«Sessantasette anni di blocco non colpiscono un governo, ma un intero popolo»

Parla Marlene Vázquez Pérez, direttrice del Centro di Studi Martiani dell’Avana, voce raccolta nel manifesto degli accademici spagnoli e autrice della postfazione di «Cuba, la verità che non vi hanno raccontato»

di P. Alfonso M. A. Bruno · direttore di Mediafighter

L’opinione pubblica internazionale si muove come lo sguardo degli spettatori a una partita di tennis: prima l’Iran, poi il Medio Oriente, poi di nuovo Cuba. Ma nell’isola la crisi non è una parentesi improvvisa: è una condizione strutturale che dura da decenni e che oggi — tra sanzioni inasprite, carenza di carburante e isolamento finanziario — assume tratti drammatici.

In Spagna, duecentoquaranta docenti di università pubbliche e del CSIC hanno firmato un manifesto intitolato «No a la agresión militar contra Cuba». Tra le voci raccolte c’è quella di Marlene Vázquez Pérez, direttrice del Centro di Studi Martiani dell’Avana e tra le maggiori specialiste dell’opera di José Martí. È la stessa studiosa che firma la postfazione di «Cuba, la verità che non vi hanno raccontato», il libro — ora in libreria digitale su Amazon in italiano — nato da un nostro viaggio sull’isola e costruito come una catena di voci cubane, da Abel Prieto, presidente della Casa de las Américas, all’economista Luciano Vasapollo. La incontriamo per parlare di quel libro e di ciò che racconta: una realtà che entra nelle case, negli ospedali, nelle cucine, nella vita dei bambini e degli anziani.

Professoressa, lei firma la postfazione di «Cuba, la verità che non vi hanno raccontato», che esce ora in italiano su Amazon. Che cosa ha voluto dire, in quelle pagine?

La ringrazio, ed è stato un onore farne parte. È un libro prezioso, perché dà voce a Cuba in Italia, e lo consiglio a chiunque voglia capire davvero che cosa sia il blocco, al di là degli slogan. Nella postfazione ho voluto tornare a José Martí: non la statua, non la citazione rituale, ma la coscienza viva della nazione. L’ho intitolata «La dignità come ultima frontiera della libertà», perché è da lì che parte tutto: senza dignità non c’è libertà possibile.

Veniamo al cuore. Quando si parla di blocco o embargo, il dibattito resta quasi sempre sul piano politico. Qual è invece il volto umano?

Il volto umano è quello delle persone che soffrono ogni giorno. Dire «sessantasette anni» sembra facile, ma sessantasette anni sono sessantasette anni, e quel peso ricade su un intero popolo. Spesso si ripete che l’embargo è diretto contro il governo; in realtà colpisce tutti: bambini, anziani, donne incinte, malati, persone che non sono affatto attori politici. Penso a chi muore in ospedale aspettando un pacemaker, ai bambini in oncologia che avrebbero bisogno di farmaci magari prodotti negli stessi Stati Uniti: in aereo sarebbero quarantacinque minuti, eppure quei medicinali non arrivano.

Lei stesso, nel libro, intervistando il professor Vasapollo, lo mostra con chiarezza: il bambino diabetico non muore per il comunismo, come vorrebbe la propaganda; muore perché l’insulina è prodotta da aziende che operano nel sistema-dollaro e non possono vendere a L’Avana senza incorrere nelle sanzioni americane. Non sono opinioni: sono catene causali verificabili, riconosciute persino da organismi internazionali non sospettabili di simpatie rivoluzionarie.

Quindi non si tratta solo di economia o di diplomazia?

No, si tratta di vite umane. Il blocco non è una misura simbolica: decide se un ospedale può curare, se un bambino riceve una terapia, se una famiglia può cucinare, se una madre può lavare i vestiti, se una persona può raggiungere il lavoro. Quando si parla di embargo, bisognerebbe avere il coraggio di guardare questi volti, non solo le statistiche e le dichiarazioni.

«Un bambino in oncologia non è un rappresentante del governo. È un bambino»

Nel suo libro lei insiste, con Vasapollo, su una parola: «blocco» invece di «embargo». Non è una sottigliezza semantica?

Non è affatto una sottigliezza, è una questione di verità, e ha ragione a metterla a fuoco. L’embargo è unilaterale: un Paese smette di commerciare con un altro. Il blocco è una sanzione totale: qualunque Paese al mondo che intrattenga rapporti commerciali, monetari o finanziari con Cuba rischia a sua volta di essere colpito dagli Stati Uniti. Usare la parola «embargo» è già accettare la narrativa di Washington. Per questo, nel libro, voi dite «blocco» — con la massima precisione.

«Il blocco non è l’embargo: è una punizione globale»

Che cosa significa, concretamente, vivere in queste condizioni?

Significa perdere il controllo del tempo. Si vive in funzione di quando ci sarà l’elettricità. La vita domestica diventa un incubo: cucini di notte, se la corrente arriva in piena madrugada; lavi quando finalmente torna la luce, perché la vita familiare continua nonostante tutto. E anche il lavoro viene completamente alterato: tutto dipende dall’elettricità, dai trasporti, dal carburante, dalla possibilità di muoversi e organizzare la giornata.

I blackout. Che impatto hanno sulle famiglie cubane?

Enorme. Non sono un semplice disagio: cambiano la salute, il lavoro, l’umore delle persone. Nel libro, il professor Vasapollo racconta di aver visto con i propri occhi quartieri dell’Avana al buio per dodici, quindici, anche venti ore al giorno; gente che cucina con il fuoco di legna perché non c’è gas né corrente; sale operatorie in cui il chirurgo comincia un intervento sapendo che la corrente potrebbe saltare da un momento all’altro. E la spazzatura per strada — come lei documenta in quelle pagine — non è il simbolo del fallimento del socialismo: è il segno preciso di un Paese a cui è impedito di importare i pezzi di ricambio per i camion della nettezza urbana. Eppure il popolo continua ad andare avanti.

C’è chi parla di Cuba come di uno «Stato fallito». Condivide?

No, è una narrazione ideologica. Uno Stato fallito non mantiene una rete sanitaria, una rete educativa, i lavoratori sociali, le strutture assistenziali, le forme di organizzazione popolare. Cuba non è uno Stato fallito: è uno Stato assediato. È la tesi con cui si apre il suo libro, nel capitolo «L’assedio permanente e il silenzio del mondo». Se Cuba non funzionasse davvero, perché accanirsi a bloccarla? Perché rendere persino l’acquisto di un’aspirina un incubo burocratico?

Lei usa parole molto dure: «assedio», «guerra economica», «criminale». Perché?

Perché quando una misura politica colpisce bambini, anziani, malati e donne incinte, non si può più parlare soltanto di diplomazia. C’è un’immagine, nel libro, che dice tutto: chi tace sul blocco mentre piange per le sofferenze dei cubani è come chi rompe sistematicamente le gambe a un uomo e poi si commuove vedendolo in carrozzella. È criminale far pagare a un popolo intero una scelta politica. Chi aspetta un farmaco salvavita non è un simbolo ideologico: è una persona.

Qual è, secondo lei, l’obiettivo reale della politica statunitense verso Cuba?

Gli Stati Uniti non vogliono una Cuba riformata: vogliono una Cuba sottomessa. L’isola è a novanta miglia, e per Washington sarebbe ideale un Paese allineato ai suoi interessi. Ma Cuba rappresenta ancora autonomia, sovranità, resistenza, e questo dà fastidio. Il blocco serve a logorare la popolazione e a presentarne poi la sofferenza come prova del fallimento del sistema. Nel libro lei dedica un intero capitolo a come si fabbrica il consenso contrario — «Il dissidente fabbricato: CIA, dollari e mercenari» — per distinguere il dissenso reale da ciò che viene costruito a tavolino contro la sovranità di un popolo.

In questo clima internazionale, che cosa rappresenta oggi Cuba?

Una causa più grande di Cuba stessa. Negli Stati Uniti si è arrivati a posture aggressive, xenofobe, persino fasciste. Oggi il bersaglio può essere Cuba, domani qualunque altro popolo. Per questo la causa cubana è la causa di tutti i popoli che lottano per la pace, il dialogo, il rispetto della sovranità e della dignità umana. In gioco non c’è soltanto il futuro di un’isola: c’è una certa idea di umanità.

«Cuba non chiede compassione. Chiede giustizia»

Che cosa dovrebbe capire l’opinione pubblica internazionale, e quella italiana in particolare?

Che non si può guardare Cuba solo attraverso le categorie della propaganda. Bisogna ascoltare le persone: i bambini, gli ospedali, le famiglie, gli anziani, le madri che cucinano quando torna la luce. Cuba non chiede compassione: chiede giustizia. Chiede che si interrompa una politica che da decenni pesa sulla vita quotidiana di milioni di esseri umani. In Italia Cuba arriva quasi sempre come caricatura — o nostalgia ideologica, o dittatura tropicale — e raramente le si lascia parlare con la propria voce. Il suo libro nasce proprio per restituire quella voce: per questo invito chi legge a cercarlo su Amazon.

Dalla cronaca alla coscienza

C’è un punto in cui la testimonianza della Vázquez smette di essere cronaca e diventa questione morale. È il filo di José Martí — non la statua, non la citazione rituale, ma la coscienza viva della nazione — che percorre la postfazione con cui la studiosa chiude il volume: la dignità come ultima frontiera della libertà.

Per un lettore cristiano il libro offre più di una soglia. Accanto all’economia dell’assedio, dialoga con la fede dei popoli — la spiritualità meticcia dell’isola, la Virgen de la Caridad del Cobre patrona di Cuba, il rapporto tra la Chiesa e i Papi, dal dialogo con Giovanni Paolo II fino all’omaggio finale a Papa Francesco. E include una «Lettera di una madre cubana a una madre americana» che riporta tutto, di colpo, alla misura più semplice e più grande: due madri, due figli, e la domanda se la sofferenza di un popolo possa mai diventare strumento di pressione.

È la stessa domanda che resta aperta in queste pagine, e che vale come migliore sintesi della conversazione. Cuba — si legge nelle ultime righe del libro — «fa paura non perché sia perfetta. Fa paura perché non si lascia possedere».

Dietro la parola «embargo» non ci sono soltanto strategie geopolitiche, ma volti, ospedali, blackout, farmaci mancanti e famiglie costrette a reinventare ogni giorno la normalità. Letta attraverso le parole di Marlene Vázquez — e attraverso «Cuba, la verità che non vi hanno raccontato», ora disponibile in italiano su Amazon — la questione cubana torna a essere, prima di tutto, una questione morale: fino a che punto un popolo può essere punito per piegare la sua storia?

IL LIBRO · ORA IN ITALIANO SU AMAZONCuba, la verità che non vi hanno raccontatodi P. Alfonso BrunoNato da un viaggio sull’isola, il libro raccoglie le voci della cultura cubana per restituire all’Europa una Cuba senza caricatura: né mito romantico, né «dittatura tropicale». Una catena di dialoghi condotti dall’autore — dal presidente della Casa de las Américas Abel Prieto all’economista Luciano Vasapollo — che attraversano l’assedio economico, la battaglia culturale, la spiritualità meticcia dell’isola e il nodo della dignità.Dentro: prefazione in dialogo con Abel Prieto; diciotto capitoli (dall’«assedio permanente» a «quando il blocco uccide», dalla Chiesa e i Papi alla battaglia culturale martiana); la «Lettera di una madre cubana a una madre americana»; l’omaggio a Papa Francesco; un’appendice su José Martí.La postfazione, «La dignità come ultima frontiera della libertà», è firmata da Marlene Vázquez Pérez, direttrice del Centro di Studi Martiani dell’Avana, nella rielaborazione di Mirella Madaffer, dottoranda in studi per la pace all’Università per Stranieri di Perugia.Acquista su Amazon: amazon.it/dp/B0H3H7T368

Intervista a cura di P. Alfonso M. Bruno, direttore di Mediafighter. La postfazione del volume è a cura di Marlene Vázquez Pérez, nella rielaborazione di Mirella Madafferi (dottoranda in studi per la pace, Università per Stranieri di Perugia).

In foto Marlene Vázquez allo Studentato Filosofico e Teologico Internazionale di Roma dei Frati Francescani dell’Immacolata

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