The Encampments – Gli accampamenti per la Palestina, distribuito in Italia da Paolo Maria Spina – Revolver film – è molto più di un documentario sulle proteste della Columbia University: è il racconto di una generazione che, davanti alla distruzione di Gaza, ha rifiutato il silenzio delle istituzioni e ha restituito all’università la sua funzione più alta, quella di interrogare il potere in nome della verità.
Ci sono momenti nei quali tacere non significa essere neutrali. Significa lasciare che la forza stabilisca da sola il significato delle parole, delle immagini e perfino delle vittime. The Encampments – Gli accampamenti per la Palestina, diretto da Kei Pritsker e Michael T. Workman, nasce precisamente da uno di questi momenti.
Il documentario entra nelle tende erette dagli studenti della Columbia University nella primavera del 2024 e racconta dall’interno una protesta che i grandi mezzi di comunicazione hanno spesso rappresentato soltanto attraverso gli arresti, gli scontri, le barricate e le accuse di estremismo. I registi restituiscono invece un’altra immagine: giovani che discutono, studiano, pregano, organizzano assemblee, condividono il cibo e chiedono alla propria università di rendere pubblici i suoi rapporti economici con le industrie coinvolte nella guerra.
Non è una protesta nata dal nulla. È la risposta morale a Gaza.
Mentre la popolazione palestinese veniva sottoposta a bombardamenti, fame, sfollamento forzato e distruzione sistematica delle infrastrutture civili, gli studenti hanno posto una domanda tanto semplice quanto radicale: può un’università proclamare i diritti umani e contemporaneamente investire il proprio patrimonio in aziende che producono armi e tecnologie utilizzate nella guerra?
Amnesty International ha concluso, dopo una vasta indagine, che Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Anche il Comitato speciale delle Nazioni Unite incaricato di investigare le pratiche israeliane ha affermato che i metodi di guerra adottati sono coerenti con le caratteristiche del genocidio. Di fronte a questa tragedia, le tende della Columbia non appaiono come un capriccio giovanile, ma come un tentativo di rompere la normalizzazione dell’orrore.
Il merito maggiore di The Encampments consiste proprio nel restituire dignità politica e umana agli studenti.
Essi non vengono osservati dall’esterno come un problema di ordine pubblico, ma ascoltati come soggetti morali. Parlano della Palestina, ma anche del significato dell’educazione, della responsabilità delle istituzioni, dell’uso del denaro e della complicità che può nascondersi dietro la parola neutralità.
Il film mostra che l’accampamento non interrompeva l’università. In un certo senso, la ricostituiva.
Sotto quelle tende si tenevano lezioni, si leggevano testi, si ascoltavano testimonianze, si incontravano studenti palestinesi ed ebrei contrari alla guerra, si costruiva una comunità fondata sulla conoscenza e sulla solidarietà. L’università tornava a essere ciò che dovrebbe sempre essere: non una fabbrica di titoli né un fondo finanziario dotato di aule, ma un luogo nel quale il sapere diventa responsabilità.
È per questo che la repressione della Columbia appare tanto grave.
L’amministrazione universitaria non si è limitata a discutere con i propri studenti o a negoziare le modalità della protesta. Ha chiamato la polizia, autorizzato gli arresti e adottato provvedimenti disciplinari che negli anni successivi si sono fatti ancora più pesanti. Decine di studenti sono stati sospesi o espulsi, mentre il governo federale esercitava fortissime pressioni economiche sull’ateneo.
La Columbia ha finito così per proteggere l’istituzione dai suoi stessi universitari.
Ha difeso l’ordine formale mentre Gaza veniva distrutta. Ha trattato come questione disciplinare ciò che era anzitutto una questione di coscienza. Ha chiesto agli studenti di rientrare nelle aule senza rispondere alla domanda che li aveva condotti fuori: quale rapporto esiste tra il patrimonio dell’università, l’industria militare e la morte di migliaia di civili?
L’università avrebbe dovuto aprire i propri registri, rendere trasparenti gli investimenti e accettare una discussione pubblica. Ha preferito aprire i cancelli alla polizia.
Non si tratta di sostenere che ogni gesto compiuto durante una mobilitazione sia automaticamente legittimo. La protesta non autorizza l’aggressione personale né l’odio antisemita, che deve essere respinto senza ambiguità. Ma il documentario mostra con chiarezza che la mobilitazione non può essere ridotta a queste categorie. All’interno degli accampamenti erano presenti anche studenti ebrei, docenti, religiosi e attivisti uniti dal rifiuto della guerra e dalla difesa della vita palestinese.
Confondere la critica al governo israeliano con l’antisemitismo è un’operazione che non protegge gli ebrei: protegge il potere dalle proprie responsabilità.
Il film assume una posizione netta e fa bene a farlo. Davanti a un massacro, l’equidistanza può diventare una forma elegante di indifferenza. Pritsker e Workman non nascondono di stare dalla parte degli studenti, ma questa scelta non impoverisce l’opera. Le conferisce una direzione morale.
The Encampments è un documentario della testimonianza.
Non pretende di osservare la sofferenza da una distanza asettica. Mostra una generazione che sente di non poter continuare a studiare come se nulla stesse accadendo. I giovani della Columbia comprendono che la conoscenza, quando viene separata dalla coscienza, può diventare uno strumento dell’ingiustizia. Le università producono tecnologie, ricerche, algoritmi, sistemi di sorveglianza e competenze che possono essere utilizzati anche nelle guerre. Chiedere conto di questi rapporti non è un’aggressione alla libertà accademica. È la sua forma più matura.
Portare un’opera simile in Italia è un atto di grande coraggio culturale.
Paolo Maria Spina, coproduttore e distributore del documentario attraverso Revolver, merita un elogio non rituale. Ha scelto di investire in un film scomodo, non addomesticato e difficilmente compatibile con le cautele dell’industria culturale. Lo ha portato nelle sale, nei centri culturali, nelle scuole, nelle università e, l’8 luglio, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati.
Non è soltanto distribuzione cinematografica. È un servizio pubblico alla cultura.
Spina ha compreso che un documentario del genere non deve essere confinato nei festival o nelle cerchie degli specialisti. Deve circolare, incontrare studenti, docenti, amministratori e rappresentanti delle istituzioni. Deve generare dibattito proprio perché tocca il punto nel quale economia, politica, università e guerra si intrecciano.
Il produttore culturale autentico non è colui che segue il mercato, ma colui che crea uno spazio per ciò che il mercato e il potere preferirebbero non vedere.
In questo senso, il lavoro di Paolo Maria Spina appare particolarmente prezioso. The Encampments non è solo un film da proiettare: è un’opera da discutere, capace di trasformare ogni sala in un’aula e ogni spettatore in un interlocutore.
La vicenda della Columbia permette anche di comprendere un fenomeno più vasto: la delegittimazione sistematica dell’università condotta dal populismo contemporaneo.
Charlie Kirk aveva costruito una parte decisiva della propria azione politica attaccando professori, studenti e istituzioni accademiche. Presentava le università come luoghi dominati da élite corrotte, marxismo culturale e indottrinamento progressista. Dietro l’apparenza della polemica contro il pensiero unico, operava però un progetto opposto al pluralismo: sostituire la complessità della ricerca con una visione ideologica fondata sull’identità, sul nazionalismo e su una lettura deformata del cristianesimo.
Non voleva liberare l’università dal conformismo. Voleva delegittimarla come autorità critica.
A questo meccanismo è dedicato il nuovo volume del nostro direttore Alfonso Bruno, La fabbrica dell’odio. Caso Kirk, media, identità e deriva teologica del populismo cristiano. Il libro mostra come la comunicazione populista trasformi l’avversario culturale in un nemico antropologico e morale. Non si contesta più una tesi: si denuncia l’esistenza stessa di chi la formula. Il professore diventa un corruttore, lo studente un manipolato, l’università una centrale ostile alla nazione e alla fede.
È la stessa dinamica che ha permesso di rappresentare gli studenti della Columbia non come giovani mossi dalla tragedia di Gaza, ma come corpi estranei, pericolosi e indegni di ascolto.
Il populismo autoritario teme l’università perché teme la domanda.
Teme la ricerca che verifica i fatti, la storia che smonta i miti, la filosofia che interroga il potere, la teologia che rifiuta di trasformare Dio in una bandiera di partito. Ha bisogno di università obbedienti, ridotte a luoghi di formazione tecnica, incapaci di produrre pensiero politico e coscienza civile.
Una tendenza analoga si avverte anche in Italia.
Alla Sapienza di Roma gli studenti che hanno chiesto trasparenza sulle collaborazioni con istituzioni e aziende israeliane sono stati spesso descritti soltanto attraverso le tensioni e gli episodi di conflitto. Anche qui la domanda fondamentale rischia di essere elusa: quale responsabilità ha un’università quando la ricerca, gli accordi internazionali o i finanziamenti possono intrecciarsi con apparati militari impegnati in una guerra devastante?
Non basta rispondere che la scienza è neutrale. La scienza non vive fuori dalla storia.
Naturalmente ogni collaborazione deve essere valutata nel merito e non sulla base della nazionalità dei ricercatori. Molti studiosi israeliani hanno contestato apertamente il governo Netanyahu e rappresentano una voce preziosa. Ma proprio per questo serve trasparenza. Occorre distinguere la cooperazione scientifica autentica dai progetti collegati direttamente ad apparati militari, sistemi di sorveglianza o industrie belliche.
Gli studenti che chiedono questa verifica non stanno distruggendo l’università. Le stanno chiedendo di essere coerente con la propria missione.
L’università non è viva quando non vi sono proteste. È viva quando riesce a trasformare il conflitto in conoscenza.
Se invece ogni dissenso viene trattato come disturbo, ogni occupazione come emergenza di polizia e ogni critica alla guerra come estremismo, l’ateneo cessa di essere il luogo della libertà. Diventa un apparato che certifica competenze e protegge interessi.
È allora che comincia la barbarie.
La barbarie non coincide soltanto con la distruzione delle biblioteche. Può convivere con biblioteche aperte, laboratori efficienti e classifiche internazionali prestigiose. Comincia quando nessuno può più chiedere a quale scopo venga utilizzato il sapere.
Comincia quando una istituzione considera più pericolosa una tenda nel campus che una bomba su una scuola.
Comincia quando il denaro investito nelle armi viene protetto più gelosamente della libertà degli studenti.
Comincia quando il potere pretende che l’università insegni senza giudicare, ricerchi senza interrogarsi e produca senza assumersi responsabilità.
The Encampments oppone a tutto questo la fragilità ostinata delle tende.
Le tende non hanno muri, non possiedono patrimoni, non dispongono di polizia. Eppure diventano più forti dell’istituzione perché custodiscono una domanda di verità. Sono lo spazio provvisorio nel quale l’università ritrova la propria anima dopo averla smarrita negli uffici amministrativi e nei fondi di investimento.
Il film di Pritsker e Workman è dunque un’opera necessaria, generosa e profondamente politica. Non celebra una protesta astratta. Celebra il risveglio di una coscienza collettiva davanti a Gaza. Mostra giovani che rifiutano di considerare inevitabile la morte degli altri e che chiedono alle proprie istituzioni di scegliere da quale parte della storia stare.
La loro posizione può disturbare, ma è proprio questo il compito della cultura.
Paolo Maria Spina, rendendo disponibile il documentario al pubblico italiano, permette a quella domanda di attraversare l’Atlantico e di entrare nelle nostre università, nelle nostre sale e nelle nostre coscienze. È un gesto che merita riconoscenza, perché difende insieme il cinema civile, la libertà degli studenti e il diritto dei palestinesi a non essere cancellati dal racconto.
Se l’università rinuncia a essere spazio critico del pensiero, il vuoto non rimane tale. Viene occupato dal pensiero unico, dalla propaganda, dall’industria della guerra e dall’uomo solo al comando.
Le tende della Columbia ci ricordano invece che la conoscenza non è mai innocente quando tace davanti al male.
The Encampments è una testimonianza necessaria sul coraggio degli studenti che, davanti al genocidio di Gaza, hanno restituito all’università la sua funzione morale. Distribuendolo in Italia, Paolo Maria Spina compie un atto culturale e civile di grande valore. Dalla Columbia alla Sapienza, la domanda rimane la stessa: un’università deve proteggere il potere dalle proteste o proteggere la coscienza critica dal potere? Quando sceglie il silenzio, la cultura arretra e la barbarie avanza.

