La contestazione di Potere al Popolo alla manifestazione del centrosinistra a Napoli non può essere liquidata come una semplice irruzione estremista. Dietro i fischi c’erano questioni sociali e una domanda politica precisa: un eventuale governo progressista sarebbe davvero autonomo dagli Stati Uniti, dalla NATO e dalla politica israeliana verso i palestinesi?

Contestare è un diritto democratico; impedire stabilmente agli altri di parlare non lo è. Ma definire “fascista” ogni dissenso radicale consente al Campo largo di evitare il confronto sulle proprie contraddizioni.

La scena di piazza del Gesù, a Napoli, è stata interpretata immediatamente secondo due narrazioni opposte.

Per il Campo largo, la contestazione organizzata da Potere al Popolo sarebbe stata una provocazione irresponsabile, utile soltanto alla destra. Per i contestatori, invece, sarebbe stata la manifestazione legittima di una parte della città esclusa dalla rappresentazione politica e sociale allestita sul palco.

Come spesso accade, nessuna delle due letture esaurisce il significato dell’episodio.

La sera dell’8 luglio 2026, durante l’iniziativa con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, una prima protesta è stata promossa da gruppi di disoccupati, che hanno richiamato la vicenda dei 1.200 tirocini sospesi. Successivamente alcune decine di militanti di Potere al Popolo, guidati dal portavoce Giuliano Granato, hanno gridato slogan contro l’amministrazione napoletana, il riarmo e il progetto politico del centrosinistra, interrompendo per diversi minuti gli interventi. Nicola Fratoianni è sceso tra i contestatori, mentre Giuseppe Conte li ha invitati al confronto; dopo una sospensione, la manifestazione è regolarmente ripresa.

Questa ricostruzione permette già di evitare due deformazioni.

Non si è trattato di un’aggressione capace di sopprimere definitivamente l’iniziativa politica. Ma non è stato neppure un normale dissenso espresso senza interferire con la libertà degli altri: per alcuni minuti, chi era sul palco non ha potuto continuare a parlare.

Il problema democratico si trova esattamente in questa zona intermedia.

Il diritto di contestare non è il diritto di cancellare

Una piazza politica non è una liturgia nella quale il pubblico debba limitarsi ad applaudire. Il comizio appartiene a chi lo organizza, ma lo spazio pubblico appartiene anche alla città. Fischiare, mostrare cartelli, formulare domande scomode e persino gridare il proprio dissenso fanno parte della tradizione democratica.

La contestazione non diventa “fascista” soltanto perché è aspra.

L’uso inflazionato delle parole “fascismo” e “squadrismo” rischia, anzi, di impoverire la memoria storica. Il fascismo non fu semplicemente rumore in piazza: fu violenza organizzata, distruzione delle sedi politiche e sindacali, intimidazione sistematica, soppressione del pluralismo e conquista autoritaria dello Stato.

Equiparare automaticamente una protesta radicale a quello specifico fenomeno storico significa rinunciare alla precisione delle categorie.

Tuttavia, neppure il richiamo al “libero fischio in libera piazza” può diventare una giustificazione universale.

Esiste una differenza tra contestare un discorso e renderlo materialmente impossibile. La libertà di espressione non protegge soltanto chi protesta: protegge anche chi ha organizzato una manifestazione e chi è venuto ad ascoltarla. Una democrazia matura deve garantire entrambe le libertà, senza trasformarne una nell’annullamento dell’altra.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso solidarietà agli esponenti del Campo largo, sostenendo che la libertà di organizzare una manifestazione politica debba valere per tutti. Il principio, preso in sé, è corretto. Ma la sua applicazione deve essere coerente anche quando le contestazioni sono rivolte alla maggioranza di governo e non soltanto ai suoi avversari.

La libertà non può essere difesa a convenienza.

Allo stesso modo, il centrosinistra non può sostenere il valore del dissenso quando esso colpisce Giorgia Meloni e presentarlo come un attentato alla democrazia quando si rivolge contro i propri dirigenti.

La protesta aveva un contenuto

Il punto più debole della reazione del Campo largo è stato il tentativo di ridurre la contestazione al suo metodo.

Potere al Popolo non era in piazza soltanto per produrre disordine. Aveva una tesi politica: il centrosinistra si presenta come alternativa alla destra, ma sulle questioni economiche, amministrative e internazionali non avrebbe ancora dimostrato una discontinuità sufficiente.

Nel comunicato pubblicato il giorno successivo, il movimento ha richiamato i tirocini sospesi, il salario minimo negli appalti comunali, il problema abitativo, la crescita degli affitti brevi, la trasformazione di Bagnoli e le politiche di sicurezza urbana. Queste affermazioni contengono giudizi molto duri e dati che richiederebbero verifiche distinte, ma individuano comunque materie amministrative precise, sulle quali il Comune e le forze di centrosinistra devono rispondere nel merito.

Il numero dei partecipanti alla manifestazione è, invece, oggetto di valutazioni divergenti. Potere al Popolo parla di circa trecento o quattrocento presenze e di un “flop”; altre cronache descrivono una piazza non enorme ma sostanzialmente occupata da militanti, cittadini e curiosi. In assenza di una rilevazione indipendente e verificabile, il numero non può essere utilizzato come prova scientifica né del successo né del fallimento dell’iniziativa.

La questione decisiva, però, era politica e non aritmetica.

Che cosa significa oggi “alternativa alla destra”?

È sufficiente unire Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra? Oppure una coalizione alternativa deve anche definire una chiara discontinuità nel lavoro, nella distribuzione della ricchezza, nella politica urbana e soprattutto nella politica estera?

La domanda rimossa: quale politica estera?

Potere al Popolo non chiede semplicemente al Campo largo di esprimere una maggiore sensibilità umanitaria. Chiede un vero disallineamento strategico.

Il suo programma propone esplicitamente l’uscita dell’Italia dalla NATO, la chiusura delle basi statunitensi, la neutralità italiana nei conflitti tra l’Alleanza atlantica e le altre potenze, il ritiro delle missioni militari all’estero e il blocco del transito di armi destinate ai teatri di guerra. Sul conflitto israelo-palestinese sostiene l’autodeterminazione palestinese e chiede che il governo israeliano venga perseguito per genocidio e crimini contro l’umanità.

In un documento del 16 giugno 2026, il movimento ha definito il proprio progetto alternativo non soltanto alla destra, ma anche al Campo largo, dichiarandosi contrario al “partito unico” del riarmo, della NATO e dell’alleanza con Stati Uniti e Israele.

Non si tratta, dunque, di una sfumatura programmatica.

Tra Potere al Popolo e una parte rilevante del centrosinistra esiste una divergenza strutturale sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Il Pd rimane una forza europeista e atlantista. Il Movimento 5 Stelle è molto più critico verso il riarmo e l’invio di armi, ma non propone automaticamente l’uscita dalla NATO. Alleanza Verdi e Sinistra esprime posizioni nettamente critiche verso il governo israeliano e verso l’aumento delle spese militari, ma partecipa a una coalizione nella quale convivono orientamenti differenti.

È proprio questa ambiguità che Potere al Popolo voleva portare in piazza.

Un futuro governo di centrosinistra continuerebbe a considerare il rapporto strategico con Washington come il perno non negoziabile della politica estera italiana? Rispetterebbe gli obiettivi di spesa militare decisi in sede NATO? Continuerebbe la cooperazione militare con Israele? Sospenderebbe le forniture di armi e gli accordi che possono contribuire alle operazioni israeliane nei territori palestinesi? Riconoscerebbe senza condizioni lo Stato di Palestina?

Sono domande legittime.

Il fatto che il programma di Potere al Popolo offra risposte radicali, discutibili e per alcuni aspetti difficili da attuare non rende irrilevanti le domande.

Gaza e il rigore delle parole

Anche il termine “genocidio” richiede rigore.

Potere al Popolo qualifica direttamente come genocida la politica del governo israeliano verso i palestinesi. Si tratta di una precisa posizione politica e giuridica del movimento, condivisa da numerosi studiosi, organizzazioni umanitarie e settori dell’opinione pubblica internazionale.

Ma in un’analisi non partigiana è necessario distinguere l’accusa dalla conclusione giudiziaria definitiva.

Il termine genocidio non indica genericamente una guerra particolarmente crudele o un elevato numero di vittime. Nel diritto internazionale richiede la prova dell’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Parlare di possibili atti genocidari, di rischio di genocidio o di una politica accusata di genocidio non equivale quindi ad affermare che l’intero contenzioso sia già stato definitivamente deciso da un tribunale internazionale.

Questa prudenza terminologica non deve però diventare una maniera elegante per eludere la sostanza.

L’immensa distruzione, le vittime civili, gli sfollamenti, le limitazioni agli aiuti umanitari, l’espansione degli insediamenti e le dichiarazioni di esponenti politici israeliani pongono problemi morali e giuridici che nessun governo italiano può liquidare con formule diplomatiche.

Il Campo largo deve chiarire se considera il rispetto del diritto internazionale un elemento vincolante della propria politica oppure un valore subordinato alle relazioni strategiche con Washington e Tel Aviv.

Potere al Popolo chiede una rottura totale con l’attuale collocazione.

Si può ritenere questa proposta irrealistica, rischiosa o geopoliticamente ingenua. L’uscita dalla NATO modificherebbe profondamente la sicurezza, le alleanze, l’industria militare e la posizione internazionale dell’Italia. Un programma scientificamente credibile dovrebbe spiegare con quali garanzie alternative difendere il Paese, come gestire il Mediterraneo, quale sistema di sicurezza europea costruire e come affrontare la pressione delle grandi potenze.

Il non allineamento, infatti, non è una parola magica.

Richiede capacità diplomatica, autonomia energetica, strumenti di difesa, alleanze multilaterali e risorse economiche. Senza queste condizioni, rischia di trasformarsi da indipendenza in vulnerabilità.

Ma neppure l’atlantismo può essere trattato come un dogma sottratto al dibattito democratico.

Essere alleati degli Stati Uniti non significa dover approvare ogni scelta di Washington. Appartenere alla NATO non obbliga a rinunciare alla critica politica, al diritto internazionale o a una posizione autonoma sul conflitto israelo-palestinese.

La vera questione per il centrosinistra non è dunque scegliere immediatamente tra obbedienza atlantica e uscita dall’Alleanza. È stabilire se l’Italia possa essere un alleato con una propria voce o debba restare un Paese strutturalmente subordinato.

Napoli non è soltanto un palcoscenico

La contestazione ha anche ricordato una verità spesso dimenticata dalle coalizioni nazionali: non si può utilizzare una città come simbolo del buon governo senza accettare che quella stessa città presenti il conto delle proprie contraddizioni.

Napoli è amministrata dal sindaco Gaetano Manfredi ed è governata, a livello regionale, da una coalizione riconducibile al centrosinistra. Per questo la richiesta di Potere al Popolo di discutere salario, casa, tirocini, turismo e Bagnoli non può essere respinta come un’intrusione esterna.

Chi governa deve essere giudicato su ciò che realizza, non soltanto sulle intenzioni dichiarate.

Il Campo largo si propone di trasformare l’esperienza delle amministrazioni locali in una credenziale nazionale. È una scelta comprensibile. Ma allora deve accettare anche il controllo sui risultati, sui ritardi e sulle promesse non mantenute.

La delibera sul salario minimo negli appalti, per esempio, non può costituire soltanto un titolo politico. Occorre verificare in quali contratti sia stata applicata, quali ostacoli normativi o amministrativi siano intervenuti, quanti lavoratori ne abbiano effettivamente beneficiato e quali responsabilità appartengano al Comune, alle aziende o al governo nazionale.

Lo stesso vale per Bagnoli.

Ridurre tutto alla formula “sviluppo contro immobilismo” sarebbe fuorviante. Bisogna valutare la bonifica, la destinazione pubblica della costa, gli investimenti, gli effetti sociali, la trasparenza degli affidamenti e il rischio che un grande evento produca rendite private senza un miglioramento duraturo per gli abitanti.

Il rigore scientifico comincia qui: trasformare gli slogan in domande verificabili.

L’antifascismo non è una scomunica

Angelo Bonelli ha sostenuto che dalla contestazione avrebbero tratto vantaggio i fascisti, mentre Elly Schlein ha ribadito la necessità di non fare più regali alla destra attraverso le divisioni.

È una preoccupazione politicamente comprensibile.

Il sistema elettorale e la distribuzione del consenso possono effettivamente favorire il centrodestra quando le opposizioni si frammentano. Ma trasformare questa constatazione in un obbligo morale all’unità sarebbe un errore.

In democrazia, nessuna forza è tenuta a sostenere una coalizione soltanto perché l’alternativa potrebbe essere peggiore.

Il cosiddetto “voto utile” ha una propria razionalità, ma non può sostituire indefinitamente la costruzione di un progetto. Se una parte degli elettori popolari non riconosce nel centrosinistra una reale alternativa economica e internazionale, accusarla di favorire la destra non risolve il problema della rappresentanza.

Al contrario, può aggravarlo.

L’antifascismo non dovrebbe essere utilizzato come una frontiera elettorale capace di separare automaticamente i buoni dai cattivi. Deve tradursi nella difesa sostanziale del pluralismo, dei diritti sociali, del lavoro, della pace, dell’uguaglianza e delle libertà costituzionali.

Un centrosinistra che invoca l’antifascismo, ma rifiuta di discutere le proprie politiche economiche o militari, rischia di ridurlo a una parola identitaria.

Una sinistra radicale che, in nome dell’antifascismo, impedisse sistematicamente agli avversari di parlare cadrebbe però nella stessa contraddizione.

La democrazia non consiste nel riconoscere la libertà soltanto a chi condivide la nostra idea di emancipazione.

Il dissenso deve diventare proposta

Potere al Popolo ha il merito di indicare contraddizioni che il Campo largo preferirebbe rinviare.

Ma anche il movimento radicale deve affrontare una prova di maturità.

Interrompere un comizio produce visibilità; non costruisce necessariamente consenso. Gridare che destra e centrosinistra sono equivalenti può mobilitare una minoranza convinta, ma rischia di cancellare differenze reali nella legislazione sociale, nei diritti civili, nella giustizia, nell’immigrazione e nella qualità democratica delle istituzioni.

Dire che due coalizioni condividono alcuni orientamenti non significa dimostrare che siano identiche.

Il rigore richiede di misurare sia le continuità sia le differenze.

Il centrosinistra ha effettivamente partecipato, nelle sue diverse stagioni, a politiche di precarizzazione del lavoro, privatizzazione, contenimento della spesa sociale e adesione alle strategie atlantiche. Ma al suo interno esistono orientamenti diversi, conflitti reali e possibilità di cambiamento che non possono essere ignorati.

Potere al Popolo deve quindi spiegare come intenda trasformare la protesta in una forza capace di governare, quali alleanze sociali voglia costruire e come tradurre la propria politica estera in un sistema sostenibile di sicurezza e cooperazione.

Il Campo largo, dal canto suo, deve smettere di pensare che l’unità dei dirigenti coincida automaticamente con quella del popolo progressista.

Una fotografia con quattro leader non basta a creare una coalizione sociale.

La piazza ha formulato una domanda

La sera di Napoli non ha dimostrato che Potere al Popolo sia fascista. Non ha neppure dimostrato che il Campo largo sia semplicemente uguale alla destra.

Ha mostrato qualcosa di più interessante: l’opposizione a Giorgia Meloni è attraversata da una frattura profonda.

Da una parte vi è chi ritiene prioritario unire tutte le forze disponibili per sconfiggere il centrodestra. Dall’altra vi è chi considera inutile cambiare governo senza modificare il rapporto con il capitale, la NATO, gli Stati Uniti, il riarmo e Israele.

Sono due strategie diverse.

La prima rischia di sacrificare la chiarezza programmatica all’urgenza elettorale. La seconda rischia di sacrificare l’efficacia politica alla purezza identitaria.

Il compito della politica sarebbe farle confrontare apertamente, non coprire il dissenso con le grida o con le scomuniche.

Potere al Popolo avrebbe potuto rendere più forte la propria critica evitando di impedire gli interventi. Il Campo largo avrebbe potuto mostrare maggiore autorevolezza concedendo uno spazio pubblico e trasparente alle domande, senza ridurre tutto a una provocazione utile ai fascisti.

Entrambi hanno perso un’occasione.

Ma la responsabilità maggiore appartiene sempre a chi aspira a governare. È il Campo largo a dover spiegare quale Italia intenda costruire, non soltanto quale governo voglia sostituire.

Vuole ridurre le disuguaglianze con una patrimoniale e una nuova politica salariale? Vuole limitare la rendita immobiliare e turistica nelle città? Vuole contrastare davvero la precarietà? Vuole opporsi al riarmo? Quale rapporto intende mantenere con la NATO? Quali conseguenze concrete è disposto a trarre di fronte alle condotte del governo israeliano verso i palestinesi?

Senza risposte, l’unità rimarrà una tecnica elettorale. E una coalizione può anche vincere le elezioni senza diventare un’alternativa.

La contestazione di Napoli, depurata dagli slogan e dalle reciproche accuse, ha lasciato proprio questa domanda: il Campo largo vuole soltanto governare al posto della destra o intende cambiare le politiche che hanno reso possibile la sua vittoria?

Finché non risponderà, il dissenso continuerà a tornare.

Talvolta con una domanda. Talvolta con un fischio. Talvolta con il rumore scomposto di una piazza che non si sente rappresentata.

La protesta di Potere al Popolo ha temporaneamente limitato il diritto degli organizzatori a svolgere il comizio, ma non può essere liquidata come squadrismo. Ha posto questioni concrete su Napoli e una domanda politica nazionale: un futuro governo di centrosinistra sarebbe capace di una reale autonomia dagli Stati Uniti, dalla NATO, dal riarmo e dal sostegno alla politica israeliana verso i palestinesi? Il Campo largo può contestare il metodo, ma non può continuare a eludere il merito.

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