Dopo mesi di guerra e miliardi di dollari spesi, Washington torna quasi al punto di partenza. E il prezzo politico rischia di pagarlo il trumpismo
Donald Trump ha costruito la sua carriera politica sull’idea di essere il grande negoziatore. L’uomo capace di ottenere ciò che nessun altro riesce a strappare. Il presidente che avrebbe chiuso le guerre infinite dell’America e riportato a casa i soldati. Oggi, però, la conclusione del conflitto con l’Iran rischia di trasformarsi nel simbolo opposto: una guerra costosa, impopolare e dai risultati incerti, conclusa con un accordo che assomiglia molto a ciò che esisteva prima delle ostilità. Non è ancora il Vietnam del trumpismo, ma certamente non è nemmeno il trionfo annunciato dalla Casa Bianca.
La guerra degli obiettivi mobili
Uno dei problemi principali dell’amministrazione Trump è stato spiegare quale fosse davvero l’obiettivo della guerra.
All’inizio si parlava di fermare definitivamente il programma nucleare iraniano. Poi di indebolire la capacità missilistica di Teheran. Successivamente di ridimensionarne l’influenza regionale. Infine, nelle dichiarazioni più aggressive, si è arrivati perfino a evocare una sorta di resa politica del regime.
Tre mesi dopo, nessuno di questi obiettivi appare raggiunto.
L’Iran continua a rivendicare il proprio diritto allo sviluppo nucleare civile. Le sue reti di alleanze regionali non sono state smantellate. Il regime è rimasto al suo posto. E il memorandum firmato tra le parti appare più come una tregua negoziale che come una vittoria strategica.
La “resa incondizionata” evocata da Trump è rimasta uno slogan.
Hormuz, la vera arma iraniana
La lezione più importante lasciata dal conflitto riguarda probabilmente lo stretto di Hormuz.
Per anni gli analisti hanno discusso delle centrifughe iraniane, dei missili balistici e delle milizie filo-iraniane sparse in Medio Oriente. Alla fine, però, la vera leva negoziale di Teheran si è rivelata quella che la geografia le aveva consegnato da sempre: il controllo di uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
Quando il traffico energetico mondiale è stato minacciato, i mercati hanno reagito immediatamente. Petrolio, trasporti, assicurazioni e catene logistiche globali hanno subito scosse che si sono tradotte in inflazione e incertezza economica.
L’Iran non ha bisogno di possedere una marina paragonabile a quella americana. Gli basta ricordare al mondo dove si trova Hormuz.
Paradossalmente, è stata proprio la guerra a trasformare questo vantaggio geografico in una potente arma diplomatica.
Il fantasma di Obama
C’è poi un elemento che tormenta la Casa Bianca più di ogni altro.
Nel 2018 Trump aveva stracciato l’accordo sul nucleare negoziato dall’amministrazione Obama, definendolo il peggior accordo della storia americana. Oggi il rischio è che il nuovo compromesso con Teheran finisca per assomigliare molto a quello che il presidente aveva demolito.
Per Trump sarebbe una sconfitta simbolica devastante.
Significherebbe ammettere che, dopo anni di pressioni, sanzioni, minacce e guerra, gli Stati Uniti sono tornati sostanzialmente al punto di partenza. Peggio ancora: con costi economici e politici infinitamente superiori.
Non sorprende che molti repubblicani evitino accuratamente di attribuire la paternità dell’accordo al presidente, preferendo spostare l’attenzione sul vicepresidente J.D. Vance, diventato il bersaglio ideale di tutte le critiche.
La crepa nel trumpismo
Il vero problema, tuttavia, non riguarda l’Iran ma l’America.
Trump aveva promesso ai suoi elettori la fine delle avventure militari in Medio Oriente. Aveva costruito parte della propria identità politica contro l’interventismo delle amministrazioni precedenti. Molti dei suoi sostenitori più fedeli lo avevano seguito proprio per questo.
La guerra con Teheran ha incrinato quella promessa.
Non è un caso che l’ala più isolazionista del Partito Repubblicano osservi con crescente disagio l’evoluzione degli eventi. In molte aree del Paese si diffonde la percezione che il conflitto sia stato combattuto più nell’interesse di alleati regionali che degli Stati Uniti.
A rendere ancora più difficile la situazione è il ritorno dell’inflazione. Benzina più cara, aumento dei costi di trasporto e rincari alimentari colpiscono direttamente quell’elettorato popolare che aveva consegnato a Trump la vittoria nel 2024.
L’effetto boomerang
La storia recente mostra una curiosa regolarità.
Quando Trump ha lanciato la guerra commerciale contro la Cina, Pechino ha trasformato il proprio predominio sulle terre rare in uno strumento di pressione geopolitica. Quando Washington e i suoi alleati hanno colpito l’Iran, Teheran ha trasformato Hormuz nella leva decisiva del confronto.
In entrambi i casi l’avversario ha finito per utilizzare in modo più aggressivo vantaggi che già possedeva.
È il paradosso della politica di pressione massima: nel tentativo di indebolire il rivale, lo si costringe spesso a scoprire nuove forme di deterrenza.
Donald Trump continua a presentarsi come il maestro dell’arte del negoziato. Ma in Medio Oriente il risultato appare ambiguo. Dopo mesi di guerra, il regime iraniano è ancora in piedi, Hormuz è diventato più centrale che mai e Washington si ritrova a trattare condizioni non molto diverse da quelle che aveva rifiutato anni fa. Se questa è una vittoria, assomiglia molto a una sconfitta. E se c’è una lezione che la guerra con l’Iran lascia alla politica americana, è che non sempre la forza produce il risultato desiderato. Talvolta produce soltanto nuovi strumenti di potere nelle mani dell’avversario.
