Cinquant’anni fa la nube di diossina fu usata per spingere all’aborto su malformazioni che non ci furono. Oggi le malformazioni e i morti sono reali — a Taranto, nella Valle del Mela, nei teatri di guerra — ma una «necessità» li assolve.

Nel maggio del 1998 alcuni ventenni di Seveso salirono in Vaticano con una scritta sul petto: «Grazie Cardinal Colombo». Erano vivi perché, dopo il disastro della diossina del 1976, qualcuno aveva rifiutato di trasformare una paura in una condanna. Mezzo secolo dopo, la stessa domanda ci insegue: quante tragedie servono ancora da alibi per uccidere, e da grimaldello per forzare le leggi?

C’è una fotografia che cinquant’anni non hanno scolorito. Nel maggio del 1998 un gruppo di ventenni di Seveso salì in Vaticano indossando magliette bianche: «Grazie Cardinal Colombo». Erano nati tra il 1976 e il 1977, nei mesi in cui sulla Brianza era calata la nube di diossina fuoriuscita dall’ICMESA, e dovevano la vita a un uomo che, mentre l’allarme montava, aveva avuto il coraggio di non assecondarlo. Si era diffusa la voce che quella tossicità avrebbe deformato i nascituri, e su quella paura si chiedeva — a legge ancora non scritta, mancavano due anni alla 194 — che alle donne incinte della zona fosse aperta la via dell’aborto. L’arcivescovo di Milano supplicò le madri di non credere alle «voci allarmistiche … manipolate con intendimenti interessati e faziosi», e offrì famiglie pronte ad adottare i bambini che fossero nati malati. La Conferenza episcopale, per due volte in quell’autunno, denunciò la strumentalizzazione del disastro. Poi accadde l’unica cosa che nessuno citò più: nessuno di quei bambini nacque deforme. La tragedia, semplicemente, era stata arruolata per forzare una legge e legittimare la soppressione dell’innocente.

Si potrebbe chiudere qui, come una storia edificante di mezzo secolo fa. Sarebbe un errore. Perché quel meccanismo — la paura, o la necessità, eretta ad alibi per sacrificare i più indifesi — non è morto: ha solo cambiato di segno. Allora si invocava una deformità temuta per giustificare una morte; oggi si invoca una necessità reale per assolvere morti certe e documentate.

Si vada a Taranto. L’acciaieria più grande d’Europa sorge a ridosso del rione Tamburi, dove gli studi epidemiologici registrano un’incidenza di tumori superiore di oltre il settanta per cento alla media cittadina, un eccesso del cinquantaquattro per cento di neoplasie infantili, e dove il progetto Sentieri ha collegato all’inquinamento migliaia di morti. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia; un tribunale ha ordinato che dal prossimo agosto la produzione si fermi, se non saranno garantite le tutele sanitarie. E lo Stato? Continua a versare denaro pubblico per tenere accesi gli altiforni, in nome dell’interesse «strategico» e del lavoro. Qui la malformazione non si teme: si misura. E si lascia che prosegua, perché una necessità la assolve.

Si scenda in Sicilia, nella Valle del Mela, che la gente ha ribattezzato senza pietà «la valle delle parrucche»: tante sono le donne che, accanto alla raffineria di Milazzo e alle centrali del Mela, perdono i capelli per la chemioterapia. Lo studio Sentieri vi ha certificato un più settantanove per cento di malformazioni congenite rispetto alla media nazionale: esattamente quelle deformità che a Seveso si erano soltanto paventate, qui sono realtà, e gli impianti non si fermano. In una chiesa di Archi una tavoletta votiva implora la Madonna di liberare quella terra «dalle pesanti catene dell’inquinamento». La gente prega; la legge guarda altrove. «Questa economia uccide», scrisse Francesco. Non era una metafora.

E c’è un terzo cerchio, il più vasto. La stessa logica che a Taranto antepone la fabbrica alla vita governa, su scala planetaria, l’industria delle armi. Lo Stato italiano — non un comitato di pacifisti — ha riconosciuto nel 2025, con le sentenze dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, un «rischio professionale specifico» per i militari esposti all’uranio impoverito e alle nanoparticelle di metalli pesanti nei Balcani e in Iraq: centinaia di morti, migliaia di malati, al punto da rovesciare sull’amministrazione l’onere di provare il contrario. Le armi, prima di colpire il nemico, contaminano chi le porta. E quando quegli arsenali verranno usati — in terre già martoriate come il Sudan dell’eccidio di El Fasher, dove i droni cadono sulle moschee e l’Onu parla di genocidio, o come l’Ucraina, che a fucili spenti rischia di restare una polveriera di armi rimaste in circolo e di reduci segnati — il conto arriverà con gli interessi. Gli embarghi si violano alla luce del sole; i mercanti della paura diventano i mercanti delle armi.

Cambiano i pretesti — una deformità temuta, un posto di lavoro, una necessità strategica — ma il bersaglio è sempre lo stesso: l’innocente. Il non ancora nato, il povero che respira veleno, il soldato mandato a morire due volte, il civile di una città assediata. Erode non muore mai: si limita a cambiare editto, e trova ogni volta qualcuno disposto a scrivergli una legge su misura. Alla vigilia di quel Natale del 1976 Paolo VI ricordava alle famiglie sfollate di Seveso Maria e Giuseppe, che conobbero «l’amarezza di non poter offrire al neonato Redentore il tepore accogliente della loro casa». È ancora questo il discrimine. Da una parte chi, come il cardinale Colombo, apre le porte all’innocente e smaschera le voci interessate; dall’altra chi, dietro l’alibi della paura o del profitto, gli sbarra la strada. Tra i due non corre una terza via: c’è soltanto una mangiatoia, e chi è disposto a farle posto.