Leone XIV non cede alle provocazioni

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una frase scritta due settimane prima diventi, nel giro di quarantotto ore, una risposta, un attacco, una provocazione. Non per colpa di chi l’ha pronunciata, ma per la voracità di un’epoca che trasforma ogni parola in munizione.

Leone XIV stava parlando a Bamenda, nel nord-ovest del Camerun, terra martoriata da anni di violenza silente, davanti a gente che conosce i «tiranni» non come metafora politica ma come realtà quotidiana. Il discorso era scritto da settimane. Eppure, nel vortice mediatico transatlantico, quella parola — tiranni — è diventata immediatamente un messaggio in codice diretto a Washington.

Il meccanismo è ormai collaudato: tutto ciò che viene detto da chiunque abbia una tribuna viene letto in chiave di risposta a Trump, o di attacco, o di endorsement. Il mondo reale — con i suoi poveri, le sue guerre dimenticate, i suoi conflitti a bassa intensità che non fanno notizia — scompare. Resta solo il grande schermo del duello permanente.

Il Papa, con una certa stanchezza riconoscibile, ha dovuto spiegare ai giornalisti a bordo dell’aereo che no, non stava «dibattendo di nuovo». Come se il primo dovere di un pontefice in Africa fosse quello di inserirsi nella narrativa americana.

La vera notizia, quella che rischia di perdersi nel rumore, è un’altra: un terzo degli angolani vive sotto la soglia di povertà, in un paese che galleggia sul petrolio da decenni. Ma questa storia non ha abbastanza like.