C’è una fotografia ideale che ogni anno il 25 aprile dovrebbe restituirci: il partigiano e il reduce, il fazzoletto tricolore al collo, la città che si ferma a ricordare. Non per nostalgia, ma per contratto civile. Per dire che l’Italia sa da dove viene e, soprattutto, sa da che parte stava.

Quest’anno quella fotografia è stata strappata. In più punti, in più modi, da più mani. E il risultato è un dittico grottesco e dolente che merita di essere guardato in faccia, senza sconti per nessuno.

Il primo quadro è una via di Roma, il 25 aprile, dietro il parco Schuster. Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, 62 e 65 anni, camminano con il fazzoletto dei partigiani intorno al collo. Non stanno facendo nulla di eversivo: stanno celebrando, come ogni anno, la Liberazione dal nazifascismo. Un ragazzo su uno scooter Honda bianco si ferma, allunga il braccio, spara pallini di plastica, fa inversione. Tredici secondi. Poi sparisce verso il Tevere.

Eitan Bondì, ventun anni, incensurato, iscritto alla Comunità ebraica di Roma, in questura avrebbe detto di far parte della Brigata ebraica. Non aveva, a quanto pare, un’idea precisa del perché. Ha detto che la situazione internazionale non c’entrava. Poi ha cominciato a tacere.

Qui bisogna fermarsi e compiere un gesto intellettuale che la polarizzazione tende a rendere difficile: distinguere i piani senza annullarli. La Brigata ebraica — quella vera, quella storica — è parte integrante della Resistenza italiana. Erano soldati ebrei che combatterono sotto la bandiera dell’ottava armata britannica, che liberarono paesi e città del Nord Italia, che portarono sulle loro mostrine la stella di Davide come risposta militare e morale alle leggi razziali. La loro memoria è sacra alla storia d’Italia, non nonostante il 25 aprile, ma dentro il 25 aprile. Confondere chi evoca quel nome per sparare sui partigiani con chi quella battaglia la combatté sul serio è un oltraggio alla storia prima ancora che alla logica.

E allora la domanda che Bondì — provato, pentito, prostrato, dicono chi lo ha visto — dovrà rispondere non è solo quella del PM. È una domanda morale: in nome di chi, esattamente, stava sparando? Contro chi, esattamente? Contro due anziani con un fazzoletto tricolore. Contro la memoria di chi, quel fazzoletto, lo aveva guadagnato rischiando la vita. Contro la tradizione antifascista dentro cui la stessa Brigata ebraica è nata.

Non è retorica. È un cortocircuito storico di proporzioni vertiginose.

Il secondo quadro è Milano, la sera dello stesso giorno, in via Paladini, sotto la casa di Sergio Ramelli. Duemila militanti neofascisti, file ordinate da dieci, torce accese, saluto romano, il «presente» chiamato tre volte. Una liturgia di partito travestita da commemorazione privata. Ramelli — giovane militante del Fronte della Gioventù, morto nel 1975 dopo un’aggressione brutale da parte di militanti di Avanguardia operaia — merita memoria e pietà come ogni vittima di violenza politica. Non c’è dubbio su questo. La violenza degli anni di piombo fu una ferita bilaterale, e i morti non si pesano né si gerarchizzano.

Ma quello che accade in via Paladini ogni anno non è commemorazione. È operazione. È la costruzione sistematica di una narrazione revisionista che mira a un risultato preciso: mettere tutto sullo stesso piano, chiamare parificazione ciò che è cancellazione, vendere come pacificazione ciò che è amnesia selettiva. L’assessore Romano La Russa — fratello del presidente del Senato — ha detto, con la faccia tosta che solo una certa destra sa sfoggiare, che i saluti romani spariranno «quando il 25 aprile sarà finalmente una festa di tutti». Come se il problema fosse la festa e non il saluto. Come se il gesto con cui si inneggiava al Duce fosse un’abitudine culturale da abbandonare gradualmente, con pazienza, nel tempo libero.

Non è un’ingenuità. È un programma.

Tra i due quadri, una domanda che attraversa entrambi: perché la violenza, quando è possibile il dialogo?

Non è una domanda ingenua. È la domanda più radicale che una democrazia possa porsi. Perché si spara — anche con pallini di plastica — a chi porta un fazzoletto? Perché si aggredisce di notte chi strappa un manifesto? Perché si lancia una bomba carta contro un centro sociale? Perché, ogni volta che la politica arretra, avanzano i corpi che si colpiscono?

La risposta, forse, sta nell’esaurimento delle idee. Non c’è più niente da dire, e allora si fa. Non c’è più un argomento, e allora si alza un braccio. Non c’è più una proposta, e allora si cerca un mito — Ramelli, la Brigata ebraica, il conflitto israelo-palestinese traslato sui marciapiedi romani — e lo si abita come una retrovia. Come un bunker ideologico in cui non serve ragionare: basta appartenere.

Bondì, secondo chi lo conosce, era un ragazzo solo, confuso, radicalizzato nell’eco di chat e gruppi informali che a Roma — come documenta la Digos — da mesi producono escalation: scritte sui muri, manifesti strappati, raid alle scuole, sedi di collettivi vandalizzate, bombe carta. Una molecolarizzazione dell’odio che cresce nell’assenza di argini culturali, politici, comunitari. E che improvvisamente si cristallizza in tredici secondi su uno scooter bianco.

I ragazzi di via Paladini, invece, non sono soli. Hanno assessori che li tutelano, parlamentari che li rappresentano, presidenti del Consiglio che non condannano — non il fascismo storico, si badi: il neofascismo degli anni Settanta, i padri politici diretti. Giorgia Meloni, ancora una volta, non ha trovato le parole per farlo. Il deputato De Corato, commentando l’aggressione notturna a un ragazzo che strappava manifesti, ha detto «se l’è andata a cercare», salvo poi correggersi quando qualcuno gli ha spiegato che c’era stata violenza fisica. Come se prima l’avesse approvato sapendo. Come se il senso fosse rimasto intatto anche dopo la rettifica.

Onestà intellettuale e storica: è questo che manca. Non la pacificazione — parola usata come un master key per aprire tutte le porte della rimozione — ma la verità. Che il fascismo fu un crimine contro la nazione italiana prima ancora che contro le sue vittime dirette. Che la Resistenza non fu una guerra civile tra equivalenti ma una guerra di liberazione tra occupanti e liberatori, tra delatori e nascosti, tra chi sparò e chi fu sparato. Che commemorare Ramelli come vittima individuale non obbliga a riabilitare il movimento a cui apparteneva, né a equiparare chi uccideva in nome di Mussolini con chi moriva cercando di fermarlo.

E che invocare la Brigata ebraica — la stessa che marciò per liberare l’Italia portando la stella di Davide sulla divisa — per sparare contro chi porta il fazzoletto dell’Anpi non è un atto di identità. È una profanazione. È il tradimento del gesto che si pretende di onorare.

«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli»: quella frase evangelica torna qui con un’eco diversa ma non lontana. Perché anche i piccoli della storia — i partigiani anziani, i ragazzi confusi radicalizzati online, le vittime delle bombe carta nei centri sociali — meritano qualcosa di più di essere usati. Meritano verità. Meritano che qualcuno, in questo paese, si alzi e dica: ci sono morti che non si strumentalizzano, memorie che non si falsificano, fazzoletti che non si prendono a pallini.

Il 25 aprile non è la festa della sinistra. È la festa di chi non vuole tornare indietro. E sarebbe una festa di tutti, davvero, il giorno in cui chi porta le torce in via Paladini smettesse di fare il saluto romano. Non quando lo decide lui. Quando capisce perché non si deve.