La transizione tra Gustavo Petro e Abelardo de la Espriella si è trasformata in una resa dei conti. Le accuse infondate di brogli del presidente uscente non giustificano, però, il linguaggio golpista e le inquietanti invocazioni alle Forze armate del nuovo capo dello Stato. A perdere rischia di essere una democrazia già ferita da decenni di violenza.

In Colombia perfino il passaggio delle consegne è diventato un campo di battaglia. Quello che dovrebbe essere il momento sobrio nel quale un governo uscente consegna documenti, responsabilità e istituzioni al successore si è trasformato in una prosecuzione della campagna elettorale con altri mezzi: accuse di frode, minacce giudiziarie, appelli alla piazza e invocazioni rivolte ai militari.

La fotografia è quella di un Paese diviso quasi esattamente a metà.

Appena circa duecentocinquantamila voti hanno separato Abelardo de la Espriella da Iván Cepeda nel ballottaggio del 21 giugno. Il candidato della destra radicale ha conquistato la presidenza con un margine inferiore all’un per cento, al termine di una competizione caratterizzata da un’affluenza elevata e da una polarizzazione eccezionale. Non si tratta di una vittoria inesistente né illegittima, ma di una vittoria strettissima, che avrebbe richiesto prudenza, rispetto degli sconfitti e consapevolezza di dover governare anche per l’altra metà della Colombia.

È accaduto il contrario.

De la Espriella, che ama farsi chiamare “El Tigre” con un’imitazione fin troppo evidente del bestiario populista di Javier Milei, non ha interpretato il risultato come un mandato alla riconciliazione. Lo ha letto come un’investitura alla resa dei conti. Prima ancora di entrare nella Casa de Nariño, ha accusato il governo uscente di essere una congrega di corrotti, ha promesso austerità e smantellamento di politiche sociali e ambientali e ha presentato il proprio arrivo non come un’alternanza democratica, ma come una liberazione nazionale.

Il tono dice già molto del metodo.

Un presidente che ha vinto per pochi voti dovrebbe abbassare la voce. De la Espriella, invece, la alza. Dovrebbe costruire ponti; li incendia. Dovrebbe rassicurare chi non lo ha votato; lo tratta come una componente sospetta della nazione.

Gustavo Petro gli ha offerto, purtroppo, l’occasione perfetta.

Il presidente uscente ha rifiutato di riconoscere pienamente la legittimità politica della vittoria, sostenendo che il sistema elettorale sarebbe stato manipolato dall’estero e che la campagna sarebbe stata condizionata da disinformazione, intelligenza artificiale e interessi stranieri. Che la competizione sia stata contaminata da contenuti sintetici, deepfake e campagne aggressive è documentato; durante la corsa presidenziale colombiana la diffusione di video generati dall’intelligenza artificiale era diventata un fenomeno massiccio. Ma l’esistenza della propaganda digitale non dimostra automaticamente la falsificazione del voto.

Su questo punto Petro ha superato il limite della legittima denuncia politica.

Le missioni di osservazione dell’Unione Europea hanno giudicato trasparente ed efficiente il conteggio, mentre il Carter Center ha riconosciuto il carattere ordinato e tracciabile del processo. Non sono emerse prove capaci di rovesciare il risultato. Contestare l’influenza della disinformazione è necessario; sostenere un broglio senza dimostrarlo significa, invece, corrodere la fiducia nelle istituzioni che si pretende di difendere.

Petro dovrebbe dunque consegnare il potere il 7 agosto senza ambiguità, come ha dichiarato di voler fare. La difesa delle conquiste sociali del suo governo non può passare attraverso la delegittimazione del voto. La democrazia non vale soltanto quando vince il proprio campo.

Ma l’errore di Petro non assolve il presidente eletto.

De la Espriella ha reagito sospendendo il processo di transizione e accusando il governo uscente di preparare un colpo di Stato. Ha dichiarato di non poter sedere allo stesso tavolo con persone definite corrotte e truffatrici, trasformando una procedura amministrativa indispensabile in uno strumento di pressione politica. Il passaggio di consegne è stato interrotto a un mese dall’insediamento, mentre le due parti continuavano a scambiarsi accuse sempre più gravi.

La scelta più inquietante è stata però un’altra: rivolgersi direttamente alle Forze armate, invitandole a proteggere la Costituzione e a disobbedire a eventuali ordini illegittimi di Petro.

In una democrazia matura, ricordare ai militari il loro dovere costituzionale potrebbe apparire perfino superfluo. In Colombia non lo è. È un gesto carico di ombre storiche. Significa spostare il conflitto dalla sede politica a quella armata e suggerire che siano i generali, non i tribunali e le autorità elettorali, a stabilire quando un presidente oltrepassi il confine della legalità.

Le Forze armate devono obbedire alla Costituzione, certamente. Ma non spetta al presidente eletto trasformarle nel pubblico arbitro della sua disputa personale con il predecessore.

Il richiamo alla disobbedienza militare non rafforza la democrazia. La espone a una tentazione antica dell’America Latina: quella di risolvere lo scontro politico appellandosi alle caserme.

La Colombia conosce troppo bene il prezzo di questo linguaggio. La sua storia recente è segnata dall’intreccio tra apparati statali, guerriglie, narcotraffico, gruppi paramilitari e violenza politica. Migliaia di sindacalisti, contadini, attivisti, religiosi e difensori dei diritti umani sono stati assassinati perché considerati complici del nemico. In un simile contesto, le parole non sono soltanto parole. Possono riattivare memorie, reti e metodi che il processo di pace non è ancora riuscito a dissolvere.

Per questo suscita allarme anche l’annuncio di un nuovo “Blocco di difesa per la sicurezza urbana”. Qualunque organismo per la sicurezza deve essere rigorosamente pubblico, sottoposto alla legge, alla magistratura e al controllo democratico. La Colombia non può permettersi formule ambigue che ricordino, anche soltanto linguisticamente, le strutture paramilitari incaricate in passato di fare il lavoro sporco che lo Stato non voleva assumersi apertamente.

La sicurezza non può essere privatizzata, ideologizzata né affidata a cittadini organizzati contro altri cittadini.

De la Espriella ha costruito la propria fortuna politica promettendo ordine, carceri, forza militare e repressione senza esitazioni. È una proposta che trova ascolto in una società stanca della criminalità, dei gruppi armati, delle economie illegali e delle lentezze del processo di pace. Sarebbe arrogante ignorare queste paure. Molti colombiani non hanno votato per un ritorno al paramilitarismo; hanno votato perché non si sentono protetti.

Ma proprio per questo il presidente eletto avrebbe il dovere di distinguere la sicurezza dalla vendetta.

Uno Stato forte non minaccia di imprigionare gli oppositori. Non chiede alle Forze armate di prendere posizione nel conflitto politico. Non considera il dissenso una forma di sovversione. Non tratta dodici milioni e settecentomila elettori come una parte illegittima della nazione.

Iván Cepeda ha raccolto più voti di quanti ne avesse ottenuti Petro nel 2022. Il Pacto Histórico non è stato cancellato dalla sconfitta: rimane la principale forza parlamentare, possiede un radicamento territoriale esteso e rappresenta milioni di colombiani, soprattutto nelle periferie urbane, tra i giovani, nelle comunità indigene e afrodiscendenti, nei movimenti sociali e nei settori che chiedono la piena applicazione degli accordi di pace.

Pensare di governare contro questa metà del Paese sarebbe non soltanto ingiusto, ma impossibile.

Cepeda ha evocato la disobbedienza civile pacifica nel caso in cui il nuovo governo violasse la sovranità nazionale o i principi costituzionali. È un richiamo che può appartenere alla tradizione democratica della resistenza non violenta, purché non diventi a sua volta un rifiuto preventivo di ogni decisione del governo entrante. L’opposizione ha il diritto di organizzarsi, manifestare e resistere a eventuali abusi. Non ha il diritto di trasformare ogni provvedimento sgradito in un colpo di Stato.

La Colombia ha bisogno di istituzioni, non di due piazze contrapposte convinte di incarnare da sole la nazione.

Il vero rischio è che Petro e de la Espriella, ciascuno con le proprie responsabilità, finiscano per alimentarsi reciprocamente. Petro denuncia una presidenza illegittima; de la Espriella risponde denunciando un golpe. Il primo convoca la piazza; il secondo interpella le Forze armate. Il primo parla di sovranità violata; il secondo si presenta come restauratore dell’ordine.

È il meccanismo perfetto della polarizzazione: ogni eccesso dell’uno diventa la giustificazione dell’eccesso dell’altro.

In questo scontro scompare la Colombia concreta. Quella delle famiglie che chiedono lavoro, dei contadini che attendono la riforma agraria, delle comunità minacciate dai gruppi armati, delle regioni nelle quali lo Stato arriva soltanto con i soldati, dei giovani senza accesso all’università, delle donne che temono la violenza, dei difensori dell’ambiente uccisi per essersi opposti allo sfruttamento illegale del territorio.

Anche sul piano ecologico il cambio di governo promette una brusca inversione. De la Espriella ha annunciato il rilancio dell’estrazione di combustibili fossili e la revisione delle politiche di transizione energetica avviate dall’amministrazione Petro. Gli ambientalisti temono il ritorno del fracking e l’apertura di territori fragili agli interessi minerari e petroliferi.

Non è soltanto una disputa ideologica. La Colombia è uno dei Paesi con la maggiore biodiversità al mondo ed è anche uno dei luoghi più pericolosi per chi difende la terra. Smantellare le tutele ambientali in nome degli investimenti potrebbe produrre crescita per pochi e nuova violenza nelle regioni periferiche.

Il presidente eletto avrà naturalmente il diritto di modificare le politiche del predecessore. Ma non ha ricevuto un mandato per cancellare metà del Paese, interrompere la pace o consegnare la natura colombiana a un nuovo ciclo estrattivo.

La sua vittoria minima dovrebbe ricordargli ogni giorno che non è il proprietario della Colombia.

L’atteggiamento delle destre internazionali non aiuta. Il sostegno di Donald Trump e l’entusiasmo del circuito sovranista mondiale rischiano di trasformare de la Espriella nell’ennesimo protagonista di una guerra culturale importata: patria contro comunismo, ordine contro caos, cittadini perbene contro nemici interni. È una narrazione facile da esportare e terribile da applicare in un Paese nel quale la classificazione dell’avversario come sovversivo ha già prodotto fosse comuni.

La Colombia non ha bisogno di un Milei tropicale né di un Trump andino. Ha bisogno di un presidente colombiano, consapevole della storia del proprio Paese e capace di governarne le ferite.

Petro, dal canto suo, deve evitare di concludere il primo governo nazionale della sinistra con un gesto che ne contraddica l’intera promessa democratica. Riconoscere la sconfitta non significa accettare il programma del vincitore. Significa rendere possibile una opposizione credibile, forte e costituzionale.

Il 7 agosto il potere dovrà essere consegnato. Ma una vera transizione non consiste soltanto nel passaggio delle chiavi della presidenza. Richiede che chi esce riconosca il risultato e che chi entra riconosca l’esistenza politica dello sconfitto.

Oggi nessuno dei due sembra disposto a farlo fino in fondo.

La Colombia arriva così alla soglia della nuova legislatura non come una comunità politica che ha scelto un presidente, ma come due nazioni che si osservano con sospetto. Una teme il ritorno dell’autoritarismo, del paramilitarismo e delle disuguaglianze. L’altra teme il caos, l’impunità, il declino economico e una sinistra intenzionata a non lasciare il potere.

Entrambe le paure contengono frammenti di verità. Proprio per questo possono diventare esplosive.

La democrazia non è l’assenza del conflitto. È la capacità di impedire che il conflitto trasformi l’avversario in nemico. Petro e de la Espriella sembrano invece avviati verso una legislatura nella quale ogni decisione sarà presentata come una battaglia per la sopravvivenza nazionale.

Se continueranno su questa strada, il presidente uscente consegnerà sì la fascia presidenziale, ma non un Paese pacificato. E il nuovo presidente riceverà il potere senza aver ancora dimostrato di saperne contenere la violenza.

Gustavo Petro sbaglia quando contesta senza prove un risultato riconosciuto dagli osservatori internazionali. Ma l’errore del presidente uscente non autorizza Abelardo de la Espriella a trasformare la transizione in una crociata, chiamare in causa i militari e risvegliare il lessico del paramilitarismo. Con appena duecentocinquantamila voti di vantaggio, “El Tigre” non ha conquistato la Colombia: ha ricevuto l’incarico, assai più difficile, di non lacerarla definitivamente.