Il prossimo anno uscirà in due parti il sequel di The Passion

C’è qualcosa di teologicamente perfetto, e insieme di profondamente beffardo, nel fatto che Mel Gibson abbia impiegato vent’anni a raccontare la Resurrezione. L’uomo che nel 2004 fece tremare le platee del mondo con La Passione di Cristo— film che fino a poco tempo fa deteneva il record di pellicola R-rated più redditizia di tutti i tempi al botteghino nordamericano, con 370 milioni di dollari di incasso — torna ora su quell’altare cinematografico con un’opera che già nella gestazione rivela tutto il caos e la grandiosità di un uomo irriducibile alle categorie.

The Resurrection of the Christ uscirà in due parti attraverso Lionsgate nel 2027: la prima il Venerdì Santo del 26 marzo, la seconda quaranta giorni dopo, il Giorno dell’Ascensione, il 6 maggio. La simmetria liturgica è volutamente esatta, quasi ossessiva. Gibson non fa cinema: celebra riti.

Il progetto dell’impossibile

Le riprese principali sono cominciate il 6 ottobre 2025 negli studi di Cinecittà a Roma — gli stessi dove Gibson girò il film originale — e si sono concluse il 30 aprile 2026. Un ritorno alle origini che suona come un pellegrinaggio. Ma il cammino verso questo sequel è stato tortuoso quasi quanto la Via Crucis che lo ispira: il progetto è in sviluppo almeno dal 2016, e Gibson lo ha descritto come “un trip lisergico”, aggiungendo di non aver mai letto nulla di simile nella sua vita.

La definizione è rivelatrice. Gibson ha dichiarato di voler mostrare non una resurrezione convenzionale, ma un viaggio negli abissi: per raccontare la storia correttamente, ha spiegato, bisogna partire dalla caduta degli angeli, spostarsi in un altro piano dell’esistenza, scendere letteralmente all’inferno. Non siamo davanti a un kolossal biblico da domenica mattina. È qualcosa di più inquietante e ambizioso: un film che vuole essere insieme il Vangelo e Dante, la liturgia e l’allucinazione.

Il cast del cambiamento

Uno degli aneddoti più significativi di questa produzione riguarda il ribaltamento del cast originale. Per anni si era parlato del ritorno di Jim Caviezel nel ruolo di Gesù — l’attore aveva persino dichiarato di prepararsi spiritualmente all’impresa, chiedendo a Dio di “lavorare attraverso di lui”. Ma nell’ottobre 2025 fu annunciato che Caviezel, Monica Bellucci e l’intero cast del film originale avevano abbandonato il progetto a causa di conflitti di agenda e dei costi proibitivi della tecnologia de-aging.

Al posto di Caviezel, è stato scelto l’attore finlandese Jaakko Ohtonen; la cubana Mariela Garriga, nota per la saga Mission Impossible, interpreterà la Maddalena al posto di Monica Bellucci; Kasia Smutniak sarà la Vergine Maria, Pier Luigi Pasino sarà Pietro e Riccardo Scamarcio darà il volto a Ponzio Pilato. Rupert Everett apparirà in un ruolo piccolo ma significativo. La sostituzione di Caviezel, in particolare, ha generato polemiche: la scelta di Ohtonen è stata criticata da alcuni come un’ulteriore “schiarimento” del colore della pelle di Gesù rispetto all’originale. Un paradosso, per un film che si vuole teologicamente radicale.

L’incoerenza come destino

Ed è qui che la storia di Gibson smette di essere solo cinematografica e diventa qualcosa di più tormentoso: una parabola morale che sembra scritta da un romanziere russo.

Perché Mel Gibson non è semplicemente un cineasta devoto. È il figlio di Hutton Gibson, un tradizionalista cattolico così intransigente da aver fondato nel 1968 l’Alleanza per la Tradizione Cattolica e da aver definito il Concilio Vaticano II “un complotto massonico sostenuto dagli ebrei”. Il padre negava Giovanni Paolo II come pontefice legittimo. In questo humus di cattolicesimo pre-conciliare è cresciuto Mel, e da lì viene la sua visione di Cristo: antica, dolorosa, intrisa di sangue e di senso del peccato.

Eppure, proprio quell’uomo così formato nella dottrina della mortificazione della carne è rimasto famoso — nella vita privata — per i più strepitosi eccessi della medesima. Nel 2006 fu arrestato per guida in stato di ebbrezza e durante il fermo aggredì verbalmente l’agente di polizia chiedendogli “Sei un ebreo?” e accusando gli ebrei di essere “responsabili di tutte le guerre del mondo”. Gibson in seguito si giustificò così: “Ero ubriaco. E arrabbiato. Mi stavano arrestando.” La scusa dell’alcol come confessionale improvvisato, dove tutto è perdonabile perché non si era in sé. Ma l’alcol, si sa, non inventa ciò che non c’è già: semmai lo porta in superficie.

La vicenda con Oksana Grigorieva, la sua ex compagna e madre di sua figlia Lucia, è ancora più sconcertante per chi fa della famiglia e dei valori cristiani una bandiera. La donna consegnò alla polizia di Malibu una registrazione telefonica in cui si sente Gibson rispondere alle sue domande dopo averla picchiata con le parole “Te lo sei meritato”. L’uomo che aveva mostrato al mondo la flagellazione di Cristo con dovizia di particolari anatomici aveva alzato le mani su una donna.

In seguito a un altro episodio nel 2011 fu ricoverato in una clinica per la dipendenza dall’alcol. Tra un film sulla redenzione e l’altro, Gibson si perdeva e si ritrovava, con la stessa costanza con cui il pendolo oscilla.

Il senso di tutto

La domanda vera, però, non è se Gibson sia un ipocrita. Sarebbe troppo facile, e forse troppo pio nei confronti di chi lo accusa. La domanda è: può un peccatore raccontare la santità meglio di un giusto? La storia dell’arte suggerisce di sì. Caravaggio dipinse santi con la faccia dei delinquenti di strada perché li conosceva bene. Dostoevskij scrisse dei redenti perché era stato lui stesso condannato. C’è qualcosa nell’eccesso vissuto, nel peccato conosciuto dall’interno, che permette di cogliere la grazia non come astrazione morale ma come necessità vitale, come l’unica alternativa al baratro.

Gibson non racconta la Resurrezione come un teologo in cattedra. La racconta come qualcuno che sa cos’è la discesa agli inferi — non metaforicamente, ma biograficamente. Il suo Cristo che scende nel buio prima di risorgere ha il sapore di un’autobiografia mascherata.

Il film uscirà nel 2027. Potrà essere un capolavoro o un disastro, un atto di fede o di hubris. Probabilmente sarà tutte queste cose insieme — esattamente come il suo autore. E forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena aspettarlo.


Chi non ha peccati scagli la prima pietra. Chi invece ne ha qualcuno, probabilmente capirà meglio il film.