La deflagrazione del 13 agosto nello stabilimento KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa, non è più soltanto un incidente industriale da chiarire. La Procura verifica possibili collegamenti con analoghi episodi avvenuti in Bulgaria, mentre resta aperto il nodo della sicurezza di un impianto strategico che produce munizioni anche per la filiera europea di sostegno all’Ucraina. E sull’ambiente arriva un primo segnale: dopo lo scoppio l’ozono è salito a 128 microgrammi per metro cubo.


Prima il fuoco, poi il boato. Una nube enorme sopra Colleferro, vetri tremanti, fiamme e un cratere nel cuore di uno degli stabilimenti più delicati dell’industria militare italiana. Nessun morto, nessun ferito: è questa, prima di ogni altra considerazione, la buona notizia dell’esplosione avvenuta il 13 agosto alla KNDS Ammo Italy. Ma quattro giorni dopo le domande aumentano invece di diminuire. Perché quella fabbrica non produce bulloni e perché, mentre gli investigatori cercano l’origine materiale dell’incendio, sul tavolo compare anche un’ipotesi che soltanto pochi giorni fa sembrava esclusa: quella di un sabotaggio collegato alla guerra ibrida russa in Europa. Un’ipotesi, appunto. Non ancora una prova.

Lo stabilimento di Colleferro è l’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, parte del gruppo franco-tedesco KNDS. Qui si producono e si stoccano munizioni di medio e grosso calibro destinate ai sistemi terrestri e navali e vengono realizzati propellenti solidi impiegati anche nel settore aerospaziale. L’azienda rientra inoltre negli accordi europei relativi alle munizioni d’artiglieria da 155 millimetri, diventate uno dei prodotti strategicamente più sensibili dall’inizio della guerra in Ucraina. Secondo le ricostruzioni pubblicate in questi giorni, la fabbrica rifornisce le Forze armate italiane e altri Paesi, compresa l’Ucraina. Non siamo dunque davanti a un normale capannone industriale, ma a un nodo della filiera europea della difesa.

L’incendio sarebbe cominciato nel reparto di pressatura delle polveri. Poi la deflagrazione. Ventiquattro lavoratori presenti nell’area sono stati messi in sicurezza e non si sono registrati feriti. Il fatto che l’esplosione sia avvenuta nel periodo di ridotta attività per le ferie estive ha probabilmente evitato conseguenze ben più gravi. Lo stabilimento, peraltro, è classificato tra gli impianti a rischio di incidente rilevante: produrre e immagazzinare esplosivi significa convivere con protocolli di sicurezza che non possono essere considerati un adempimento burocratico, ma una componente essenziale della stessa attività industriale.

Ed è proprio qui che nasce una delle domande più serie. Le prime agenzie riferirono che diverse squadre dei Vigili del fuoco erano già sul posto ma non avevano potuto immediatamente intervenire all’interno dell’impianto. La circostanza merita di essere chiarita fino in fondo. Non risulta però, allo stato delle informazioni pubblicamente verificabili, che i pompieri siano stati bloccati dalle autorità in nome del “segreto militare”. Sarebbe quindi scorretto trasformare questa voce in un fatto. In un sito dove sono presenti polveri, esplosivi e munizionamento, l’accesso dei soccorritori deve fare i conti anzitutto con il rischio di esplosioni secondarie e con la necessità di conoscere esattamente cosa stia bruciando. Reuters conferma che Vigili del fuoco e forze dell’ordine erano già intervenuti per l’incendio quando si verificò la successiva grande esplosione.

Questo, tuttavia, non chiude la questione. Al contrario, la apre. Se un impianto strategico e ad alto rischio richiede particolari condizioni per consentire ai soccorritori di avvicinarsi, occorre sapere se esistano procedure preventivamente concordate, se i Vigili del fuoco dispongano di tutte le informazioni necessarie sui materiali presenti e se i piani di emergenza esterna siano adeguati alla dimensione reale del pericolo. La sicurezza nazionale non può diventare opacità civile. Il segreto necessario a proteggere determinate produzioni militari non dovrebbe mai tradursi nell’impossibilità per chi deve salvare vite, spegnere incendi e proteggere un territorio di conoscere ciò che è indispensabile conoscere.

Poi c’è la Russia. Nei primi giorni gli investigatori avevano fatto filtrare l’esclusione di piste eversive o di sabotaggio, trattando l’accaduto prevalentemente come possibile incidente industriale. Il 17 agosto, però, Repubblica ha riferito che la Procura di Velletri sta approfondendo anche eventuali collegamenti con esplosioni avvenute in stabilimenti dell’industria bellica bulgara. Tre giorni prima di Colleferro, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva interessato un impianto della EMCO a Belitsa, società bulgara che ha fornito munizioni all’Ucraina. La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il precedente rende legittimo verificare.

EMCO, del resto, non è un nome qualsiasi nel dossier delle operazioni clandestine russe in Europa. Il suo proprietario, Emilian Gebrev, sopravvisse nel 2015 a un avvelenamento che successive indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa. Anche per questo la successione Bulgaria-Colleferro viene guardata oggi con attenzione. Ma occorre evitare il salto logico più facile e più pericoloso: che Mosca abbia interesse a compromettere la produzione europea di munizioni non significa che Mosca abbia provocato l’esplosione di Colleferro. Persino la rapida esultanza registrata negli ambienti propagandistici filorussi può essere un indizio del clima della guerra ibrida, non la prova materiale di un sabotaggio.

È il compito degli investigatori trasformare eventuali suggestioni in riscontri: immagini, accessi, sistemi di videosorveglianza, anomalie tecniche, tracce informatiche, movimenti sospetti, residui dell’esplosione. I Ris sono arrivati nell’area e gli accertamenti sul reparto devastato proseguono. Fino ad allora le parole vanno pesate. Parlare di “pista russa” significa dire che essa viene presa in considerazione; parlare di “sabotaggio russo” come fatto compiuto sarebbe, oggi, andare oltre ciò che sappiamo.

Ma vi è un’altra sicurezza che rischia di essere schiacciata tra geopolitica e segreti militari: quella ambientale.

Due ore dopo la deflagrazione, la centralina ARPA 010 Oberdan, situata a poca distanza dall’area industriale, ha registrato una concentrazione di ozono pari a 128 microgrammi per metro cubo. Il valore è inferiore alla soglia di informazione di 180 microgrammi e a quella di allarme di 240, ma supera quota 120, livello oltre il quale viene raccomandata particolare cautela. Per questo il monitoraggio è proseguito e sono stati avviati controlli anche sui terreni circostanti.

Non significa che l’esplosione abbia già prodotto un “disastro ambientale”: allo stato attuale non esistono elementi pubblici sufficienti per affermarlo. Significa però che l’ambiente deve entrare nell’inchiesta con la stessa serietà con cui vi entrano la sicurezza industriale e l’eventuale matrice dolosa. Occorre sapere quali sostanze siano bruciate, quali prodotti della combustione siano stati liberati, dove siano ricaduti polveri e frammenti, quali conseguenze abbiano avuto le acque utilizzate per lo spegnimento e se siano necessarie analisi di suolo, falde e vegetazione.

A Colleferro questa prudenza ha un peso particolare. La Valle del Sacco porta già sulle spalle una lunga storia di industrializzazione, contaminazioni e bonifiche. Aggiungere nuove attività legate alla produzione di esplosivi senza una parallela crescita della capacità di controllo sarebbe politicamente miope prima ancora che ambientalmente irresponsabile. Dopo l’esplosione, il dibattito riguarda infatti anche il progetto KNDS di Anagni per una nuova produzione di nitrogelatina, componente della filiera delle polveri propellenti.

E forse proprio qui il boato di Colleferro dovrebbe costringerci a uscire dalle contrapposizioni più facili. Non basta gridare contro “le fabbriche delle armi”, come se uno Stato potesse rinunciare per decreto alla propria capacità di difesa. Ma non basta neppure pronunciare la parola “sicurezza nazionale” per sottrarre un’industria alle domande dei cittadini.

Se quelle munizioni servono alla difesa dell’Italia, dell’Europa o di un Paese aggredito come l’Ucraina, tanto maggiore deve essere la responsabilità di chi le produce, di chi autorizza gli impianti e di chi vigila. La difesa non può essere costruita esponendo lavoratori e popolazioni a rischi evitabili. E la ragion di Stato non può chiedere a una comunità di chiudere gli occhi davanti al fumo.

Colleferro, per fortuna, questa volta non conta morti. Nel 2007, quando lo stabilimento si chiamava ancora Simmel Difesa, un’altra esplosione provocò invece la morte di un lavoratore e diversi feriti. La memoria dovrebbe servire precisamente a questo: non ad alimentare paura, ma a impedire che la fortuna venga scambiata per sicurezza.

La Procura stabilirà se il 13 agosto sia esplosa una macchina, sia fallita una procedura oppure qualcuno abbia deliberatamente acceso una miccia. Fino a quel momento il sospetto russo deve restare ciò che è: un’ipotesi da verificare. Ma ci sono domande che non hanno bisogno di aspettare Mosca per essere poste. Quanto è sicuro quell’impianto? Quanto è preparato il territorio a un incidente maggiore? Che cosa hanno respirato i cittadini? Che cosa è ricaduto sui terreni? E soprattutto: in una stagione nella quale l’Europa vuole produrre più munizioni e più rapidamente, siamo sicuri che alla corsa al riarmo stia corrispondendo un altrettanto rapido rafforzamento dei controlli, della prevenzione e della tutela ambientale?

Perché la pace si difende anche preparando una difesa credibile. Ma una difesa che dimenticasse la vita dei lavoratori, la salute delle comunità e la custodia della terra finirebbe per contraddire, proprio a casa nostra, ciò che pretende di proteggere.


La pista russa va investigata senza propaganda e senza scorciatoie. Ma Colleferro pone già una domanda alla quale non serve aspettare gli 007 per rispondere: chi produce sicurezza per il Paese deve garantire, prima di tutto, sicurezza ai lavoratori, ai cittadini e alla terra sulla quale quella fabbrica sorge.