Leone XIV visita al comunità anglofona del Nord-Camerun dove si consuma una silente guerra civile

C’è una città sulle montagne del Camerun nord-occidentale che il mondo non conosce, e che forse per questo può insegnare qualcosa al mondo. Si chiama Bamenda. Da anni è teatro di una crisi che ha insanguinato la regione anglofona del Paese, seminando morti, sfollati, famiglie spezzate. Eppure è proprio da Bamenda che arriva, oggi, uno dei messaggi di pace più potenti che si siano sentiti in questo anno di guerre.

Leone XIV è entrato nella cattedrale di San Giuseppe come pellegrino, non come trionfatore. E la prima cosa che ha fatto è stata ascoltare. Le testimonianze della gente — cristiani e musulmani seduti fianco a fianco, accomunati dalla stessa ferita e dalla stessa speranza — lo hanno colpito al punto da ribaltare il copione. «Venivo per proclamare la pace», ha detto il Papa. «E invece sono io che la ricevo da voi».

È una frase che merita di essere riletta con calma. Un vescovo di Roma, in visita pastorale, che si mette in posizione di discepolo davanti a una comunità che ha sofferto. Non è umiltà di facciata. È il riconoscimento che la pace vera non si porta dall’esterno come un pacco da consegnare: germoglia dal basso, nei luoghi feriti, tra le persone che hanno scelto di non odiare quando avrebbero avuto tutte le ragioni per farlo.

Quella scelta, a Bamenda, l’hanno fatta insieme. Leader cristiani e imam che si sono seduti allo stesso tavolo per costruire un Movimento per la Pace, per mediare tra le fazioni in conflitto, per ricucire ciò che la violenza aveva strappato. «Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo», ha detto il Papa. Non è una consolazione retorica. È un atto d’accusa verso tutti gli altri luoghi che non ci hanno provato.

Leone XIV ha trovato le parole giuste per nominare il nemico senza nominare nomi: «Guai a chi manipola la religione e il nome di Dio per i propri scopi militari, economici o politici». È una condanna che taglia trasversalmente secoli e continenti, che vale per ogni fondamentalismo e per ogni potere che usa il sacro come carburante per i propri carri armati. Ma vale anche per qualcosa di più subdolo: per quella distrazione sistematica con cui il mondo ricco guarda altrove mentre i signori della guerra saccheggiano il suolo africano e reinvestono i profitti in armi. «Miliardi di dollari spesi per uccidere e devastare, mentre le risorse per guarire, istruire e ricostruire non si trovano da nessuna parte». Detto da un Papa in visita in Africa, davanti alle telecamere del mondo, ha il peso specifico di una denuncia formale.

Eppure il cuore del discorso di Bamenda non è nell’accusa. È nell’immagine delle colombe. Bianche, liberate fuori dalla cattedrale al termine dell’incontro, mentre la folla prega. Un gesto antico, quasi ingenuo nella sua semplicità — e proprio per questo irresistibile. Perché la pace, dice Leone XIV, non è qualcosa da inventare. È qualcosa da accogliere. «Accettando il prossimo come fratello e come sorella. Non scegliamo i nostri fratelli: dobbiamo semplicemente accettarci».

È una rivoluzione silenziosa, la chiama citando il suo predecessore Francesco. Non ha eserciti, non ha missili, non compare sui ticker delle agenzie di stampa. La fanno le infermiere con l’anima, gli insegnanti con l’anima, i politici con l’anima — e le donne di Bamenda che ogni giorno, silenziosamente e a rischio della propria vita, curano i traumatizzati dalla violenza, rattoppano ciò che la guerra ha strappato.

Sulle montagne del Camerun, in una cattedrale gremita di gente che ha sofferto e che ha scelto di sperare, il Papa ha ricevuto oggi una lezione. E attraverso di lui, forse, l’ha ricevuta anche il mondo.

Come sono belli i piedi di chi annuncia la pace, aveva detto il profeta Isaia. Come sono belli, ha risposto Leone XIV, i vostri piedi — polverosi di questa terra insanguinata e fertile.

Che quella polvere resti sulle scarpe di tutti noi.