Il 62enne senza dimora è morto il 21 agosto dopo il pestaggio subito due giorni prima in piazza Sant’Anna. Per l’omicidio è in carcere Gheorghe Bulai, quarantenne romeno anch’egli senza fissa dimora, che davanti agli inquirenti ha sostanzialmente ammesso l’aggressione. Ma dietro un delitto che la magistratura dovrà giudicare rimane una domanda che riguarda tutti: quando un povero diventa invisibile, che cosa resta della nostra umanità?
Guido Roviello è morto venerdì 21 agosto, dopo due giorni di agonia. Mercoledì 19 agosto, intorno alle 15, era stato brutalmente aggredito nella centralissima piazza Sant’Anna, a Caserta. Aveva 62 anni, in passato aveva lavorato come cameriere e da tempo viveva in una condizione di grave marginalità. Le telecamere di videosorveglianza di un locale hanno documentato il pestaggio e consentito agli investigatori di ricostruirne la dinamica. Per la sua morte è stato fermato dalla Guardia di Finanza Gheorghe Bulai, quarantenne di nazionalità romena, anch’egli senza fissa dimora e già noto alle forze dell’ordine. La Procura di Santa Maria Capua Vetere gli contesta l’omicidio aggravato dai futili motivi; il gip ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. Secondo la ricostruzione investigativa, all’origine della violenza vi sarebbe stato un debito di cinquanta euro che Roviello non avrebbe restituito. Davanti al pubblico ministero Bulai ha sostanzialmente ammesso il pestaggio, pur negando di aver voluto uccidere. Dagli atti dell’interrogatorio resi noti il 26 agosto emerge inoltre che l’indagato avrebbe riconosciuto di essersi accorto che Guido aveva perso i sensi e di avere continuato nondimeno a colpirlo. La responsabilità penale dovrà naturalmente essere accertata definitivamente nel processo.
Martedì 25 agosto Caserta ha accompagnato Guido nell’ultimo viaggio. Circa centocinquanta persone si sono raccolte nella Cattedrale per le esequie celebrate dal vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, monsignor Pietro Lagnese. Sulla bara era stata deposta la fotografia di Guido sorridente; accanto agli amici e ai volontari che lo conoscevano c’erano rappresentanti delle forze dell’ordine e delle istituzioni. La Diocesi ha assunto le spese del funerale come segno di rispetto per quella dignità che nessuna miseria, nessuna dipendenza, nessun fallimento e neppure la strada possono cancellare.
Ed è precisamente qui che la cronaca cessa di essere soltanto cronaca. Perché Guido Roviello aveva un nome. Prima ancora di essere un “clochard”, era un uomo. Prima di diventare il protagonista di un video virale, era stato un bambino, un figlio, un lavoratore, un marito; aveva servito ai tavoli, conosciuto una casa e poi attraversato quella lenta discesa attraverso la quale un’esistenza che sembrava normale può perdere il lavoro, gli affetti, un tetto, fino a ritrovarsi sulla strada. Negli ultimi tempi frequentava la mensa della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes e gli ambienti della Comunità di Sant’Egidio. Non era dunque invisibile perché nessuno lo avesse mai visto. Era invisibile nel significato forse più inquietante della parola: lo avevamo visto tante volte da avere smesso di vederlo.
C’è un versetto della Genesi che dovrebbe risuonare su piazza Sant’Anna più forte delle sirene, delle dichiarazioni e persino dell’indignazione: «Dov’è Abele, tuo fratello?». È la prima domanda che Dio pone dopo che sulla terra è stato versato sangue umano. Caino prova a sottrarsi: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Tutta la storia biblica, in fondo, è la risposta di Dio a quella domanda: sì, sei custode di tuo fratello. Lo sei quando è forte e quando è debole, quando è rispettabile e quando la sua vita è precipitata, quando profuma e quando l’odore della strada ti costringe istintivamente ad allontanarti. La fraternità cristiana comincia proprio là dove termina la selezione dei fratelli che ci risultano presentabili.
Per questo fanno male le immagini dell’aggressione. Non soltanto per la ferocia dei colpi, che spetterà alla giustizia valutare nelle responsabilità dell’indagato, ma perché la violenza si consuma mentre altre persone sono presenti. Il vescovo Lagnese ha parlato apertamente dell’indifferenza di chi avrebbe assistito senza intervenire e ha ricordato che dietro espressioni burocratiche come “senza fissa dimora” esistono persone, storie, volti e una dignità che non può essere trattata come un problema di decoro urbano. È difficile non pensare alla strada che da Gerusalemme scendeva a Gerico. Anche lì c’era un uomo lasciato mezzo morto. Anche lì passavano persone. Anche lì qualcuno vide. Il sacerdote vide e passò oltre; il levita vide e passò oltre; soltanto il Samaritano trasformò il verbo “vedere” nel verbo “fermarsi”.
È questa forse la grande malattia spirituale che la morte di Guido mette davanti ai nostri occhi: non abbiamo smesso di vedere, abbiamo smesso di fermarci. Vediamo il povero davanti al supermercato, il migrante addormentato sotto i portici, il tossicodipendente alla stazione, l’anziano che rovista nei cestini. Li vediamo così spesso che sono diventati arredamento urbano. E quando la povertà entra nel paesaggio, il rischio è che persino la sofferenza diventi normale. Papa Francesco chiamava questo processo «globalizzazione dell’indifferenza»: non una teoria astratta, ma l’assuefazione del cuore al dolore dell’altro. Il cristianesimo nasce esattamente per spezzare questa assuefazione, perché il Dio dei cristiani non ha scelto di identificarsi con il potente che possiamo ammirare, ma con il piccolo che possiamo disprezzare: «Ero affamato e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete accolto». E alla fine della storia non ci verrà chiesto quanta gente importante abbiamo conosciuto, ma quante volte abbiamo riconosciuto Lui negli ultimi.
C’è poi un dettaglio che rende questa morte ancora più tragica. L’uomo accusato di avere ucciso Guido è a sua volta un uomo della strada. Due poveri, due vite marginali, due uomini finiti ai bordi della stessa città e, secondo l’accusa, cinquanta euro tra loro. Sarebbe consolatorio raccontare questa storia dividendola semplicemente tra una società perbene e una violenza venuta dall’esterno. Non è così. La miseria, quando viene lasciata sola, può divorare altra miseria. La povertà non rende automaticamente buoni e il Vangelo non la romanticizza: la guarda nella sua verità, con le sue dipendenze, le sue ferite psichiche, la rabbia, la solitudine, talvolta la violenza. Proprio per questo la carità non può limitarsi alla minestra della sera e alla coperta d’inverno. Occorrono servizi sociali, percorsi abitativi, assistenza sanitaria e psicologica, cura delle dipendenze, possibilità di lavoro, sicurezza delle strade e soprattutto relazioni capaci di impedire che una persona precipiti fino al punto in cui nessuno sappia più come raggiungerla. Il vescovo ha chiesto non interventi episodici ma una rete stabile tra istituzioni, Chiesa, volontariato e comunità civile. È una richiesta profondamente evangelica e, nello stesso tempo, profondamente politica.
Cinquanta euro. Questa cifra rimarrà probabilmente legata alla morte di Guido. Cinquanta euro che, secondo gli investigatori, erano stati prestati all’inizio di luglio e reclamati quel pomeriggio di agosto. È una cifra quasi oscena nella sua piccolezza davanti al valore di una vita. Eppure sarebbe sbagliato dire che Guido è morto “per cinquanta euro”. Guido è morto per una violenza della quale un uomo è chiamato a rispondere davanti alla giustizia; ma è morto anche dentro un universo di marginalità al quale noi rischiamo di abituarci. I cinquanta euro sono soltanto l’ultimo gradino. Prima vengono molti altri gradini: una famiglia che si spezza, il lavoro che scompare, la casa che si perde, la solitudine, la strada, la dipendenza dagli aiuti, la progressiva cancellazione sociale. È lì che una comunità deve arrivare, prima che rimangano soltanto un’ambulanza, un fascicolo della Procura e una bara.
La Cattedrale di Caserta ha offerto a Guido ciò che per molto tempo gli era mancato: una casa. Per qualche ora un uomo senza dimora è stato deposto nel cuore della Chiesa diocesana e la città si è raccolta intorno a lui. È un’immagine potente, ma sarebbe persino ipocrita se servisse soltanto a commuoverci. Il cristianesimo non consiste nel seppellire dignitosamente i poveri che non siamo stati capaci di amare abbastanza da vivi. Le esequie cristiane guardano alla risurrezione, ma obbligano anche i vivi all’esame di coscienza. Guido non ci domanda monumenti, targhe o lacrime postume. Ci lascia qualcosa di molto più scomodo: il volto del prossimo.
Domani, infatti, ci sarà un altro Guido. Non avrà forse il suo nome. Sarà seduto davanti a una chiesa, accucciato accanto a una stazione, disteso sotto un portico. Potrà essere scontroso, sporco, ubriaco, perfino molesto. E proprio allora sapremo se il funerale di Caserta ci ha insegnato qualcosa. Perché il Vangelo non ci domanderà se ci siamo commossi davanti alla fotografia di un povero morto, ma se abbiamo saputo riconoscere Cristo nel povero quando era ancora vivo. Forse è questo il giudizio più severo che sale dalla bara di Guido Roviello: una città diventa davvero cristiana non quando apre la Cattedrale ai suoi ultimi per il funerale, ma quando apre gli occhi abbastanza presto perché gli ultimi non debbano arrivarci dentro una bara.
La domanda lasciata dalla morte di Guido Roviello non è soltanto chi lo abbia ucciso: a questo dovranno rispondere la magistratura e il processo. La domanda più profonda è perché un uomo possa vivere per anni davanti ai nostri occhi e diventare progressivamente invisibile. Dal libro della Genesi fino al Vangelo del buon Samaritano Dio continua a rivolgerci la stessa domanda: «Dov’è tuo fratello?». E nessuna società che voglia dirsi civile, tanto meno una comunità che voglia dirsi cristiana, può permettersi ancora la risposta di Caino.
