Nella Sala del Sinodo, alla vigilia di Pentecoste, Papa Leone XIV ha detto ai responsabili delle associazioni laicali una cosa semplice e antichissima: governare nella Chiesa non significa esercitare un potere, ma reggere un timone. L’immagine è greca, il senso è evangelico, e chi ha orecchi per intendere ha inteso...

Pubblichiamo per utilità ecclesiale e sociale un articolo apparso sul Faro di Roma lo scorso 23 maggio 2025 (ndr).

C’è, nella Chiesa dei nostri giorni, una vitalità dei movimenti e delle comunità che è francamente commovente. Basta percorrere qualunque piazza italiana la domenica mattina, o entrare in una parrocchia di periferia dove un gruppetto di laici – catechisti, famiglie, giovani – tiene aperta la porta della fede con le unghie e con la gioia. Questi sono i carismi di cui parla Paolo, questi sono i doni che lo Spirito dispiega con una generosità persino imbarazzante per chi è abituato a contabilizzare le risorse umane della Chiesa come si contabilizzano quelle di un’azienda in crisi.

Il Papa ha ricordato che il carisma del governo – sì, proprio il governo – figura nell’elenco paolino accanto alle guarigioni e alle glossolalie. Non è una concessione alla burocrazia: è il riconoscimento che anche la fatica di guidare una comunità, se vissuta bene, è opera dello Spirito. Ma “se vissuta bene” è la clausola che cambia tutto.

«Un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità».

Qui la parola papale si fa bisturi. Perché accanto alla fioritura autentica – e benedetta sia – esiste un’altra specie di fondatori e di capi, assai meno edificante. Sono coloro che hanno scoperto nella comunità ecclesiale l’ambiente ideale per esercitare quella signoria sulle coscienze che il mondo civile non avrebbe loro concesso. Fondano non perché abbiano ricevuto un dono, ma perché hanno bisogno di avere qualcuno intorno che li ascolti, li veneri, li obbedisca. La veste spirituale è perfetta per chi voglia dominare senza essere accusato di farlo: ogni resistenza diventa peccato di superbia, ogni obbedienza diventa virtù eroica.

Il modello si ripete con sconcertante uniformità. Prima il carisma proclamato a gran voce, poi la comunità chiusa su sé stessa – «la nostra realtà specifica è l’unica, è la Chiesa», ha detto il Papa con una punta d’ironia che non stonava nella solennità dell’aula -, poi il progressivo distacco dalla diocesi, dalla gerarchia, dal vescovo di turno, giudicato troppo molle, troppo moderno o semplicemente non abbastanza devoto al fondatore. A quel punto l’associazione non è più un luogo di comunione: è diventata una corte, con il suo piccolo re e i suoi fedeli sudditi.

Non è casuale che Leone XIV abbia citato il discorso tenuto ai Legionari di Cristo nel febbraio scorso. Quella congregazione porta ancora incisa nella propria storia la ferita di Marcial Maciel: un uomo che aveva costruito un edificio spirituale imponente sulla sabbia del proprio disordine morale, tenuto insieme dal segreto, dall’isolamento degli adepti e da una devozione al fondatore che non lasciava spazio alla coscienza critica. La Legione sopravvive, con fatica e con merito, dopo la purificazione imposta dall’esterno. Ma il tipo umano che Maciel rappresenta — il fondatore che confonde il proprio ego con la volontà di Dio — non è scomparso dalla scena.

Si pensi, per restare in Italia, alla vicenda dei Francescani dell’Immacolata e del loro fondatore, Stefano Maria Manelli. Anche qui un’opera reale, una devozione mariana sincera in molti, e poi la torsione progressiva verso un’interpretazione della tradizione talmente esclusiva da diventare un’alternativa alla Chiesa, non un servizio ad essa. La Santa Sede è intervenuta, il commissariamento ha lacerato la comunità, alcune ferite sono ancora aperte, ma quella famiglia religiosa – almeno nel ramo maschile e nel laicato – ha cercato di rialzarsi.

Eppure ancora oggi si agitano, intorno alla figura di Manelli e ai suoi epigoni, cerchi di fedeli convinti che il mancato riconoscimento delle nuove associazioni che egli ha tentato di fondare dopo la separazione dall’istituto originario sia una persecuzione e non – come appare – il logico esito di premesse incompatibili con la comunione ecclesiale. Nei meandri del web cattolico fioriscono i profeti di quella causa, armati di millenarismo posticcio, di profezie rimontate ad arte, di una lettura della storia della Chiesa come continua apostasia dalla quale soltanto il loro piccolo gruppo sarebbe immune.

Questi “profeti” hanno in comune una caratteristica: si credono più capaci del Papa. Non lo dicono sempre ad alta voce, ma la struttura stessa del loro discorso lo implica: il magistero si sbaglia, il vescovo è compromesso, soltanto noi abbiamo conservato integro il deposito della fede. È la sindrome gnostica che la Chiesa affronta da duemila anni, riemersa in abito tradizionalista o carismatico a seconda delle stagioni.

Il rimedio non è nuovo: è la comunione. Non la comunione come cerimonia o slogan, ma come scelta concreta di riconoscere nel vescovo, nel Papa, nella Chiesa intera qualcosa di più grande — e di più vero — della propria conventicola.

Lo Spirito soffia dove vuole, è scritto nel Vangelo di Giovanni. Ma non soffia per conto di chi ne rivendica il monopolio.

Sante Cavalleri