A 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza, gli Stati Uniti celebrano la libertà mentre riemerge l’antica saldatura tra nazionalismo, religione civile e supremazia bianca.


L’America si prepara a commemorare il proprio mito fondativo: “tutti gli uomini sono creati uguali”. Ma quella frase, scritta da Thomas Jefferson mentre un ragazzo schiavo lo serviva nella stanza di Filadelfia, continua a bruciare come una promessa tradita. L’amministrazione Trump non inventa questa contraddizione: la riporta in superficie, la veste di Bibbia, bandiera e nostalgia imperiale.

C’è un modo ingenuo di guardare l’America di Donald Trump: considerarla un incidente, una parentesi volgare, una febbre passeggera della democrazia più potente del mondo. È una consolazione comoda, ma falsa. Trump non è caduto dal cielo. Non è un corpo estraneo precipitato dentro la storia americana. È, piuttosto, una delle sue possibilità interne: la più brutale, la più teatrale, la più sguaiata, ma non la più incomprensibile.

Per questo l’immaginario ritorno di W. E. B. Du Bois davanti agli Stati Uniti del 2026 ha una forza quasi profetica. Il grande sociologo afroamericano non resterebbe attonito dinanzi al fatto che milioni di cristiani bianchi abbiano scelto e continuino a sostenere un leader il cui linguaggio politico è fatto di risentimento, forza, espulsione, disprezzo dell’avversario e culto del potere. Du Bois aveva già visto tutto: il fondamentalismo religioso degli anni Venti, la crociata contro l’evoluzione, il processo Scopes, il moralismo che sapeva indignarsi per Darwin ma restava freddo davanti al linciaggio dei neri.

L’America di Dayton, Tennessee, nel 1925, non era un teatro provinciale: era una radiografia nazionale. Il banco degli imputati non era occupato soltanto da un insegnante accusato di aver parlato di evoluzione. Lì veniva processata l’idea stessa che la ragione, la scienza e la libertà della coscienza potessero sottrarsi al controllo di un cristianesimo trasformato in identità tribale. La fede, quando diventa bandiera di appartenenza etnica, smette di essere Vangelo e diventa frontiera.

È questo il punto che oggi ritorna con inquietante evidenza. Il cosiddetto nazionalismo cristiano americano non è anzitutto un problema di devozione religiosa. Non nasce da un eccesso di preghiera, ma da una deformazione della fede. Usa Dio come garante della nazione, Cristo come sigillo dell’ordine sociale, la Bibbia come certificato di proprietà culturale. Non cerca il Regno di Dio, ma una patria immaginaria dove il potere appartiene ai “veri americani”, cioè a coloro che si percepiscono come eredi naturali della terra, della lingua, della razza e della religione dominante.

La cosa più inquietante è che questa religione politica non ha bisogno di un uomo pio alla sua guida. Trump può non incarnare alcuna virtù evangelica riconoscibile; può essere lontanissimo dalla mitezza, dalla misericordia, dalla povertà di spirito, dalla ricerca della verità. Eppure può diventare, agli occhi di molti, lo strumento provvidenziale di una restaurazione. Non importa che il messaggero sia moralmente screditato: conta che prometta protezione, vendetta e dominio. È il paradosso antico del potere religioso quando smarrisce Dio: perdona tutto al sovrano, purché il sovrano protegga l’idolo.

Qui Du Bois resta indispensabile. Egli aveva capito che il “cristianesimo bianco” non era semplicemente una confessione religiosa, ma una costruzione storica capace di convivere con schiavitù, segregazione, imperialismo, sfruttamento economico e violenza razziale. Il problema non era Cristo, ma la sua sostituzione con un Cristo addomesticato: bianco, proprietario, armato, nazionale, funzionale all’ordine dei vincitori.

Per comprendere il presente bisogna allora tornare al principio, alla stanza di Filadelfia dove Jefferson scriveva la Dichiarazione d’indipendenza. “Tutti gli uomini sono creati uguali”: poche parole hanno illuminato così potentemente la storia politica moderna. Eppure quelle parole nacquero accanto alla loro negazione vivente. Jefferson proclamava diritti inalienabili mentre possedeva esseri umani. Denunciava la tirannia del re inglese mentre traeva ricchezza da uomini e donne privati della libertà. Parlava di felicità, ma la felicità degli schiavi restava sospesa, rinviata, amministrata dal padrone.

Questa non è un’annotazione moralistica da aggiungere in nota ai manuali. È il cuore della questione americana. Gli Stati Uniti nascono da una promessa universale e da una pratica particolare di esclusione. Nascono dicendo “umanità” e intendendo, troppo spesso, uomo bianco proprietario. Nascono proclamando libertà mentre tollerano la schiavitù. Nascono invocando il Creatore mentre organizzano un ordine sociale in cui alcune creature valgono meno di altre.

La grandezza americana, quando c’è stata, non è consistita nel negare questa contraddizione, ma nel combatterla dall’interno. Gli abolizionisti, Frederick Douglass, gli schiavi liberati, i movimenti per i diritti civili, Martin Luther King, gli uomini e le donne che hanno preso sul serio le parole della Dichiarazione più dei suoi stessi autori: sono loro ad aver salvato l’America dal suo cinismo originario. Sono loro ad aver trasformato un testo nato incompleto in una promessa più grande dei padri fondatori.

Il dramma è che questa lotta non è finita. Ogni volta che l’America tenta di raccontarsi come una comunità plurale, composita, fondata non sul sangue ma sul diritto, riemerge l’altra America: quella della supremazia, della paura demografica, dell’ossessione per il confine, della nostalgia per un passato gerarchico. “Make America Great Again” non è solo uno slogan elettorale. È una teologia politica della nostalgia. Promette un ritorno, ma non dice mai fino in fondo a che cosa: all’America dei baroni industriali? A quella della segregazione? A quella in cui il cristianesimo benediceva l’ordine sociale invece di convertirlo?

Il nazionalismo ha bisogno di una storia. Se gli storici, gli educatori, le Chiese e le istituzioni democratiche rinunciano a raccontare una storia vera, comune e critica, altri la racconteranno al loro posto. La racconteranno i demagoghi. La ridurranno a mito di purezza, a vittimismo maggioritario, a culto dei confini. Diranno che la nazione è stata rubata, che gli stranieri la contaminano, che le élite la tradiscono, che la forza la salverà. E quando questa narrazione entra nelle chiese, il Vangelo diventa carburante emotivo della paura.

È qui che la questione tocca anche i cattolici. Sarebbe troppo facile archiviare tutto come patologia protestante, come fondamentalismo evangelico estraneo alla tradizione cattolica. Ma il cattolicesimo americano, in larga parte, ha partecipato allo stesso spostamento: dalla dottrina sociale alla guerra culturale, dalla centralità dei poveri alla difesa identitaria, dall’universalità della Chiesa alla tentazione di una religione nazionale. Quando la fede serve a confermare appartenenze politiche già decise, non evangelizza più la politica: viene colonizzata da essa.

Il cristianesimo autentico non può essere la religione civile di un impero. Non può benedire deportazioni, disprezzo dei migranti, brutalità istituzionale, razzismo mascherato da ordine pubblico, culto della ricchezza e indifferenza verso i deboli. Non può trasformare la croce in un distintivo di maggioranza. Il Cristo dei Vangeli non coincide con la bandiera di nessuna nazione, neppure della più potente. Quando lo si arruola come cappellano del potere, lo si tradisce.

A 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza, l’America è dunque davanti a una scelta spirituale prima ancora che politica. Può celebrare se stessa con parate, fuochi d’artificio e retorica patriottica, oppure può avere il coraggio di rileggere la propria origine senza menzogna. Può dire che Jefferson scrisse parole immense e che non seppe viverle. Può riconoscere che la democrazia americana è stata salvata non da chi difendeva il privilegio, ma da chi ha costretto la nazione ad allargare il significato di “tutti”.

Il vero patriottismo non consiste nel coprire le ferite con la bandiera. Consiste nel impedire che la bandiera diventi il sudario della verità. Una nazione matura non ha paura della propria storia, perché sa che la memoria non distrugge la casa: ne mostra le crepe prima che crolli. L’America di Trump vuole una storia senza colpa, una religione senza conversione, una grandezza senza giustizia. Ma una democrazia che rifiuta di confessare il proprio peccato originale finisce per ripeterlo sotto nuove forme.

Per questo Du Bois parlerebbe ancora. Non per maledire l’America, ma per strapparla alla sua falsa innocenza. Direbbe che il problema non è la religione, ma la religione senza verità; non è la nazione, ma la nazione idolatrata; non è la memoria, ma la memoria falsificata. E forse ricorderebbe ai cristiani americani — e a tutti noi — che una fede incapace di vedere l’uomo umiliato non è fede: è liturgia del potere.


L’America non sarà grande tornando al mito di una nazione bianca, cristiana e padrona. Sarà grande solo se avrà il coraggio di prendere finalmente sul serio la frase che l’ha fondata e che per troppo tempo ha tradito: tutti gli uomini sono creati uguali.