Una serata romana, Cuba e il ritorno inatteso della storia tra i giovani. Centocinquanta nella stanza
Ci sono serate che smentiscono le previsioni, e questa era una di quelle. Via dei Sabelli, quartiere San Lorenzo, Roma — uno di quei luoghi dove la città porta ancora i segni di una storia politica che altrove si è dissolta o si è fatta folklore. Il GAP, venerdì 5 giugno, ore diciotto. Oltre centocinquanta persone. E soprattutto — questo il dato che ha sorpreso perfino chi aveva organizzato l’incontro — una presenza giovanile massiccia, inattesa, silenziosa nell’ascolto e rumorosa nel dibattito. Più di cento ragazzi riuniti a discutere di Cuba, della Seconda Dichiarazione dell’Avana, del blocco economico americano, delle sanzioni che durano da decenni. Non era un concerto. Non era un aperitivo politico. Era una conferenza di storia e di impegno, e la sala era piena.

Vale la pena fermarsi su questo prima ancora che sui contenuti. Viviamo in un tempo in cui si ripete ossessivamente che i giovani non si interessano alla politica, non leggono, non si appassionano alle questioni internazionali, guardano i loro schermi e non guardano il mondo. Poi arriva una serata come questa e la tesi si inceppa. Forse il problema non è l’apatia dei giovani, ma la povertà delle proposte che vengono loro offerte. Forse, quando si parla di qualcosa con serietà e con passione, qualcuno ancora ascolta.
Cuba è un caso particolare nella geografia delle passioni politiche del Novecento sopravvissute al Novecento. L’isola continua a esercitare una forza d’attrazione che sfugge alle categorie ordinarie. Non è più soltanto l’epopea della Sierra Maestra e dei barbudos, non è soltanto il mito di Che Guevara sulle magliette. È anche — e forse soprattutto — una questione aperta e dolorosa: una piccola nazione che da oltre sessant’anni resiste a una pressione economica e politica di proporzioni sproporzionate. L’ambasciatore cubano in Italia, Jorge Luis Cepero Aguilar, non ha usato perifrasi: ha descritto una situazione che peggiora di mese in mese, con blackout che arrivano a venti ore al giorno, trasporti immobilizzati, rifiuti che si accumulano nelle strade non per incuria ma per mancanza di carburante per i mezzi di raccolta. Un paese che si reinventa — avanzando nella transizione verso l’energia solare, convertendo i veicoli — ma che lo fa sotto una pressione che definire asfissiante sarebbe un eufemismo. Luciano Vasapollo ha presentato il volume sulla Seconda Dichiarazione, quei testi pronunciati da Castro davanti a folle immense nella Plaza de la Revolución, definendoli niente meno che il manifesto della rivoluzione latinoamericana. Ha ricordato che quelle parole, scritte nel 1962, sembrano scritte oggi: la stessa rivendicazione di autodeterminazione, lo stesso rifiuto di ogni tutela straniera, la stessa domanda di fondo — quale diritto ha una potenza esterna di decidere il futuro di un popolo sovrano? La dottoranda Melina Iturriaga, cubana, ha ricostruito la storia lunga del blocco economico con la precisione di chi lo studia e la voce di chi lo vive.
Tra il pubblico c’era anche padre Alfonso Bruno, francescano, che Vasapollo ha invitato a prendere la parola quasi a sorpresa. Il religioso ha scelto un’immagine biblica per dire quello che aveva da dire: le cinque pietre di Davide. Non il lanciarazzi, non l’esercito, non la potenza militare — cinque sassi raccolti dal fiume, e la fionda. Cinque le pietre che Cuba può scagliare contro il Golia del bullismo politico internazionale: la fede del popolo cubano, quella autentica e popolare devota alla Madonna del Cobre e sa che l’uomo ha un orizzonte verticale oltre che orizzontale; la resilienza, intesa non come semplice resistenza ma come capacità di sopportare reinventandosi in modo creativo; la solidarietà, che a Cuba non è retorica ma organizzazione concreta, non solo nazionale ma internazionale; la cultura, perché come ricordava san Paolo il combattimento vero si fa con le armi dello spirito; e infine la gioventù — non come categoria anagrafica ma come attitudine, come capacità di pensare agli altri invece che a se stessi, di dare di più invece di calcolare quanto si riceve. Ha aggiunto, con il sorriso di chi sa usare il pensiero dell’avversario per ribaltarne la logica, un’immagine calcistica: come in campo si cambia fascia per sconfiggere l’avversario, così nel dibattito su Cuba bisogna cambiare posizione, spiazzare, usare le stesse parole d’ordine — sovranità, nazione, autodeterminazione — che troppo spesso vengono sequestrate da narrazioni opposte. Ha ricordato il volume scritto insieme a Vasapollo, Cuba, la verità che non vi hanno raccontato: non la verità come possesso esclusivo di parte, ma come rivendicazione di complessità contro la disinformazione sistematica. La presenza di un francescano in quella sala, accanto agli economisti e ai diplomatici, ai militanti e ai curiosi, era di per sé un segno: certe questioni di giustizia non appartengono a un solo linguaggio.
La serata si è chiusa con slogan e canti. Si potrà sorridere di questo, o irritarsi, o commuoversi, a seconda di come si legge la storia. Ma quello che resta, oltre le posizioni e le bandiere, è quell’immagine di fondo: una sala di San Lorenzo, un venerdì sera, centocinquanta persone — molte delle quali non erano nate quando cadde il Muro — che discutono di un’isola lontana come se la sua storia riguardasse anche loro. Forse perché la riguarda davvero. Perché Cuba non è solo Cuba: è il luogo dove si misura ancora, ogni giorno, la domanda se un popolo piccolo abbia il diritto di scegliere la propria strada senza che una potenza più grande gliela sbarri. È una domanda antica. Ma le domande antiche, quando sono vere, non invecchiano mai.
E i ragazzi in quella sala lo sapevano.

