In Angola con i poveri del petrolio

C’è un’ironia crudele nel paesaggio che Leone XIV ha visto atterrando a Luanda: i pozzi petroliferi al largo del Cabinda che pompano ricchezza da mezzo secolo, e la città che si stende sotto di essi con i suoi mercati informali, le sue baracche, i suoi quindici milioni di cattolici che pregano in una lingua portoghese strappata ai colonizzatori. Il papa americano — quello che Donald Trump non ama, quello che parla di tiranni e di pace — è venuto qui a trovare gente che i tiranni li ha conosciuti davvero, che la guerra civile l’ha vissuta per ventisette anni, che aspettava la pace dal 1975 e l’ha ottenuta solo nel 2002, quando il suo nemico è stato ucciso in un agguato. Non da un accordo. Da un agguato. Il resto è silenzio, petrolio e povertà.

C’è un libro che ogni giornalista dovrebbe portarsi in tasca come un talismano e come un avvertimento. Si chiama Ancora un giorno, e lo scrisse Ryszard Kapuściński nell’autunno del 1975, quando il mondo stava a guardare — distratto, come sempre — mentre l’Angola bruciava.

Era il momento della decolonizzazione portoghese, quella precipitosa e caotica che seguì la Rivoluzione dei Garofani di Lisbona. Il Portogallo mollava tutto, in fretta, con la vergogna di chi ha tenuto una colonia per cinque secoli senza capirla. E nell’Angola che si svuotava di bianchi — mezzo milione di persone in fuga, le strade coperte di mobili abbandonati, i frigoriferi lasciati sui marciapiedi come offerte votive a un dio che non sarebbe mai arrivato — si apriva il vuoto. E nel vuoto, come sempre, entrarono gli altri.

Tre movimenti, una guerra

Per capire l’Angola bisogna capire che la sua indipendenza nacque già divisa in tre. C’era il MPLA, marxista, con base a Luanda, appoggiato dall’Unione Sovietica e — fatto decisivo — da Cuba. C’era l’FNLA, del nord, finanziata dallo Zaire di Mobutu e dagli Stati Uniti. E c’era l’UNITA di Jonas Savimbi, del centro-sud, che avrebbe poi ricevuto l’appoggio del Sudafrica dell’apartheid e, con un’ironia della storia difficile da digerire, ancora degli americani.

L’indipendenza era fissata per l’11 novembre 1975. Ma già mesi prima era guerra civile aperta. Kapuściński era lì, a Luanda, uno dei pochi giornalisti rimasti. Guardava la città svuotarsi, i mercati chiudersi, i bambini giocare tra le casse di munizioni. Annotava tutto con quella sua prosa che non era cronaca ma qualcosa di più antico — una testimonianza, nel senso quasi liturgico del termine.

I cubani arrivano di notte

E poi arrivarono i cubani. Fidel Castro prese una decisione che ancora oggi gli storici discutono: mandare truppe — non consiglieri, truppe — in Angola, a migliaia di chilometri da casa, in un’Africa che la maggior parte dei suoi soldati non aveva mai visto neanche sulla carta geografica. Fu la proiezione internazionale più ambiziosa della rivoluzione cubana. Operazione Carlota, la chiamarono, dal nome di una schiava africana che aveva guidato una rivolta a Cuba nel 1843. Il simbolismo era esplicito: i discendenti degli schiavi africani tornavano a liberare la madre patria.

Funzionò. L’MPLA tenne Luanda. Il Sudafrica, che era avanzato da sud con colonne blindate, si fermò — anche perché il Congresso americano, scottato dal Vietnam, aveva vietato ogni intervento diretto. I cubani rimasero. Per sedici anni. Fino al 1991. Si stima che nel corso di quegli anni abbiano combattuto in Angola oltre trecentomila soldati cubani, a rotazione. Più di cinquemila non tornarono a casa.

La guerra che non finiva

Ma la vittoria dell’MPLA non portò la pace. Savimbi e l’UNITA continuarono a combattere, finanziati dai diamanti del Cuando Cubango e dalle armi americane, in una guerra civile che si trascinò — con brevi intermezzi di illusori accordi di pace — fino al 2002. Fino a quando Savimbi stesso fu ucciso in un’imboscata. Ventisette anni di guerra dopo l’indipendenza. Mezzo milione di morti, forse più. Un paese disseminato di mine antiuomo che ancora oggi saltano sotto i piedi dei bambini.

Il petrolio c’era già, abbondante, nelle acque del Cabinda. Non cambiò nulla per la gente. Finanziò la guerra, poi finanziò una kleptocrazia che si spacciava per socialismo.

La lezione del Mozambico e l’arte paziente di Sant’Egidio

Mentre l’Angola continuava a sanguinare, accadeva qualcosa di straordinario a poche migliaia di chilometri, nel Mozambico ugualmente devastato da una guerra civile feroce. E accadeva in una palazzina di Trastevere, a Roma.

La Comunità di Sant’Egidio — un movimento laico cattolico nato nel 1968 da un gruppetto di studenti del liceo — aveva cominciato nei decenni precedenti a costruire reti silenziose nel continente africano. Non portava eserciti né capitali. Portava presenza, continuità e quella cosa rara nella diplomazia ufficiale che si chiama fiducia personale. Aveva fondato scuole per i poveri di Maputo, conosceva i pastori protestanti e i vescovi cattolici mozambicani, parlava con tutti.

Tra il 1990 e il 1992, in quello stesso appartamento romano, Sant’Egidio condusse un negoziato che le cancellerie del mondo consideravano impossibile: portare al tavolo il governo del FRELIMO e i guerriglieri della RENAMO di Afonso Dhlakama. I diplomatici ufficiali avevano fallito. L’ONU era a guardare. Un gruppo di laici cattolici, con il mediatore Mario Raffaelli inviato dal governo italiano e l’apporto fondamentale di don Matteo Zuppi — oggi cardinale di Bologna — riuscì nell’ottobre 1992 a far firmare gli Accordi Generali di Pace. Una guerra che aveva fatto un milione di morti finì. E non ricominciò.

Il metodo Sant’Egidio era — ed è — l’opposto della diplomazia delle grandi potenze. Nessuna fretta mediatica, nessun annuncio trionfalistico, nessun interesse economico da tutelare. Solo la capacità di stare, di ascoltare, di tornare ogni volta che i negoziati saltavano, di essere presenti quando tutti gli altri si erano stancati. Andrea Riccardi, il fondatore, amava citare una frase di Aldo Moro: la politica è lunga. Sant’Egidio ne aveva fatto un metodo.

Angola: la pace che arrivò dalla morte, non dal tavolo

L’Angola non conobbe la stessa fortuna del Mozambico, e la differenza è istruttiva. Gli Accordi di Bicesse del 1991 — mediati da Portogallo, Stati Uniti e Russia — sembravano aver chiuso la guerra. Ma erano una pace costruita in fretta, senza radicare la riconciliazione nel tessuto sociale del paese. Quando le elezioni del 1992 diedero la vittoria all’MPLA e Savimbi le rifiutò, si tornò alle armi. Il massacro del Halloween di quell’anno — migliaia di militanti UNITA uccisi a Luanda in pochi giorni — bruciò ogni possibilità di fiducia reciproca.

Sant’Egidio mantenne i propri canali anche con l’Angola, come faceva con ogni conflitto africano, tessendo quella rete sotterranea di contatti che spesso vale più dei comunicati ufficiali. Ma in Angola la pace arrivò infine in modo brutale e definitivo: non da un tavolo di negoziato, ma da un agguato in provincia di Moxico, il 22 febbraio 2002, dove i soldati governativi uccisero Savimbi. Senza il suo capo carismatico e intransigente, l’UNITA si sgretolò rapidamente. Il Memorandum di Luena, firmato due mesi dopo, mise fine a ventisette anni di guerra.

Era pace, sì. Ma di quella specie amara che assomiglia più all’esaurimento che alla riconciliazione.

Kapuściński lo sapeva

Kapuściński, in quel libro scritto quasi di getto al ritorno dall’Angola, non spiegava la geopolitica. La viveva. Raccontava di autisti che non tornavano, di strade tagliate, di quel senso di fine imminente che aleggiava su Luanda come un’afa tropicale. Scriveva: mi sembrava di essere l’ultimo uomo su una riva che stava per sprofondare.

Non era retorica. Era reportage. Era quel tipo di scrittura che si può fare solo quando si è abbastanza vicini al pericolo da sentirlo sul collo, e abbastanza lucidi da non cedere all’adrenalina.

Quello che Kapuściński non poteva sapere — scriveva nel 1975 — è che la storia dell’Africa postcoloniale avrebbe conosciuto anche un’altra possibilità: quella di uomini e donne che si siedono pazientemente attorno a un tavolo a Trastevere e scelgono la lunghezza della pace contro la brevità della guerra. In Mozambico ha funzionato. In Angola no, o almeno non così.

Oggi Leone XIV atterra a Luanda e deve spiegare ai giornalisti che non stava attaccando Trump. Kapuściński attorno non ce n’è più. Sant’Egidio c’è ancora, e lavora in silenzio in una dozzina di conflitti dimenticati. Ma questa storia non ha abbastanza like.