Libano, Iran, Gaza: quando nessuno dei protagonisti vuole davvero la pace — ma nessuno può permettersi di dirlo ad alta voce
“Forse abbiamo parlato troppo. Stare in silenzio
potrebbe essere una cosa molto buona.
Posso aspettare quanto vogliono.”
— Donald Trump, NBC, 1 giugno 2026
C’è una scena che vale più di qualsiasi analisi geopolitica. È il 1° giugno 2026. Netanyahu ordina all’esercito israeliano di colpire i quartieri meridionali di Beirut. Migliaia di auto si incolonnano nella capitale libanese, un nuovo esodo ha inizio. Poi, poche ore dopo, squilla il telefono. Dall’altra parte c’è Donald Trump. E Netanyahu — il Netanyahu che aveva già occupato il castello crociato di Beaufort, issato la bandiera su una fortezza dove «non c’erano combattenti di Hezbollah né armamenti», esteso le operazioni al venti per cento del territorio libanese — si ferma.
Una telefonata. Un altolà. E la crisi rientra — almeno per questa notte. È la fotografia più fedele dello stato del Medio Oriente nel giugno del 2026: un sistema in cui nessuno controlla davvero nessuno, in cui le alleanze sono condizionali e revocabili, in cui la guerra e la tregua sono posizioni lungo uno stesso continuum, non stati distinti. Il caos non è un’anomalia. È il sistema.
Netanyahu vuole il Libano. Trump vuole l’Iran.
La divergenza di interessi tra Washington e Tel Aviv non è nuova, ma raramente è stata così visibile. Netanyahu ha un obiettivo territoriale preciso: trasformare l’area a sud del fiume Litani in una zona sotto controllo militare israeliano. Lo ha detto senza reticenze il ministro della Difesa Katz. Non è una dichiarazione di principio: è un piano operativo che si sta realizzando pezzo per pezzo, fortezza per fortezza, ordine di evacuazione per ordine di evacuazione. Il castello di Beaufort, il fiume Zahrani, i sobborghi di Sidone: è una mappa che si colora giorno dopo giorno.
Trump ha un obiettivo diverso e per certi versi opposto: vuole un accordo con Teheran. Lo vuole perché aprirebbe lo Stretto di Hormuz, perché farebbe scendere il prezzo del petrolio — lo ha detto espressamente alla CNBC —, perché sarebbe la vittoria diplomatica con cui rilanciarsi sulla scena internazionale. L’Iran gli interessa non come nemico da schiacciare ma come partner commerciale da riportare nel sistema. E Netanyahu, avanzando in Libano, mette in pericolo ogni giorno quell’accordo — perché Teheran ha detto con chiarezza: se gli attacchi contro Hezbollah continuano, i negoziati finiscono.
Siamo dunque di fronte a due alleati che tirano in direzioni opposte — e che lo sanno. La telefonata del 1° giugno non è una prova di forza di Trump su Netanyahu. È una prova dei limiti di quella forza: il fatto che sia stato necessario telefonare all’ultimo momento, mentre le colonne di civili erano già in fuga, dice che il coordinamento tra le due capitali è assai meno solido di quanto la retorica dell’alleanza speciale voglia far credere.
La tregua che non è mai stata
C’è un numero che dovrebbe togliere il sonno a chiunque voglia raccontare questa crisi come una storia di cessate il fuoco rispettati e violati. Dal 17 aprile — data dell’entrata in vigore dell’ultimo accordo — al 2 giugno, sono morti in territorio libanese 1.118 civili. Dall’inizio dell’ultimo round di violenza il bilancio complessivo è di 3.433 morti e 10.395 feriti. Non è una tregua. È una guerra con un altro nome.
La Francia ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’occupazione del castello di Beaufort, sito Unesco con «protezione rafforzata» — che la protezione dell’Unesco vale esattamente quanto la carta su cui è scritta, quando c’è un esercito che ha deciso di avanzare. Macron ha parlato di gesto «ingiustificabile». Il suo ministro degli Esteri di «grave errore per Israele». Il presidente libanese Aoun di «feroce e riprovevole aggressione». Parole forti, nelle sedi giuste, al momento giusto. E poi? Il castello è ancora occupato. Il venti per cento del Libano è ancora sotto operazioni militari.
La seconda volta che Israele occupa Beaufort, gli stessi media israeliani ammettono che «non c’erano combattenti di Hezbollah né armamenti». La fortezza è stata presa perché era là. Perché la mappa lo richiedeva. Non perché fosse una minaccia.
Teheran: tutto è legato a tutto
L’Iran ha giocato la sua carta con una chiarezza che raramente usa nei comunicati ufficiali. Il messaggio è stato semplice: se Israele attacca Hezbollah, i negoziati con Washington finiscono. I Pasdaran hanno parlato di «guerra diretta» contro l’Iran. La televisione di Stato ha detto che la tregua con gli Stati Uniti è «molto probabilmente destinata a finire». Il team negoziale ha sospeso lo scambio di messaggi con Washington attraverso i mediatori. Non sono minacce vaghe: sono segnali precisi, calibrati per far capire a Trump che il prezzo dell’avanzata israeliana in Libano lo paga lui — non Netanyahu.
E Trump ha capito. La telefonata a Netanyahu ne è la prova. Ma ha capito anche qualcos’altro — che ammettere il fallimento del negoziato con l’Iran sarebbe politicamente costoso. Da qui le dichiarazioni contraddittorie alla NBC e alla CNBC: prima «sto aspettando», poi «non me ne può importare di meno». È la grammatica del negoziatore che non vuole mostrare quanto tiene alla posta in gioco. Funziona meglio con i costruttori immobiliari che con i Pasdaran.
Dietro le dichiarazioni pubbliche, però, qualcosa si muove. Fonti vicine ai negoziatori iraniani parlano di una Teheran che cerca un accordo temporaneo — non la pace, non la normalizzazione, ma una pausa: accesso a parte dei proventi petroliferi congelati, alleggerimento della pressione economica, stabilizzazione interna senza dover affrontare subito il nodo nucleare. È una convergenza di interessi fragile, condizionale, reversibile. Ma è reale. E se regge, potrebbe essere sufficiente a evitare la prossima escalation — fino alla successiva.
Il caos come sistema, dicevamo
Il problema più profondo di questa crisi non è che gli attori siano irrazionali. È che sono tutti razionali — ciascuno rispetto ai propri obiettivi — e che quegli obiettivi sono incompatibili. Netanyahu vuole territorio. Trump vuole l’accordo con l’Iran. Teheran vuole respiro economico senza cedere sul nucleare. Hezbollah vuole la fine dell’occupazione del Sud del Libano. Il governo libanese vuole sopravvivere. La Francia vuole contare qualcosa. L’ONU vuole che qualcuno ascolti le sue risoluzioni.
Nessuno di questi obiettivi è folle. Nessuno di questi obiettivi è compatibile con gli altri. E finché non lo saranno, il ciclo continuerà: offensiva, telefonata notturna, tregua, violazione della tregua, nuova offensiva. I numeri dei morti nel comunicato del ministero della Sanità libanese — aggiornati ogni ventiquattr’ore, con la precisione burocratica di chi sa che nessuno li leggerà davvero — sono la colonna sonora di questo sistema.
Il castello di Beaufort è stato occupato per la prima volta nel 1982. Poi liberato nel 2000. Ora è occupato di nuovo. Con la differenza, ammessa dagli stessi media israeliani, che stavolta non c’era nessun nemico da combattere. Solo una bandiera da issare. Solo una mappa da colorare. Solo la storia che si ripete — ancora una volta senza imparare nulla da se stessa.
