C’è una città del nord, Como, e c’è un mattino d’autunno — il 15 settembre 2020 — in cui una storia di bene si è interrotta su un marciapiede, a pochi passi dalla chiesa di San Rocco. Don Roberto Malgesini, 51 anni compiuti da un mese, stava facendo quello che faceva ogni mattina: caricava sulla sua auto dolci, biscotti e bevande calde. Un “giro colazioni”, lo chiamavano lui e i suoi volontari. Un giro tra i poveri, i senza dimora, gli invisibili di una città che — come tutte le città — preferisce non guardare troppo in basso.

A ucciderlo fu uno di quegli invisibili. Un uomo che don Roberto conosceva bene, al quale aveva sempre offerto aiuto, cura, presenza. Un uomo che il tribunale, due anni dopo, ha condannato in via definitiva a 25 anni di carcere. Il paradosso straziante è tutto qui: Malgesini non fu ucciso dall’indifferenza, ma dall’abisso di fragilità che si nasconde in chi vive ai margini — lo stesso abisso che lui, ogni giorno, cercava di illuminare con un sorriso e una tazza calda.

Don Roberto era prete nella comunità pastorale “Giovanni Battista Scalabrini” di Como. Un prete schivo, lontano dai riflettori, che aveva scelto come parrocchiani i dimenticati: migranti, clochard, tossicodipendenti, senzatetto. Non era un filantropo, tengono a precisare chi lo ha conosciuto. Era, prima di tutto, un uomo di preghiera — la sua giornata erapreghiera — che nel volto di ogni disperato sapeva scorgere qualcosa di sacro.

Ora, il 21 marzo 2025, durante un ritiro di Quaresima dei giovani a Como, il cardinale Oscar Cantoni ha letto ad alta voce una lettera in latino giunta dalla Santa Sede. Il Dicastero delle Cause dei Santi ha comunicato il nihil obstat: nessun impedimento all’avvio della fase diocesana per il processo di beatificazione. Presenti in sala: decine di ragazzi, e Caterina, la sorella di don Roberto. Gli applausi si sono prolungati a lungo. Il cardinale si è commosso.

C’è una coincidenza che fa riflettere: don Roberto Malgesini e don Pino Puglisi, il parroco di Palermo trucidato dalla mafia nel 1993, sono morti entrambi il 15 settembre, a 27 anni di distanza l’uno dall’altro. Due preti uccisi da chi avrebbero dovuto, in teoria, proteggere. Due testimonianze che la Chiesa oggi affianca, citando Tertulliano: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani.

Don Roberto Bartesaghi, compagno di ordinazione e amico fraterno di Malgesini, ha detto una cosa che vale la pena fermarsi a custodire: «Commuove e spaventa l’idea che chi vive accanto a te potrebbe essere un santo, ma tu non lo sai». È forse il senso più autentico di questa storia. La santità non abita i piedistalli. Abita i cofani delle automobili carichi di biscotti, all’alba, in una città di provincia. Abita il sorriso tenuto anche nei momenti di difficoltà. Abita la scelta ostinata, quotidiana, di non voltarsi dall’altra parte.

Como aspetta ora di percorrere i passi canonici di un processo lungo e rigoroso. Ma in fondo, per chi lo ha conosciuto, il processo era già scritto in ogni mattina di quel giro colazioni.