Il collasso della rete elettrica cubana non può essere separato dal bloqueo imposto dagli Stati Uniti. Quando si impedisce a un Paese di acquistare petrolio, pezzi di ricambio, tecnologie e credito, il blackout smette di essere soltanto una crisi energetica e diventa uno strumento di guerra economica contro un’intera popolazione.
Il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riapre il dibattito sull’embargo, mentre l’Italia sceglie l’astensione. Cuba, che durante la pandemia inviò medici nel nostro Paese, oggi viene lasciata sola davanti a una punizione collettiva lunga più di sessant’anni.
Cuba è tornata al buio.
Non si tratta soltanto di un’immagine letteraria. Il nuovo collasso del sistema elettrico nazionale ha privato milioni di persone della corrente necessaria per illuminare le abitazioni, conservare gli alimenti, pompare l’acqua, alimentare gli ospedali e affrontare il caldo dell’estate caraibica.
Quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Si ferma un frigorifero, si interrompe un’apparecchiatura sanitaria, si blocca un ascensore, si riduce la produzione del pane, diventa più difficile distribuire l’acqua. Ogni ora senza corrente entra nelle case e modifica la vita concreta delle famiglie.
La crisi cubana viene spesso raccontata come se fosse il semplice fallimento di un sistema economico incapace di funzionare. Si ricordano le centrali obsolete, gli investimenti insufficienti, gli errori nella gestione delle risorse. Tutto questo può e deve essere discusso. Nessun Paese è esente da responsabilità interne e nessun governo può considerarsi sottratto alla critica.
Ma fermarsi qui significa amputare la realtà.
Cuba non è un’isola che affronta liberamente i propri problemi economici. È un Paese sottoposto da oltre sessant’anni a un sistema di coercizione commerciale, finanziaria ed energetica concepito dalla maggiore potenza economica e militare del mondo.
Non è possibile giudicare la capacità di una nazione di riparare le proprie centrali senza ricordare che le imprese che potrebbero venderle componenti temono sanzioni. Non è possibile accusarla di non acquistare combustibile senza dire che fornitori e governi terzi vengono minacciati di ritorsioni. Non è possibile invocare la modernizzazione tecnologica ignorando le restrizioni bancarie, assicurative e commerciali che rendono ogni operazione più costosa, lenta e incerta.
Il bloqueo non è lo sfondo della crisi cubana.
È una delle sue cause decisive.
Il buio come politica
Gli Stati Uniti sostengono che le misure contro Cuba siano indirizzate al governo e non alla popolazione. Ma questa distinzione crolla davanti alla realtà.
Il carburante che non arriva non distingue tra un dirigente e un bambino.
La centrale che non può essere riparata non spegne soltanto gli uffici delle istituzioni: spegne gli ospedali, le scuole e le abitazioni.
La banca che rifiuta una transazione non danneggia un’astratta struttura politica: impedisce l’acquisto di medicinali, materie prime e tecnologie.
Le sanzioni economiche generali vengono spesso presentate come un’alternativa pacifica alla guerra. In realtà possono diventare una guerra condotta con altri strumenti: senza bombardamenti visibili, ma con effetti quotidiani sulla salute, sull’alimentazione e sulla dignità delle persone.
A Cuba, la scarsità energetica viene utilizzata come leva politica.
Ridurre l’accesso al petrolio significa aumentare i blackout. Aumentare i blackout significa esasperare la popolazione. Esasperare la popolazione significa sperare che la pressione sociale produca il collasso delle istituzioni.
È una strategia conosciuta: rendere la vita insostenibile per convincere un popolo a rovesciare il proprio governo.
Ma la libertà non nasce dalla fame e la democrazia non si costruisce spegnendo gli ospedali.
Chi dichiara di voler liberare i cubani dovrebbe cominciare dal riconoscere il loro diritto a vivere senza essere sottoposti a una punizione economica collettiva.
Non un semplice embargo
La parola “embargo” evoca una misura bilaterale: gli Stati Uniti decidono di non commerciare con Cuba. Se fosse soltanto questo, si potrebbe discutere di una scelta sovrana, per quanto discutibile, compiuta da Washington.
Ma il termine cubano bloqueo descrive una realtà più ampia.
Le misure statunitensi esercitano effetti extraterritoriali. Colpiscono o minacciano imprese, banche, assicurazioni e Paesi che intrattengono rapporti con l’isola. Rendono rischioso trasportare petrolio, finanziare un investimento o vendere una tecnologia.
Non occorrono navi da guerra davanti ai porti per realizzare un blocco moderno.
Basta una banca che teme di essere esclusa dal mercato americano. Basta un armatore che non trova una copertura assicurativa.
Basta un governo che sospende una fornitura per evitare dazi o rappresaglie. Basta un’impresa che conclude che commerciare con Cuba sia troppo pericoloso.
Il risultato è che la merce non parte, il petrolio non arriva, il pezzo di ricambio resta in magazzino e la centrale continua a deteriorarsi.
Per questo il bloqueo non può essere ridotto a un alibi propagandistico del governo cubano. La sua esistenza è concreta, misurabile e riconosciuta ogni anno dalla maggioranza della comunità internazionale.
Il voto dell’ONU
La decisione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riaprire il dibattito sulla necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti assume un grande valore politico.
La richiesta è stata accolta con 136 voti favorevoli, 9 contrari e 30 astensioni.
È necessario precisare che non si trattava ancora del tradizionale voto annuale sulla risoluzione contro il bloqueo, ma della decisione di riaprire il confronto all’interno della stessa sessione. La distinzione procedurale è importante, ma non cancella il significato sostanziale del risultato.
Una larghissima maggioranza degli Stati ha riconosciuto che la questione cubana non può essere archiviata.
Il voto dimostra ancora una volta l’isolamento della politica statunitense verso l’isola. Washington possiede la forza economica per mantenere le sanzioni, ma non riesce a ottenere una legittimazione internazionale paragonabile alla propria potenza.
Il mondo non considera normale che una misura nata nel clima della Guerra fredda continui a determinare la vita di milioni di persone nel XXI secolo.
Dopo oltre sessant’anni, il bloqueo non ha prodotto la democrazia promessa.
Non ha migliorato le condizioni del popolo cubano. Non ha favorito un dialogo politico.
Ha invece alimentato scarsità, emigrazione, sfiducia e radicalizzazione.
Se una politica non raggiunge gli obiettivi dichiarati per più di mezzo secolo, ma continua a infliggere sofferenze alla popolazione, non è più credibile definirla uno strumento temporaneo di pressione.
È diventata una punizione permanente.
Cuba non chiede indulgenza
Difendere Cuba non significa dichiarare perfetto tutto ciò che avviene nell’isola.
Non significa negare i problemi economici, le lentezze amministrative o la necessità di rinnovare il sistema energetico.
Significa rifiutare il metodo con cui una grande potenza pretende di determinare dall’esterno il futuro politico di un Paese sovrano.
I cubani hanno il diritto di discutere le proprie istituzioni, criticare i propri governanti e chiedere cambiamenti. Ma questo diritto appartiene al popolo cubano, non al governo degli Stati Uniti.
La sovranità non vale soltanto per i Paesi alleati dell’Occidente.
Non può essere invocata per l’Ucraina e dimenticata per Cuba.
Non può essere difesa quando uno Stato è minacciato militarmente e ignorata quando viene strangolato attraverso il sistema finanziario, commerciale ed energetico.
Ogni popolo deve poter decidere il proprio ordinamento senza essere costretto a scegliere sotto la pressione della fame, del buio e della scarsità.
La responsabilità storica degli Stati Uniti
Il rapporto tra Stati Uniti e Cuba non nasce nel 1959.
Per lungo tempo Washington ha considerato l’isola come una propria area naturale di influenza. La storia cubana è attraversata da interventi, condizionamenti, pressioni economiche e tentativi di subordinazione.
La Rivoluzione cubana rappresentò anche la rottura di questo rapporto asimmetrico.
Si può discutere criticamente la sua evoluzione politica, ma non si può ignorare ciò che significò per milioni di latinoamericani: la dimostrazione che un piccolo Paese poteva sottrarsi al controllo della maggiore potenza continentale.
È anche per questo che Cuba è stata sottoposta a una pressione eccezionale.
Non soltanto per ciò che faceva, ma per ciò che rappresentava.
La sua esistenza costituiva un precedente: un’isola povera, a poche miglia dalla Florida, che rivendicava il diritto di scegliere un modello economico e sociale diverso da quello sostenuto da Washington.
Il bloqueo ha avuto così anche una funzione esemplare.
Colpire Cuba significava avvertire il resto dell’America Latina che l’autonomia politica avrebbe avuto un prezzo.
La dignità di un modello sociale
Cuba ha attraversato crisi profonde, errori, rigidità e contraddizioni. Eppure, nonostante risorse limitate e isolamento, ha costruito risultati sociali che non possono essere cancellati con un giudizio sommario.
Ha investito nell’alfabetizzazione, nell’istruzione universale e nella sanità pubblica. Ha formato medici, infermieri, ricercatori e biotecnologi.
Ha inviato personale sanitario in numerose regioni del mondo, spesso nelle aree più povere e dimenticate.
Ha sviluppato una pratica della cooperazione che non si è limitata all’esportazione di merci o all’estensione di basi militari, ma ha portato cure e competenze. Non si tratta di idealizzare.
Si tratta di riconoscere che un Paese piccolo, povero e sottoposto a una pressione straordinaria ha scelto di destinare una parte significativa delle proprie risorse alla salute e all’istruzione.
Questi risultati non rendono il sistema cubano immune dalla critica. Ma impediscono di liquidarlo come un semplice fallimento storico.
I medici cubani in Italia
L’Italia dovrebbe ricordare ciò che avvenne durante la pandemia.
Nel momento in cui gli ospedali erano travolti dall’emergenza, Cuba inviò medici e infermieri nel nostro Paese. Arrivarono quando la paura dominava le città, quando il personale sanitario italiano era allo stremo e quando nessuno conosceva ancora pienamente la natura del virus.
Non portarono armi, sanzioni o condizioni politiche. Portarono camici, competenze e solidarietà.
In Piemonte, il contingente cubano operò presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino. I sanitari effettuarono migliaia di interventi medici e procedure infermieristiche, assistendo pazienti in una delle fasi più drammatiche della storia recente italiana.
L’immagine della Mole Antonelliana illuminata con un ringraziamento a Cuba non fu soltanto un gesto simbolico.
Fu il riconoscimento di un debito umano. Oggi quel debito sembra dimenticato.
Non perché la riconoscenza debba trasformarsi in un’obbedienza diplomatica perpetua, ma perché chi ha ricevuto solidarietà dovrebbe almeno opporsi a una politica che nega a quel popolo carburante, medicinali e possibilità di sviluppo.
L’astensione italiana
La scelta dell’Italia di astenersi nel voto sulla riapertura del dibattito ONU è difficilmente comprensibile.
Non si chiedeva di approvare ogni decisione del governo cubano. Non si chiedeva di adottare il modello politico dell’Avana.
Non si chiedeva neppure di rompere le relazioni con Washington. Si chiedeva di riconoscere la necessità di discutere una misura che produce conseguenze umanitarie evidenti.
In questo contesto, l’astensione non appare neutrale.
Quando da una parte vi è una grande potenza che esercita una coercizione economica e dall’altra un popolo sottoposto da decenni alle sue conseguenze, non prendere posizione significa accettare la continuità dello stato di fatto.
L’Italia avrebbe dovuto votare a favore.
Avrebbe potuto farlo in nome del multilateralismo, del diritto internazionale, della propria tradizione diplomatica e della gratitudine verso il popolo cubano.
Avrebbe potuto ricordare che l’amicizia con gli Stati Uniti non obbliga a condividere ogni decisione americana. Un alleato non è un subordinato.
L’autonomia politica non consiste nel contrastare Washington per principio, ma nel saper dire di no quando una politica è ingiusta, inefficace e contraria agli interessi della popolazione civile.
L’Europa e il silenzio
Anche l’Europa dovrebbe interrogarsi.
Il continente si presenta come custode del multilateralismo e del diritto internazionale, ma spesso accetta passivamente l’applicazione extraterritoriale delle sanzioni americane.
Le imprese europee rinunciano a commerciare con Cuba non sempre perché la legislazione europea lo vieti, ma perché temono conseguenze sul mercato statunitense.
In questo modo, l’Europa finisce per applicare indirettamente una politica che formalmente dichiara di non condividere.
È una rinuncia alla sovranità economica.
Un’Unione europea realmente autonoma dovrebbe proteggere le proprie aziende dalle sanzioni extraterritoriali, garantire canali finanziari legittimi e sostenere investimenti nel sistema energetico cubano.
Non per sostituire una dipendenza con un’altra, ma per consentire all’isola di diversificare le proprie relazioni economiche e ridurre la vulnerabilità.
La transizione energetica cubana potrebbe diventare un terreno concreto di cooperazione internazionale: fonti rinnovabili, reti decentralizzate, accumulo energetico, manutenzione e formazione tecnica.
Ma nessun progetto serio può svilupparsi finché ogni impresa teme di essere punita per il semplice fatto di lavorare con Cuba.
Il doppio standard internazionale
La vicenda cubana rivela ancora una volta il doppio standard del sistema internazionale. Le sanzioni vengono condannate quando colpiscono gli alleati e giustificate quando sono imposte agli avversari.
La sovranità viene considerata inviolabile per alcuni Stati e negoziabile per altri.
Le decisioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite vengono celebrate quando coincidono con gli interessi delle grandi potenze e ignorate quando li contraddicono.
Da decenni la comunità internazionale chiede la fine del bloqueo. Eppure Washington continua a mantenerlo.
Questo dimostra il limite di un ordine internazionale nel quale il consenso della maggioranza degli Stati non riesce a tradursi in effetti concreti quando si scontra con la volontà di una potenza dominante.
Cuba diventa così un simbolo di una questione più ampia: chi decide le regole del mondo?
Le Nazioni Unite o gli Stati più forti? Il diritto internazionale o il potere economico? La sovranità dei popoli o la capacità di imporre sanzioni?
Il blackout morale
Il vero blackout non è soltanto quello che ha spento le città cubane.
Esiste un blackout morale quando si osserva un ospedale senza corrente e si continua a sostenere che il bloqueo colpisca soltanto il governo.
Esiste un blackout politico quando si pretende che la sofferenza della popolazione produca il risultato che sessant’anni di pressioni non hanno ottenuto.
Esiste un blackout diplomatico quando un Paese come l’Italia non trova il coraggio di votare neppure a favore di un dibattito.
Esiste, infine, un blackout informativo quando ogni difficoltà cubana viene attribuita esclusivamente al socialismo, cancellando dalla narrazione l’embargo, le sanzioni secondarie e l’isolamento finanziario.
La crisi interna di Cuba può essere discussa.
Ma non può essere utilizzata per assolvere chi rende deliberatamente più difficile ogni soluzione.
Quando una casa brucia, si può domandare perché l’impianto fosse vecchio. Ma non si può ignorare chi ha chiuso l’acqua necessaria a spegnere l’incendio.
La resistenza di Cuba
Cuba è sopravvissuta alla Guerra fredda, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, alle crisi economiche, alle pressioni diplomatiche e a oltre sessant’anni di bloqueo.
Questa resistenza non può essere spiegata soltanto con la coercizione politica.
Nessun sistema sopravvive così a lungo senza una base di consenso, un’identità nazionale e una memoria storica condivisa.
Per molti cubani, difendere la Rivoluzione significa difendere l’indipendenza nazionale, l’istruzione pubblica, la sanità universale e la possibilità di non tornare a essere un’appendice economica degli Stati Uniti.
Esistono certamente posizioni differenti, critiche, delusioni e desideri di cambiamento. Ma la complessità della società cubana non può essere ridotta all’immagine di un popolo interamente ostaggio di un governo.
Il popolo cubano è protagonista della propria storia. Non attende di essere liberato da Washington.
Chiede, prima di tutto, di poter vivere senza che una potenza straniera trasformi il carburante, il cibo e le medicine in strumenti di ricatto.
Accendere Cuba
La priorità dovrebbe essere immediata: consentire all’isola di acquistare liberamente petrolio, pezzi di ricambio, medicinali e tecnologie energetiche.
Le restrizioni contro i fornitori e le imprese dei Paesi terzi devono essere rimosse.
Devono essere garantiti canali bancari e assicurativi che permettano transazioni legittime.
L’Unione europea e l’America Latina potrebbero promuovere un piano internazionale per la modernizzazione della rete elettrica cubana, fondato sulla cooperazione e non sulla subordinazione.
Nessun aiuto dovrebbe essere condizionato alla rinuncia della sovranità cubana.
La solidarietà non può diventare uno strumento per imporre dall’esterno il modello politico ed economico preferito dalle grandi potenze.
Cuba ha diritto a riformarsi secondo i propri tempi, le proprie istituzioni e le proprie decisioni.
La comunità internazionale può dialogare, cooperare, proporre e criticare. Non può affamare.
Una luce che riguarda tutti
Il voto dell’ONU non riaccenderà immediatamente le centrali cubane.
Ma ha riconosciuto una verità politica: il bloqueo non gode del consenso del mondo.
La maggioranza degli Stati comprende che l’assedio economico non rappresenta una soluzione, ma una parte del problema.
Cuba oggi ha bisogno di energia, investimenti e cooperazione.
Ha bisogno di poter comprare ciò che serve alla propria popolazione senza chiedere il permesso a Washington. Ha bisogno che le banche non trasformino ogni pagamento in una prova di coraggio. Ha bisogno che le imprese possano commerciare senza temere sanzioni. Ha bisogno che la comunità internazionale distingua la critica legittima da una politica di strangolamento.
Cuba ha bisogno di luce. Quella che alimenta gli ospedali, conserva i vaccini, fa funzionare gli acquedotti e permette ai bambini di studiare.
Ma anche quella della verità.
E la verità è che non si può sottoporre un popolo a sessant’anni di bloqueo e poi attribuire esclusivamente a quel popolo e al suo governo ogni conseguenza dell’assedio.
Difendere Cuba non significa negarne i problemi. Significa riconoscere il diritto dei cubani a risolverli senza una mano straniera stretta attorno alla loro economia.
Il buio che oggi avvolge l’isola non è soltanto il prodotto di centrali vecchie.
È anche l’ombra lunga di una politica statunitense che il mondo continua a condannare e che Washington continua ostinatamente a imporre.
Il blackout cubano non può essere separato dal bloqueo economico, finanziario ed energetico imposto dagli Stati Uniti. Le fragilità della rete esistono, ma Washington le aggrava impedendo all’isola di acquistare combustibile, tecnologie e pezzi di ricambio. Con 136 voti favorevoli, l’ONU ha riaperto il dibattito su una politica anacronistica che colpisce soprattutto la popolazione. L’astensione dell’Italia, aiutata dai medici cubani durante la pandemia, rappresenta un’occasione diplomatica e morale perduta.

