Pechino vuole diventare entro il 2028 una potenza mondiale dei dati e offre enormi archivi per addestrare l’intelligenza artificiale. Intanto richiama scienziati dall’estero e approfitta delle nuove chiusure americane. Ma dietro la competizione tecnologica emerge una questione molto più profonda: chi insegnerà alle macchine a interpretare il mondo?


La prossima guerra per l’intelligenza artificiale potrebbe non essere vinta da chi possiede il computer più potente. Potrebbe vincerla chi possiede abbastanza parole, immagini, documenti e competenze da insegnare alle macchine che cosa sia il mondo. La Cina sembra averlo capito. Dopo aver inseguito gli Stati Uniti nella corsa ai semiconduttori e ai grandi modelli, Pechino prepara ora un’offensiva meno appariscente ma forse più decisiva: diventare produttrice ed esportatrice di dati, attirare scienziati e offrire ai Paesi emergenti un ecosistema tecnologico alternativo a quello americano.


La storia può cominciare da un errore quasi comico. Nei primi test effettuati alcuni anni fa in Cina, ChatGPT arrivò a descrivere Yao Ming come una donna e confuse due monumenti della letteratura cinese separati da secoli. Per i ricercatori di Pechino il problema non era soltanto che una macchina potesse sbagliare. Era che quella macchina sembrava conoscere il mondo attraverso una biblioteca costruita soprattutto in inglese.

Ed è qui che un problema tecnologico diventa geopolitico.

Un’intelligenza artificiale non nasce con una cultura. La assorbe dai materiali sui quali viene addestrata. Se una parte dominante di quei materiali proviene dall’universo linguistico e informativo occidentale, anche le categorie attraverso le quali la macchina descrive democrazia, diritti, Taiwan, Tibet o lo stesso Partito comunista cinese rischiano di riflettere prevalentemente quella prospettiva.

Pechino non vuole più accettarlo.

La National Data Administration ha delineato un programma per fare della Cina, entro il 2028, una delle grandi potenze mondiali nella produzione di dati destinati all’IA. Non soltanto quantità immense, ma archivi specializzati per scienza, industria, medicina, diritto, mobilità e numerosi altri settori. La Cina vuole inoltre esportarli e metterli a disposizione dei Paesi che stanno costruendo i propri sistemi di intelligenza artificiale.

È una strategia intelligente. Per decenni abbiamo ripetuto che i dati sono il nuovo petrolio. Pechino sembra avere aggiunto una considerazione: chi vende il petrolio digitale non vende soltanto una materia prima. Può contribuire a costruire la rappresentazione della realtà utilizzata dalle macchine che domani informeranno miliardi di persone.

È proprio questo il punto sul quale l’Occidente dovrebbe interrogarsi senza indulgere né nella sinofobia né nell’ingenuità.

I dati non sono neutrali. Un archivio è sempre il risultato di una selezione: qualcuno decide che cosa includere, che cosa escludere, quali fonti siano autorevoli e quali diventino invisibili. Ciò vale negli Stati Uniti, in Europa e naturalmente in Cina. Ma in un sistema nel quale informazione e dissenso sono sottoposti a un controllo politico molto più stringente, il problema assume una dimensione ulteriore.

Se milioni di documenti prodotti dagli apparati ufficiali diventano materiale di addestramento globale, la propaganda può compiere un salto evolutivo straordinario: non presentarsi più come propaganda.

È la macchina a parlare.

Ed è questa una novità enorme. Davanti a un articolo del People’s Daily il lettore sa — o dovrebbe sapere — quale sia la provenienza della voce. Davanti alla risposta impersonale di un chatbot, invece, la fonte scompare. Rimane soltanto una frase formulata con la sicurezza tranquilla dell’algoritmo.

Alcuni studi hanno già mostrato un fenomeno significativo: interrogati in cinese su determinate questioni politiche, modelli sviluppati anche in Occidente possono fornire risposte più vicine alle narrative ufficiali di Pechino rispetto a quelle offerte in inglese. Non perché una macchina sia diventata comunista durante la notte, ma perché la composizione delle fonti linguistiche cambia ciò che essa apprende.

Il problema sarebbe tuttavia affrontato male se diventasse una semplice contrapposizione fra “propaganda cinese” e “verità occidentale”. Anche i sistemi occidentali incorporano inevitabilmente selezioni culturali, interessi economici, pregiudizi e gerarchie delle fonti. La questione autentica è dunque un’altra: come garantire il pluralismo della conoscenza senza trasformare l’intelligenza artificiale in un nuovo strumento di egemonia culturale?

Ed è una domanda che interessa profondamente anche un pensiero cristiano sulla comunicazione.

La persona non può essere ridotta a consumatrice passiva di risposte prodotte da sistemi dei quali ignora fonti e criteri. La libertà richiede la possibilità di conoscere l’origine delle informazioni, confrontarle, discuterle e perfino rifiutarle. Una tecnologia che offre risposte senza rendere riconoscibile il percorso culturale dal quale quelle risposte provengono rischia di creare qualcosa di molto simile a un’autorità invisibile.

La battaglia cinese, però, non riguarda soltanto i dati. Riguarda anche chi li trasforma in conoscenza: gli scienziati.

Per molto tempo il percorso sembrava quasi obbligato. Un giovane cinese particolarmente brillante studiava a Pechino o Tsinghua, poi cercava un dottorato al MIT, a Stanford, Princeton o Berkeley e spesso rimaneva negli Stati Uniti. Quel meccanismo ha contribuito in maniera decisiva alla superiorità scientifica americana.

Oggi qualcosa sta cambiando.

La Cina offre laboratori, stipendi competitivi, grandi finanziamenti e infrastrutture che vent’anni fa erano difficilmente immaginabili. Alcuni ricercatori di primo piano stanno tornando o accettando incarichi nelle università cinesi. Aziende nate in Cina riescono inoltre a sviluppare modelli sempre più competitivi a costi inferiori rispetto ai giganti americani.

Contemporaneamente Washington rischia un errore strategico: rendere meno desiderabile l’America proprio per quelle persone che hanno contribuito a renderla scientificamente dominante. Restrizioni sui visti, incertezza dei finanziamenti alla ricerca e sospetti nei confronti degli studiosi di origine cinese possono trasformarsi nel migliore programma di reclutamento che Pechino non abbia mai dovuto finanziare.

È uno dei paradossi della storia. Gli Stati Uniti potrebbero perdere parte del proprio vantaggio non perché la Cina sia riuscita a copiarne completamente il modello, ma perché l’America ha cominciato a mettere in discussione alcuni degli elementi che avevano reso quel modello così efficace: università aperte, mobilità internazionale, libertà della ricerca, possibilità di sbagliare.

E proprio quest’ultimo elemento merita attenzione.

Il denaro può comprare un supercomputer. Può finanziare un laboratorio e offrire a un matematico uno stipendio straordinario. È molto più difficile acquistare una cultura nella quale un giovane ricercatore possa contraddire il proprio maestro, impiegare anni dietro un’intuizione fallita e mettere in discussione perfino ciò che il potere considera acquisito.

La scienza cresce anche attraverso il dissenso.

Qui risiede forse la contraddizione più profonda della strategia cinese. Pechino vuole macchine capaci di innovare, ricercatori capaci di scoprire e università capaci di competere con le migliori del mondo. Ma innovazione e controllo non sono alleati naturali. Si può programmare un chatbot perché non risponda a una domanda politicamente scomoda; è molto più difficile programmare la creatività scientifica perché sappia anticipare quali domande non dovrebbe fare.

Lo stesso problema riguarda l’Occidente da una prospettiva diversa. Non basta celebrare la libertà se poi si riducono i fondi per la ricerca, si respingono studenti stranieri o si trasforma la scienza in un nuovo campo della guerra politica.

La grande competizione tra Cina e Stati Uniti finirà dunque per essere molto più interessante della semplice classifica dei chatbot.

Si deciderà sui chip, certamente. Sull’energia, sulla capacità di calcolo e sui miliardi investiti. Ma si deciderà anche su due beni molto più antichi dell’intelligenza artificiale: la conoscenza e la libertà.

Pechino ha compreso che chi alimenta le macchine può influenzarne il linguaggio. Washington dovrebbe ricordarsi che chi attira le menti può influenzare il futuro.

L’Europa, nel frattempo, dovrebbe evitare di restare semplicemente seduta in platea a scegliere quale delle due intelligenze artificiali importare. Possiede lingue, università, archivi, patrimonio scientifico e una tradizione culturale che ha elaborato per secoli concetti come persona, libertà, responsabilità, dignità e bene comune. Se questi contenuti non entreranno in maniera significativa nell’universo digitale, le macchine del futuro parleranno certamente molte lingue, ma potrebbero conoscere sempre meno la complessità dell’uomo.

Perché la domanda decisiva non sarà soltanto quale Paese costruirà l’intelligenza artificiale più potente.

Sarà chi avrà insegnato a quella intelligenza che cosa pensare dell’uomo.

La Cina vuole conquistare l’IA con dati, modelli e scienziati; gli Stati Uniti rischiano di indebolire il proprio vantaggio chiudendo proprio quelle porte che avevano attirato i migliori talenti del mondo. Ma la posta in gioco supera entrambe le potenze: se i dati diventano cultura incorporata nelle macchine, la vera battaglia non sarà soltanto per controllare l’intelligenza artificiale, ma per decidere quale idea dell’uomo essa restituirà alle prossime generazioni.