia, Pakistan e Indonesia accusano il governo israeliano di ostacolare il piano. La diplomazia è finalmente entrata nella stanza: ora deve prevalere sulla forza.
C’è una fotografia politica del Medio Oriente di queste ore che soltanto un anno fa sarebbe sembrata improbabile: Jared Kushner, uomo di fiducia e genero di Donald Trump, parla per oltre due ore in Egitto con il leader di Hamas Khalil al-Hayya e il giorno dopo siede a Gerusalemme davanti a Benjamin Netanyahu. Non è una conversione improvvisa alla pace e neppure la cancellazione del 7 ottobre. È qualcosa di più concreto: la presa d’atto che le guerre, anche quelle combattute in nome della sicurezza, finiscono soltanto quando qualcuno accetta di parlare con il nemico.
Il paradosso è evidente. Hamas, organizzazione terroristica per gli Stati Uniti e responsabile dell’attacco del 7 ottobre 2023, afferma oggi di accettare la road map americana, compreso il principio del disarmo, mentre chiede che Israele rispetti contemporaneamente i propri impegni: cessazione degli attacchi e progressivo ritiro dalla Striscia. Il piano sostenuto da Washington lega infatti le due operazioni: smantellamento dell’apparato militare di Hamas da una parte, arretramento delle forze israeliane dall’altra, con il trasferimento della gestione quotidiana di Gaza a un’amministrazione civile palestinese. Netanyahu, invece, pretende che Hamas deponga completamente le armi prima che Israele inizi il ritiro. È in questa differenza apparentemente procedurale che rischia di naufragare ancora una volta la pace.
Non si può chiedere a Israele di affidare la propria sicurezza alle promesse di Hamas. Dopo il massacro del 7 ottobre sarebbe moralmente e politicamente irresponsabile fingere che il problema delle armi del movimento islamista non esista. Un’organizzazione che aspira a partecipare al futuro politico palestinese non può contemporaneamente conservare un esercito parallelo e la capacità di ripetere la guerra. Il disarmo, dunque, non è un’umiliazione richiesta ai palestinesi: è una condizione perché Gaza possa finalmente essere governata dalla politica e non dalle milizie. Ma la stessa logica vale in direzione opposta. Se al disarmo non corrisponde un ritiro israeliano credibile, se la cessazione delle ostilità non conduce alla ricostruzione e se ai palestinesi non viene offerta una prospettiva reale di autodeterminazione, allora non si sta costruendo una pace: si sta chiedendo la resa di una parte. La road map americana prevede precisamente un processo parallelo e indica anche un percorso verso l’autodeterminazione palestinese, prospettiva che l’attuale governo israeliano continua a respingere.
È significativo che la pressione su Netanyahu non venga più soltanto dal Qatar o dalla Turchia. Otto Paesi — Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Pakistan e Indonesia — hanno condannato insieme il rifiuto israeliano della road map e chiesto agli Stati Uniti e al Board of Peace misure concrete per impedirne il sabotaggio. È un fatto diplomaticamente importante perché riunisce governi con storie, interessi e rapporti con Israele molto differenti. Anche Washington, che resta il principale alleato dello Stato ebraico, sta esercitando una pressione sempre più evidente: il fatto stesso che Kushner abbia incontrato direttamente Hamas e sia poi volato da Netanyahu significa che l’amministrazione Trump non considera più sufficiente lasciare che sia soltanto il campo militare a dettare i tempi.
Intanto, però, le bombe continuano a parlare. Israele ha ripreso attacchi nella Striscia proprio mentre al Cairo si svolgevano gli incontri diplomatici; l’esercito afferma di colpire membri di Hamas e della Jihad islamica, mentre fonti sanitarie palestinesi segnalano vittime e feriti. E poco più a nord la stessa contraddizione si ripete in Libano: le incursioni israeliane del 15 agosto hanno provocato almeno undici morti, fra i quali tre bambini, mentre Beirut e Tel Aviv dovrebbero prepararsi a un nuovo round di negoziati. Israele sostiene di rispondere ad azioni di Hezbollah; il governo libanese denuncia invece una pressione militare incompatibile con un autentico negoziato.
Qui uno sguardo cristiano sulla politica internazionale può forse sottrarci alle tifoserie. La pace non consiste nel decidere quale popolo abbia diritto alla paura e quale debba semplicemente sopportarla. Gli israeliani hanno diritto a vivere senza razzi, incursioni, sequestri e massacri. I palestinesi hanno lo stesso diritto a non vivere sotto bombardamenti, occupazione permanente e precarietà politica. I bambini di Gaza non sono responsabili del 7 ottobre; i bambini israeliani non sono responsabili delle decisioni del governo Netanyahu. È precisamente quando dimentichiamo questa simmetria fondamentale della dignità umana che cominciamo a giustificare l’ingiustificabile.
La dottrina sociale della Chiesa non ha mai identificato la pace con la semplice vittoria del più forte. La pace nasce dalla giustizia, dal riconoscimento dei diritti, dalla sicurezza reciproca e dalla capacità di trasformare il nemico in interlocutore. Non significa mettere sullo stesso piano tutte le responsabilità storiche e militari. Significa capire che nessun popolo può costruire per sempre la propria sicurezza sull’insicurezza dell’altro. Israele non sarà veramente sicuro finché milioni di palestinesi non avranno un orizzonte politico; la Palestina non sarà veramente libera finché organizzazioni armate potranno decidere autonomamente quando ricominciare una guerra.
Per questo l’incontro fra Kushner e Hamas possiede un valore che va oltre il personaggio e oltre Trump. Parlare con un nemico non significa assolverlo. La diplomazia non è un sacramento con cui si cancellano i crimini precedenti; è lo strumento con cui si cerca di impedire quelli successivi. Si negoziò con l’IRA senza dichiarare innocente il terrorismo nordirlandese, si parlò con avversari durante guerre ben più feroci, e ogni pace autentica è cominciata quando qualcuno ha accettato il rischio politico di sedersi davanti a chi avrebbe preferito sconfiggere.
La domanda, dunque, non è se Hamas meriti di essere ascoltato. La domanda è se esista un modo per ottenere il suo disarmo, liberare Gaza dalla logica delle milizie e contemporaneamente garantire ai palestinesi un futuro che non coincida con l’occupazione. E dall’altra parte la domanda non è se Israele abbia diritto alla sicurezza: naturalmente lo ha. È se la sicurezza possa essere perseguita indefinitamente attraverso il controllo militare di un altro popolo.
Netanyahu si trova ora davanti a una scelta che è anche politica. Israele voterà il 27 ottobre e la sua coalizione comprende forze fortemente contrarie alle concessioni sulla Striscia e alla prospettiva di uno Stato palestinese. La pace, tuttavia, raramente coincide con ciò che conviene in campagna elettorale.
Forse è proprio questo il punto più interessante della giornata del 17 agosto. Hamas viene chiamato a rinunciare alle armi. Israele viene chiamato a rinunciare all’idea che la forza militare possa sostituire indefinitamente una soluzione politica. Gli Stati arabi vengono chiamati a garantire il dopo. Gli Stati Uniti devono dimostrare di essere mediatori e non semplicemente protettori di una parte. E i palestinesi devono poter finalmente immaginare Gaza non come una trincea eterna, ma come una terra da ricostruire.
È difficile. Ma la pace è quasi sempre difficile proprio perché chiede a ciascuno qualcosa che non vorrebbe concedere.
Il disarmo di Hamas è necessario, ma non può diventare il nome elegante della resa palestinese; la sicurezza di Israele è un diritto, ma non può significare occupazione senza fine. La pace comincia quando ciascuna parte smette di chiedere all’altra ciò che non è disposta a concedere: sicurezza, libertà e futuro appartengono a entrambi i popoli.
