L’Italia sceglie il commercio mentre Gaza muore

 A Lussemburgo, martedì, l’Italia di Tajani e la Germania di Wadephul hanno affossato la proposta di Spagna, Slovenia e Irlanda di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele. Settantuno miliardi di dollari stimati per ricostruire Gaza, una legge israeliana che introduce la pena di morte per i palestinesi nei tribunali militari, aiuti umanitari insufficienti, coloni che agiscono «con assoluta impunità» in Cisgiordania. Non basta. Si discuterà l’11 maggio. Nel frattempo si bombarda.

C’è un principio antico nel diritto morale, ripreso con forza dalla tradizione cattolica: qui tacet consentire videtur. Chi tace acconsente. Ma c’è una forma di complicità ancora più precisa del silenzio: è l’azione deliberata di impedire che altri parlino. Non tacere, ma zittire. Non astenersi, ma bloccare. È quello che Italia e Germania hanno fatto martedì a Lussemburgo, affossando la proposta di tre paesi europei di sospendere l’accordo commerciale con Israele.

Antonio Tajani ha detto: «Nessuna decisione sarà presa oggi». È una frase che nella diplomazia vale come un no definitivo, perché nel frattempo i bambini di Gaza continuano a morire, gli aiuti continuano a non entrare, i coloni continuano ad agire con quella «assoluta impunità» che la lettera congiunta di Spagna, Slovenia e Irlanda descrive con parole che non lasciano spazio a interpretazioni. Il ministro degli Esteri tedesco ha parlato di «dialogo critico e costruttivo con Israele». Sedici mesi di guerra, settantamila morti stimati, una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi: di che cosa si deve ancora discutere, e per quanto tempo, prima che il dialogo ceda il passo alla responsabilità?

La Santa Sede non ha mai usato la parola genocidio con leggerezza. Ma ha usato parole precise. Leone XIV, nel suo viaggio africano, ha detto che il cuore di Dio «è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne». Ha detto che «una manciata di tiranni» devasta il mondo. Ha detto — a Bamenda, davanti a una cattedrale nel cuore del Camerun — «guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici». Francesco, prima di lui, aveva chiesto più volte un’indagine indipendente su Gaza e aveva definito «terrorismo» ogni azione che colpisce deliberatamente i civili, da qualunque parte provenga.

L’accordo di associazione UE-Israele del 1995 contiene una clausola precisa: l’articolo 2 lega le relazioni commerciali al rispetto dei diritti umani. Non è un’aggiunta ideologica né una concessione progressista: è il fondamento contrattuale su cui l’accordo poggia. Una valutazione dell’Unione europea ha già concluso che Israele «probabilmente» ha violato quegli obblighi. Spagna, Slovenia e Irlanda dicono che la situazione è ulteriormente deteriorata. La Corte internazionale di giustizia ha aperto un procedimento per genocidio. Le Nazioni Unite parlano di condizioni «insopportabili». Il ministro degli Esteri spagnolo Albares ha detto che ignorare tutto questo «sarebbe una sconfitta per l’Unione europea».

È una sconfitta. Ed è anche qualcosa di più grave.

La dottrina sociale della Chiesa insegna la responsabilità di proteggere: il principio per cui la comunità internazionale ha non solo il diritto ma il dovere di intervenire quando uno Stato non protegge la propria popolazione civile o, peggio, la massacra. Questo principio è stato invocato — con risultati discutibili — in Kosovo, in Libia, in Iraq. Viene sistematicamente ignorato quando si tratta di Gaza. Il doppio standard non è solo un’incoerenza politica: è una scelta morale. Dice a quale vita si attribuisce valore e a quale no.

L’Italia ha una storia particolare in questa vicenda. È la stessa Italia che ha firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani, che ha inserito il ripudio della guerra nella propria Costituzione, che si definisce costruttrice di pace nel Mediterraneo. È la stessa Italia che vende armi a Israele — le forniture sono state parzialmente sospese dopo le pressioni parlamentari, ma non del tutto — e che ora impedisce all’Europa di usare lo strumento più pacifico e più legittimo a sua disposizione: la leva commerciale, quella stessa leva che l’Europa non ha esitato a usare contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Il confronto è inevitabile e impietoso. Contro Mosca: sanzioni immediate, sospensione degli accordi, embargo energetico a costi enormi per le economie europee. Contro Tel Aviv: dialogo critico e costruttivo, rinvio all’11 maggio, nessuna decisione oggi. Le vittime di Bucha hanno avuto la risposta dell’Europa in pochi giorni. Le vittime di Gaza aspettano da sedici mesi.

Non si tratta di stabilire gerarchie del dolore né di negare il diritto di Israele all’esistenza e alla sicurezza, che la Santa Sede ha sempre riaffermato. Si tratta di riconoscere che i diritti — anche quelli di Israele — non possono essere esercitati cancellando i diritti degli altri. E che un accordo commerciale fondato sul rispetto dei diritti umani decade quando quei diritti vengono sistematicamente violati, indipendentemente da chi li viola.

«Qualsiasi cosa diversa sarebbe una sconfitta per l’Unione Europea», ha detto Albares. Ha ragione. Ma non è solo una sconfitta politica. È una sconfitta morale. Ed è una sconfitta che l’Italia, questa volta, ha scelto deliberatamente di infliggere.

Qui non tace. Blocca. Ed è peggio.