Nel libro-intervista «2050» (Fayard) il cardinale Sarah denuncia un «ritorno del paganesimo» nella Chiesa. Ma la tesi contraddice il «non praevalebunt» di Cristo.
RECENSIONI — Esiste una differenza abissale fra il riconoscere la mondanità che insidia gli uomini di Chiesa e il proclamare che la Chiesa, come tale, è tornata pagana. Il cardinale Sarah, nelle sue parole, oscilla; chi lo rilancia, sulla Bussola, fa cadere ogni prudenza. Ma sopra l’una e l’altra operazione veglia una frase che nessun pontificato, nessun cardinale e nessun sito possono revocare: portae inferi non praevalebunt.
Nel suo nuovo libro-intervista il cardinale Robert Sarah denuncia un «ritorno del paganesimo» fin dentro la Chiesa. Una formula suggestiva e, spinta alla sua logica, devastante: perché urta contro la promessa di Cristo. E La Nuova Bussola Quotidiana, fedele al principio del «piatto ricco mi ci ficco», l’ha subito imbandita.
C’è un’ironia che il lettore attento non si lascia sfuggire. Il cardinale del silenzio, l’autore delle pagine ormai celebri sul potere del silenzio, affida a un fluviale libro-intervista — dunque a una marea di parole — la diagnosi che la Chiesa sarebbe ridiventata pagana. E la diagnosi trova subito chi se ne ciba: La Nuova Bussola Quotidiana, la testata che mons. Negri tenne a battesimo e che oggi è fra i pulpiti più riconoscibili di quel cattolicesimo teocon e reazionario, l’ha imbandita con la prontezza di chi conosce il proverbio: piatto ricco, mi ci ficco.
Cominciamo dalla copertina, perché è lì che il guasto si annida per primo. Il libro s’intitola, secco, 2050: un numero nudo, un anno scagliato in faccia al lettore come una profezia. La collana — ironia involontaria — è quella delle Choses vues, le «cose viste» di hugoliana memoria; ma qui non si è visto nulla, si è soltanto pronosticato. E che cosa? Che di qui a venticinque anni la Chiesa sarà un faro oppure l’eco lontana di una voce dimenticata. Già la domanda tradisce la risposta: chi davvero spera non mette il punto interrogativo sull’esistenza stessa del faro.
Un titolo così — un anno-soglia, un futuro misurato e contabilizzato — ha qualcosa di orwelliano. Come il 1984 di Orwell fissava l’incubo in una data, 2050 incastona in una cifra l’angoscia di una Chiesa data ormai per spacciata. Solo che Orwell scriveva una distopia dichiarata; qui si pretende di descrivere il destino della Sposa di Cristo. È un titolo che, suo malgrado, si mette al posto di Dio: perché il futuro della Chiesa non è un grafico da estrapolare, è una promessa da custodire. E una promessa non la si quota in Borsa a venticinque anni. C’è, in questo conteggio del declino, un pessimismo cosmico che è il rovescio della fiducia nella Provvidenza: si fa l’inventario delle rovine e si dimentica Chi ha detto «io sarò con voi tutti i giorni».
Il resto lo confessa il prezzo. Ventidue euro e novanta di copertina, che su Amazon per l’Italia lievitano verso i quaranta: parecchio, per un pamphlet che lamenta la mondanizzazione della Chiesa. La trovata editoriale — un anno-totem, una scadenza, un brivido apocalittico — è marketing allo stato puro, e fa un certo effetto rileggerla alla faccia di quella «Chiesa povera per i poveri» che a parole si vorrebbe rimpiangere.
Ma soprattutto: tutto questo lo avevamo già sentito. Aprendo il Concilio, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII rimproverò proprio i «profeti di sventura», che nei tempi moderni non sanno vedere altro che prevaricazione e rovina, quasi che la fine fosse alle porte. Sessant’anni dopo, che cosa è cambiato? Cambiano gli anni stampati sulle copertine, non l’inclinazione dell’anima. E la nostalgia di una Chiesa potente, centrale, quasi imperiale — i segni del potere, i paramenti, i troni — non fa mai i conti con se stessa: con gli scandali, con i suoi preti, prelati e presuli, poveri peccatori anch’essi in cerca di Cristo e del Vangelo dentro la propria autocomprensione. Si denuncia sempre il mondo, mai lo specchio.
Ed è qui l’ingiustizia di fondo verso papa Francesco, bersaglio mai nominato e però onnipresente. Perché il pontificato che La Nuova Bussola Quotidiana e i suoi sodali non perdonano è precisamente quello che ha tentato di declericalizzare le tre «P», di convertire i segni del potere nel potere dei segni: la lavanda dei piedi al posto del trono, la misericordia al posto dell’anatema, gli ultimi al posto del cerimoniale. Lo stesso risvolto di 2050 lo tradisce, quando si spazientisce perché la Chiesa parlerebbe «troppo» di creato, di poveri, di migranti — come se prendersi cura dell’orfano e dello straniero fosse una distrazione dal Vangelo, e non il Vangelo stesso.
E qui il pessimismo si rovescia da sé. Perché, a dispetto dei profeti di sventura, dallo «spirito del Concilio» — quello autentico, non la sua caricatura — è venuta una primavera missionaria di cui ancora viviamo. Il decreto Ad gentes, una liturgia capace di parlare le lingue dei popoli, l’inculturazione del Vangelo: da lì sono fiorite Chiese giovani, vocazioni a migliaia, conversioni a milioni. E il continente dove tutto questo è accaduto con più vigore è proprio l’Africa — l’Africa da cui viene il cardinale Sarah.
Sta qui l’ironia più grande. Colui che intona il de profundis della Chiesa ne è la prova vivente più luminosa: figlio della missione, evangelizzato da bambino nella sua Guinea, poi sacerdote, vescovo a trentaquattro anni, primo cardinale della sua terra: un cammino tutto fiorito, dalla prima Messa alla porpora, nella Chiesa del dopo-Concilio. La sua stessa biografia smentisce il suo libro. Ecclesia ex gentibus: la Chiesa si raccoglie da ogni popolo e oggi cresce dove ieri non c’era. Come si può restare pessimisti davanti a tutto questo? L’errore di prospettiva è anche geografico: la Chiesa non è l’Italia, non è la vecchia Europa che conta i suoi banchi vuoti. È cattolica, cioè universale; e mentre il nostro continente dispera, il faro che 2050 teme ormai spento arde già — soltanto, arde altrove: a Conakry, a Kinshasa, a Lagos. E nessun titolo apocalittico avrà mai la forza di spegnerlo.
Mi sia concessa, a questo punto, una parola personale. Ho avuto la grazia di conoscere di persona il cardinale Sarah, e di stimarlo — soprattutto negli anni in cui fu segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli: un pastore mite, un africano innamorato della missione, uno che le Chiese giovani le aveva viste nascere, non semplicemente censite in una statistica. Chi, come me, ha speso anni nell’apostolato in terra d’Africa, in quel volto riconosceva un fratello e un padre. Poi qualcosa è cambiato — il tono, l’accento, l’orizzonte: dall’annunciatore di una buona notizia all’araldo di un declino già scritto. Non tocca a me indagarne le ragioni, e Dio solo scruta i cuori. Ma è proprio in nome di quella stima che dico, con franchezza filiale, una cosa netta: queste righe non sono un giudizio sulla persona, bensì su una tesi e sull’uso che altri ne fanno. Si può amare una persona e dissentire dalle sue parole; anzi, è il solo modo onesto di volergli bene.
Sia chiaro, allora: nelle parole di Sarah c’è un nocciolo vero, e sarebbe disonesto fingere di non vederlo. La mondanità è una tentazione perenne; il richiamo all’adorazione, al silenzio orante, alla precedenza di Dio è legittimo e perfino bello. Del resto, fu proprio papa Francesco a denunciare con insistenza la «mondanità spirituale» come il male più sottile della Chiesa. Su questo non si discute. Si discute su tutt’altro: sul salto logico che trasforma una tentazione negli uomini in una corruzione della cosa stessa.
Qui sta il punto. Sarah parla di «fenomeno interiore», di cuori che «si lasciano guadagnare»: formule, in sé, ancora compatibili con la fede. Ma la metafora del «ritorno del paganesimo nella Chiesa» è una di quelle che, una volta accese, camminano da sole. E chi le raccoglie ne fa ciò che ne ha fatto Tommaso Scandroglio sulla Bussola: un elenco. Le benedizioni alle coppie omosessuali, la comunione ai divorziati risposati, il primato della pastorale sulla dottrina — atti, questi, del Magistero vivo, contestabili quanto si vuole ma posti da Pietro — vengono mescolati a fantasmi che il Magistero non ha mai prodotto: il sacerdozio femminile, sbarrato da Ordinatio sacerdotalis; l’abolizione del celibato, mai avvenuta. Tutto insieme, indistintamente, sotto l’unica etichetta: «paganesimo», «forma cattolica ma sostanza non cattolica», «nominalismo». Quel rimescolio è la spia: non è discernimento, è un cahier de doléances. E quando l’autore si lascia sfuggire che Francesco fu «artefice» della stessa mondanità che denunciava, l’animus fazioso si rivela per intero.
Ma è la teologia a non reggere. Cristo non ha promesso alla sua Chiesa di essere risparmiata dalla tentazione della mondanità; ha promesso che le potenze degli inferi non prevarranno: portae inferi non praevalebunt adversus eam (Mt 16,18). Proclamare che il paganesimo ha vinto dentro la Chiesa — nella sua liturgia, nella sua dottrina, nel suo Magistero — significa, alla lettera, proclamare che le porte degli inferi hanno prevalso. È dare del bugiardo a Cristo, o supporre lo Spirito addormentato. Ecco perché la formula, presa sul serio, è antibiblica: non perché sia troppo severa, ma perché contraddice la promessa su cui la Chiesa intera si regge.
La dottrina cattolica ha una parola esattissima per dire ciò che Sarah vorrebbe dire e non dice bene. Il Vaticano II — che pure il cardinale invoca — insegna che la Chiesa è sancta simul et semper purificanda: insieme santa e sempre bisognosa di purificazione (Lumen gentium, 8). Santa e da purificare: non paganizzata. Tra «da purificare» e «ridiventata pagana» corre la distanza che separa l’ospedale dal cimitero. Scrivere «la sostanza non è cattolica» è collocarsi al di là di quella linea: è decidere, da sé, dove sia la vera Chiesa — e scoprire che non è là dove sono il Papa e i vescovi in comunione, ma in un «resto» fervente di giovani, monasteri di claustrali scismatiche, fraticelli e pie donne con abito non riconosciute e famiglie controcorrente.
È, ironia delle ironie, l’ecclesiologia del piccolo gregge dei puri contro l’istituzione corrotta: l’ecclesia abscondita di Lutero, la Chiesa dei puri, dei donatisti. Esattamente ciò che il cattolicesimo ha sempre rigettato. Chi accusa di paganesimo finisce, senza avvedersene, nell’antica eresia di chi pretende di tracciare da sé il confine tra il grano e la zizzania, anticipando quella mietitura che il Signore ha riservato a sé solo.
E qui l’accusa di mondanità si rovescia in boomerang. Perché c’è qualcosa di profondamente mondano nell’usare la denuncia della mondanità come arma per delegittimare un pontificato sgradito, nel farne un punto a referto nella guerra culturale. La cornice stessa di Sarah — l’«Occidente decadente», i «dogmi dei media», la civiltà cristiana assediata — è la cattività dentro una precisa narrazione politico-culturale: quella dei teocon. L’accusatore resta impigliato nella rete che getta. E la Bussola non discute Sarah: lo consuma, perché conferma il menù già apparecchiato. Scandroglio non aggiunge teologia, aggiunge condimento.
Egli chiude il suo articolo con un’immagine bella, che gli restituiamo capovolta: sotto le ceneri del rumore del mondo arde la speranza di un Dio che sussurra. Verissimo. Ma quel Dio sussurra dentro la sua Chiesa, non contro di essa. Le porte degli inferi non prevarranno. Non hanno prevalso. Non prevarranno. E nessuna intervista, per quanto cardinalizia, nessun titolo, per quanto apocalittico, e nessun sito, per quanto affamato davanti al piatto ricco, ha il potere di cancellare quella promessa.
Il cardinale Robert Sarah affida a un libro-intervista dal titolo apocalittico, «2050», la diagnosi di un «ritorno del paganesimo» nella Chiesa: una formula che, spinta alla sua logica, urta contro la promessa di Cristo. E La Nuova Bussola Quotidiana, fedele al «piatto ricco mi ci ficco», l’ha subito imbandita.
Robert Sarah, Nicolas Diat, 2050, Fayard, Parigi 2026, 288 pp., 22,90 €.
