Il paradosso americano tra potere, fede e ipocrisia storica

Trump chiama Leone XIV “debole”. Vance gli fa eco. Nel frattempo alla Casa Bianca viene accolto con tutti gli onori un ex jihadista di Al Qaeda con dieci milioni di taglia sulla testa. E Fidel Castro — il nemico storico della democrazia cristiana — si levava in doppiopetto per accogliere Giovanni Paolo II. Qualcosa, nel racconto che l’Occidente fa di sé stesso, non torna.

C’è una linea coerente che attraversa decenni di politica estera americana in Medio Oriente, e quella linea non è la difesa della democrazia, né tantomeno la difesa del cristianesimo. È qualcosa di più antico e più semplice: l’interesse strategico vestito con gli abiti di volta in volta disponibili — la guerra giusta, la lotta al terrorismo, la protezione delle minoranze, la difesa della civiltà. Gli abiti cambiano. La linea resta.

Cominciamo dall’Iraq, perché tutto comincia dall’Iraq.

Nel 1991 George Bush padre dà il via alla prima guerra del Golfo senza nemmeno avvertire il Vaticano. La notizia dell’inizio dei bombardamenti su Baghdad la apprende il ministro degli Esteri della Santa Sede da un giornalista, mentre il presidente della Repubblica italiana viene informato telefonicamente come se fosse una comunicazione ordinaria. Giovanni Paolo II rimane solo nell’opposizione alla guerra, contro l’Occidente e i governi arabi. I suoi richiami sono ascoltati con fastidio. Il Papa polacco — quello che aveva contribuito alla caduta del Muro di Berlino, quello che aveva sfidato il comunismo sovietico con la sola forza della parola — viene bollato come fuori dalla realtà. Nella realtà, invece, è lui: sa che la guerra non risolve nulla, che i popoli ne escono più nemici di prima.

Dodici anni dopo, nel 2003, il figlio ripete il padre. Bush figlio ha deciso di invadere l’Iraq. Giovanni Paolo II, ormai anziano e malato, tenta il tutto per tutto: il 5 marzo 2003 invia il cardinale Pio Laghi a incontrare il presidente e a chiedergli di non invadere l’Iraq. Bush rifiutò l’appello dichiarando che era «convinto che fosse la volontà di Dio». Quando arrivò il cardinale, consegnò la lettera di Papa Giovanni Paolo II al presidente, il quale la mise subito su un tavolino senza aprirla o leggerla.

Senza aprirla. Senza leggerla.

Non è un dettaglio di protocollo. È il simbolo perfetto di un potere che non ha bisogno di ascolto perché ha già deciso, e che usa Dio come firma a margine delle proprie decisioni strategiche, non come interlocutore. Il Vaticano parlò apertamente di guerra “ingiusta”, impegnando la propria diplomazia per evitarla. Inutilmente. Le armi di distruzione di massa — il pretesto — non esistevano. Un punto sembra certo: se tale infelice guerra non avesse avuto luogo, non avrebbero probabilmente avuto luogo le cosiddette primavere arabe con le conseguenze da esse portate, né l’attuale guerra in Siria, né il sedicente Stato islamico.

Ripetiamo: l’ISIS è una conseguenza diretta delle guerre d’Iraq. Non è un’analisi di parte — è la valutazione dell’allora nunzio apostolico a Baghdad, cardinale Filoni, che quella guerra la visse dall’interno. «Regnava l’anarchia, fu un periodo di morte e distruzione. L’Isis, la conseguenza di problemi mai risolti».

Questo è il contesto in cui va letto ciò che è accaduto successivamente. Trump, nella sua prima presidenza, sosteneva di voler proteggere i cristiani d’Oriente dall’ISIS. Ma l’ISIS era il frutto avvelenato di una politica americana ossessivamente anti-Iran che aveva destabilizzato l’intera regione, creato il vuoto nel quale il califfato era germogliato, e armato — direttamente o indirettamente — le milizie che poi sarebbero diventate il problema. L’ISIS non ha mai minacciato il Vaticano sul suolo italiano. L’idea che Trump proteggesse il Papa dai jihadisti è una delle retoriche più grottesche di quegli anni: come proteggersi da un incendio appiccato da chi offre il secchio.

E poi arriva il dettaglio che contiene tutto. Nel novembre 2025, nello Studio Ovale della Casa Bianca, Donald Trump stringe la mano ad Ahmed al-Sharaa, nuovo presidente della Siria. Ahmed al-Sharaa, 43 anni, ex comandante di un gruppo affiliato ad al-Qaeda con una taglia da 10 milioni di dollari sulla testa fino a pochi mesi fa. È stato tra i fondatori del gruppo ribelle Jabhat al-Nusra, poi evoluto in Hayat Tahrir al-Sham, formazione che ha controllato la provincia di Idlib per diversi anni. Trump lo accoglie, lo elogia come «leader forte» di un «posto complicato», e minimizza il passato jihadista con la frase — documentata — “abbiamo tutti avuto passati ruvidi.”

al jolani

Dunque: il Papa che predica la pace in Iran viene chiamato “debole” da Trump. Trump sostiene che l’immagine pubblicata su Truth, nella quale lo si vedeva con le sembianze di Gesù mentre benediceva qualcuno, è un’invenzione dei media “fake news”. Vance, il cattolico convertito che siede alla vicepresidenza, gli fa eco puntuale: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti?»

Eppure l’ex jihadista con la taglia viene ricevuto con tutti gli onori. I difensori della civiltà cristiana, insomma, insultano il Papa e abbracciano al-Sharaa. Non è una contraddizione: è la logica del potere applicata con coerenza assoluta. Non c’è né fede né ipocrisia — c’è solo calcolo.

Nel frattempo, in Europa, il quadro si complica ulteriormente. La Francia ha inserito il diritto all’aborto nella Costituzione. La Spagna sta seguendo la stessa strada. Israele e gli Stati Uniti bombardano ospedali e campi profughi a Gaza. I difensori della vita nascente, del matrimonio tradizionale, del «Dio vuole la guerra» sono gli stessi che finanziano e armano operazioni militari che mietono bambini negli ospedali. La coerenza etica di questa posizione è esattamente quella che sembra: nulla.

Ed è qui che entra in scena il paradosso più straordinario, quello che la storia ha il dovere di non dimenticare.

Quando, per la prima volta, Fidel Castro fu ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II, la Guerra fredda era appena terminata e Cuba viveva una delle epoche di maggior crisi economica e sociale. Il Líder Máximo, in doppiopetto per l’occasione, invitò il Pontefice a visitare l’isola. Contro ogni previsione, Giovanni Paolo II realizzò il viaggio. L’immagine di quella stretta di mano, il 21 gennaio 1998, rimase impressa nella storia.

Castro — il rivoluzionario marxista, l’ateo di Stato, il nemico storico della democrazia cristiana atlantica — si era messo il doppiopetto per accogliere Wojtyla. Si presentò a sorpresa alla Messa di Giovanni Paolo II alla Plaza de la Revolución, insieme al Nobel Gabriel García Márquez. E nel 2012, quando Benedetto XVI visitò Cuba, il Lìder Maximo volle ringraziarlo per aver beatificato il predecessore, oggi San Giovanni Paolo II, e Madre Teresa. Da quell’incontro nacque un dialogo stimolante, tanto che Fidel si pose nuovamente la domanda sull’esistenza di Dio, che rivolse anche a Ratzinger, accompagnato dalla richiesta di scegliere alcuni libri sull’argomento.

Un rivoluzionario marxista che chiede al Papa dei libri sull’esistenza di Dio. Che si interroga. Che ascolta.

Trump non ha aperto la lettera di Giovanni Paolo II. Bush non ha aperto la lettera di Giovanni Paolo II. Castro ha chiesto libri a Benedetto XVI.

Quale dei tre ha dimostrato più rispetto per il pensiero? Quale dei tre ha trattato il Papato come interlocutore degno di ascolto? Quale dei tre ha avuto l’umiltà — quella che la tradizione cristiana pone tra le virtù cardinali — di stare di fronte a qualcosa che non capiva e chiedersi se potesse imparare?

La risposta è scomoda per chi ha costruito la propria identità politica sulla difesa della civiltà cristiana contro i nemici totalitari. Ma la storia ha questa vocazione fastidiosa: non si preoccupa di essere comoda.

Giovanni Paolo II ha contribuito alla caduta del Muro di Berlino. Ha incontrato Castro a L’Avana e il Natale è diventato festa nazionale a Cuba. Ha fermato — almeno moralmente — molte guerre, e quelle che non ha fermato le ha giudicate con la precisione teologica che la politica del potere non sopporta. Benedetto XVI, anziano e silenzioso, ha incontrato un vecchio rivoluzionario malato che gli chiedeva dell’esistenza di Dio. Leone XIV predica la pace in Camerun mentre il Pentagono convoca il suo nunzio per ricordargli Avignone.

America, democrazia. Il paese che ha generato l’ISIS destabilizzando l’Iraq, che riceve alla Casa Bianca un ex jihadista con la taglia, che insulta il Papa e minaccia la Santa Sede con fantasmi medievali — questo paese si candida a difensore della civiltà cristiana contro i tiranni e gli atei.

Fidel Castro, in doppiopetto, era andato alla Messa sulla Plaza de la Revolución.

La differenza di spessore umano — e spirituale — parla da sola.

fidel castro e benedetto xvi

Dal Golfo all’ISIS, dal Pentagono al Vaticano: storia di un’alleanza tra potere e retorica religiosa che non ha mai protetto nessuno