Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi mentre il feretro di Ali Khamenei raggiunge Mashhad. Nello Stretto di Hormuz non passa soltanto il petrolio del mondo: passa il confine sempre più sottile tra deterrenza e catastrofe.
Washington parla di rappresaglia, Teheran di resistenza. Ma quando i missili attraversano Kuwait, Bahrein, Qatar e Giordania, nessuno può più illudersi che la guerra resti confinata tra due nemici.
Il Medio Oriente è tornato a vivere nell’ora sospesa che precede le guerre più grandi: quella in cui tutti dichiarano di non volerle, mentre compiono metodicamente ogni gesto necessario a renderle inevitabili.
Gli Stati Uniti hanno nuovamente bombardato il territorio iraniano. Il Comando centrale americano ha dichiarato di aver colpito circa novanta obiettivi militari lungo la costa, tra sistemi di difesa aerea, depositi di missili e droni, apparati di sorveglianza, infrastrutture navali e logistiche. Le esplosioni hanno interessato, tra le altre località, Bandar Abbas, Sirik, Chabahar e le aree prospicienti lo Stretto di Hormuz. Washington sostiene di aver agito per impedire all’Iran di minacciare la libertà di navigazione e di colpire le navi commerciali.
Teheran ha risposto con missili e droni diretti contro installazioni militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar e Giordania. Le difese dei Paesi coinvolti hanno intercettato gran parte degli ordigni; al momento non risultano vittime tra il personale americano, mentre il Kuwait ha segnalato almeno un ferito provocato dalla caduta di frammenti.
È la geometria ormai consueta dell’escalation: un attacco viene definito “limitato”, la rappresaglia “proporzionata”, quello successivo “necessario”. Ogni potenza sostiene di agire soltanto in risposta all’altra. Nessuno, apparentemente, comincia mai una guerra. Eppure le guerre cominciano.
Il presidente Donald Trump afferma di non volere un conflitto prolungato, ma ha contemporaneamente dichiarato che il cessate il fuoco è sostanzialmente finito, minacciando conseguenze ancora più dure qualora l’Iran continui ad attaccare le navi nello Stretto. Teheran, da parte sua, rivendica il diritto di controllare il passaggio marittimo e avverte che Hormuz potrà riaprirsi soltanto alle condizioni stabilite dagli accordi iraniani.
Tra queste due retoriche, entrambe costruite sul linguaggio della forza, si trova lo stretto passaggio attraverso cui transita una parte essenziale dell’energia mondiale.
Hormuz non è semplicemente un punto sulla carta geografica. È una gola marittima capace di trasformare una crisi regionale in un terremoto economico globale. Dopo i raid, il traffico navale è stato fortemente ridotto e in parte ricondotto verso rotte autorizzate dall’Iran. Il rischio non riguarda soltanto il prezzo del petrolio, ma la libertà di navigazione, le assicurazioni marittime, le catene di approvvigionamento e la stabilità delle economie europee e asiatiche.
È qui che la guerra mostra il suo volto moderno. Non occorre necessariamente occupare una capitale. Basta impedire a una petroliera di attraversare uno stretto, colpire un ponte ferroviario, danneggiare una centrale di comunicazione, chiudere un porto o costringere le compagnie di navigazione a cambiare rotta.
La guerra contemporanea non distrugge soltanto gli eserciti. Interrompe i collegamenti, moltiplica i costi, produce scarsità e trasferisce la sofferenza su popolazioni lontane migliaia di chilometri dal campo di battaglia.
Mentre gli aerei americani colpivano il sud dell’Iran e i missili iraniani attraversavano il cielo del Golfo, il feretro di Ali Khamenei giungeva a Mashhad per la sepoltura. La salma era stata trasferita dall’Iraq dopo le cerimonie nelle città sante sciite di Najaf e Karbala. Il lungo itinerario funebre, iniziato in Iran e proseguito attraverso i grandi centri religiosi dello sciismo, è stato costruito anche come una rappresentazione politica della continuità della Repubblica islamica.
In questo scenario, il funerale del leader supremo non è soltanto un rito di lutto.
È una liturgia del potere.
La bara che attraversa le città sante racconta al popolo iraniano che la morte del capo non coincide con la fine del sistema. Le folle, le bandiere, i simboli religiosi e il trasferimento verso Mashhad servono a trasformare la perdita in legittimazione, il dolore in mobilitazione, il cadavere del leader in fondamento di una nuova fase politica.
Ogni regime conosce la forza dei funerali. Nella morte, il capo non deve più rispondere delle proprie scelte e può essere trasformato in martire, padre della patria o vittima del nemico esterno.
Ma anche Washington utilizza una propria liturgia politica. È quella della rappresaglia tecnologica, dell’obiettivo militare selezionato, della “lezione” impartita all’avversario. Gli attacchi vengono presentati come chirurgici, necessari e destinati a ristabilire la deterrenza.
Il problema è che la deterrenza funziona soltanto quando il nemico crede che fermarsi sia meno pericoloso che reagire.
L’Iran, invece, ritiene che non rispondere significherebbe mostrare debolezza, perdere prestigio regionale e compromettere la credibilità delle Guardie rivoluzionarie. Gli Stati Uniti, a loro volta, considerano ogni attacco contro una propria base o contro una nave commerciale come una sfida che non può restare impunita.
Entrambe le parti sono quindi prigioniere della stessa logica: la paura di apparire deboli.
È una trappola antica. Le potenze entrano in guerra non sempre perché desiderano conquistarne i benefici, ma perché temono il prezzo politico della moderazione. Ogni apertura viene interpretata come cedimento; ogni trattativa come un premio concesso all’aggressore; ogni pausa come il tempo offerto al nemico per riarmarsi.
Eppure la diplomazia non è il contrario della forza. È il suo governo razionale.
Oman, Turchia, Arabia Saudita e altri attori regionali stanno tentando di mantenere aperti canali di comunicazione. Lo stesso ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto colloqui con diversi omologhi della regione, mentre gli appelli alla de-escalation si moltiplicano.
Ma la diplomazia può funzionare soltanto se viene considerata uno strumento per uscire dal conflitto, non una pausa tattica per preparare il prossimo attacco.
Il punto più inquietante della crisi non è infatti il singolo raid, per quanto grave. È l’allargamento progressivo dello spazio militare.
Kuwait, Bahrein, Qatar e Giordania ospitano forze o installazioni statunitensi, ma sono anche Stati sovrani, con popolazioni, città, aeroporti ed economie che rischiano di essere trascinati nella guerra. Ogni missile diretto contro una base americana attraversa il territorio di un Paese che può essere costretto a reagire. Ogni frammento caduto su un’abitazione può trasformare una rappresaglia simbolica in un nuovo fronte.
La guerra regionale non nasce necessariamente da una decisione solenne. Può nascere da un errore di calcolo, da un missile intercettato troppo tardi, da una base colpita con molte vittime, da una nave affondata o da un comandante locale che interpreta male un ordine.
Gli Stati Uniti sostengono di proteggere la navigazione internazionale. L’Iran sostiene di difendere la propria sovranità. Entrambe le affermazioni contengono una parte di verità e nascondono una parte di propaganda.
È vero che nessuno Stato può rivendicare il diritto di attaccare liberamente le navi mercantili o di chiudere unilateralmente una rotta internazionale. Ma è altrettanto vero che il bombardamento di un territorio sovrano non diventa automaticamente legittimo perché viene definito rappresaglia.
La Carta delle Nazioni Unite, continuamente invocata e continuamente aggirata, è ormai trattata dalle potenze come un testo da citare contro il nemico e da dimenticare quando limita le proprie azioni.
Anche il dolore dei civili viene assorbito nella propaganda.
L’Iran riferisce almeno quattordici morti e settantotto feriti negli ultimi due giorni di raid statunitensi. Le autorità americane insistono sulla natura militare degli obiettivi. Le testimonianze provenienti dalle città costiere raccontano però paura, esplosioni ripetute, difficoltà nei collegamenti e crescente insicurezza per popolazioni già segnate da mesi di guerra.
Il linguaggio militare trasforma tutto in infrastrutture, capacità, obiettivi e assetti strategici.
Ma sotto ogni “infrastruttura logistica” esiste una strada percorsa da persone. Accanto a ogni porto vivono famiglie di pescatori. Attorno a ogni ponte ferroviario si organizza la vita quotidiana di una comunità. Quando un collegamento viene distrutto, non si colpisce soltanto la capacità militare di uno Stato: si restringe lo spazio vitale di migliaia di individui.
La comunità internazionale dovrebbe chiedere tre cose immediate.
La prima è la cessazione degli attacchi contro le navi civili e la garanzia della libertà di navigazione attraverso Hormuz, sotto una supervisione internazionale credibile.
La seconda è la sospensione dei bombardamenti e dei lanci di missili contro le basi situate nei Paesi del Golfo, prima che un incidente provochi una reazione incontrollabile.
La terza è il ritorno a un negoziato che affronti insieme la sicurezza marittima, il programma militare e nucleare iraniano, le sanzioni, le garanzie regionali e la presenza americana nel Golfo.
Un accordo limitato a un solo elemento sarebbe fragile. La crisi nasce da un intreccio di questioni che non possono essere sciolte separatamente.
C’è poi una responsabilità particolare dell’Europa.
Il continente continua a dichiararsi preoccupato, ma troppo spesso si limita a commentare decisioni prese altrove. Eppure l’Europa è direttamente esposta alle conseguenze economiche, energetiche, migratorie e politiche di una guerra nel Golfo. Dovrebbe proporre una conferenza internazionale permanente sullo Stretto di Hormuz, coinvolgendo gli Stati rivieraschi, le grandi potenze importatrici di energia e le organizzazioni marittime.
Non basta chiedere genericamente moderazione. Occorre costruire il luogo nel quale la moderazione possa diventare un accordo verificabile.
Anche le religioni hanno una responsabilità.
A Mashhad, Najaf e Karbala la fede sciita viene utilizzata per dare forma pubblica al lutto e all’identità nazionale iraniana. In Occidente, il linguaggio politico ricorre spesso a categorie quasi messianiche: il bene contro il male, la civiltà contro la barbarie, la libertà contro il fanatismo.
Ma quando la religione benedice la volontà di potenza, smette di interrogare le coscienze e diventa parte dell’apparato bellico.
La pace non consiste nel dichiarare moralmente puro il proprio campo. Consiste nel riconoscere che anche il nemico possiede una popolazione, una storia, paure e diritti che non possono essere cancellati.
Naturalmente non esiste equivalenza automatica tra tutti gli attori. Le responsabilità politiche, militari e giuridiche devono essere accertate distintamente. Ma nessuna responsabilità dell’avversario autorizza a ignorare le conseguenze delle proprie azioni.
Trump afferma che l’Iran vuole un accordo, ma dubita che lo rispetterà. Teheran accusa Washington di aver violato le intese precedenti. È il cuore della crisi: nessuno si fida più della parola dell’altro.
Quando viene meno la fiducia, resta soltanto la verifica. Per questo qualunque nuova intesa dovrà essere fondata su controlli indipendenti, tempi precisi, meccanismi automatici di arbitrato e garanzie offerte anche da potenze esterne al conflitto.
Non servono dichiarazioni di amicizia. Servono procedure che rendano la violazione più costosa dell’adempimento.
Lo Stretto di Hormuz è oggi la metafora del mondo: una porta stretta, circondata da arsenali, attraverso la quale tutti devono passare.
Da una parte c’è la pretesa americana di garantire l’ordine marittimo con la forza. Dall’altra, la volontà iraniana di dimostrare che nessun ordine regionale può essere imposto senza il suo consenso. Tra le due potenze transitano le navi, l’energia, l’economia mondiale e milioni di vite che non hanno alcuna voce nelle decisioni dei generali.
La bara di Khamenei giunta a Mashhad sembra chiudere un’epoca. Ma potrebbe invece inaugurare una stagione ancora più dura, nella quale la nuova leadership iraniana cercherà legittimità attraverso la resistenza militare e gli Stati Uniti tenteranno di sfruttare la vulnerabilità del regime.
È proprio in questi passaggi di potere che le guerre diventano più probabili. Chi succede a un leader forte teme di mostrarsi incerto. Chi considera il nemico indebolito è tentato di colpirlo prima che si ricomponga.
La vera forza, oggi, non sarebbe bombardare altri novanta obiettivi o lanciare altri dieci missili.
Sarebbe interrompere la catena della rappresaglia.
Sarebbe accettare che la vittoria assoluta non esiste e che persino una potenza militare superiore non può governare indefinitamente una regione attraverso il terrore, le sanzioni e i raid.
Sarebbe riconoscere che l’Iran non può trasformare Hormuz in un’arma puntata contro il mondo, ma anche che gli Stati Uniti non possono considerare il Golfo una propria area di sovranità militare permanente.
Ogni guerra comincia con uomini che promettono di controllarla.
Poi sono le bombe a stabilirne il corso.
Nel giorno in cui Ali Khamenei viene sepolto a Mashhad, Stati Uniti e Iran tornano a scambiarsi raid, missili e minacce. Lo Stretto di Hormuz rischia di diventare la miccia di un conflitto regionale capace di travolgere il Golfo e l’economia mondiale. La vera alternativa non è tra la vittoria di Washington e quella di Teheran, ma tra una diplomazia verificabile e una guerra che nessuno potrà più contenere.
