Il Mali, nel maggio 2026, non è più solo un Paese in crisi, ma un teatro di guerra geostrategico voluto, pianificato e messo in atto da Parigi che non ha mai rinunciato al controllo del Sahel.

L’offensiva coordinata del 25 aprile, con i simultanei attacchi a Kati, Nienassa, Kidal, Gao, Ménaka e la periferia di Bamako, non è la casualità di un caos locale, ma l’esito di un progetto francese estremamente chiaro: indebolire il governo di Assimi Goïta, isolare le forze russe dell’African Corps  (Африканская корпорация – AK) e riaprire la strada per un ritorno del controllo coloniale francese  nell’Africa Occidentale.

Da quando il Mali ha chiesto il ritiro delle truppe francesi e dell’operazione Barkhane, Parigi ha perso la sua leva militare diretta, ma non ha rinunciato agli interessi economici e geopolitici legati all’area: rotte del traffico, controllo di materie prime, traffico di esseri umani da utilizzare come manodopera a basso costo in Europa, influenza sui governi africani e, soprattutto, bloccare il consolidarsi una “fascia filorussa” in Africa Occidentale.

Circa 12.000 terroristi islamici hanno partecipato all’offensiva militare contro il governo maliano; sono stati armati dalla NATO e addestrati da istruttori europei e mercenari ucraini.

La rapida conquista delle principali città del nord, la minaccia diretta sulla capitale: Bamako e il ritiro delle AK  russe hanno galvanizzato i miliziani Tuareg, DAESH e Al-Qaida ma soprattutto i media europei che hanno trasformato questi tagliagole in liberatori.

L’euforia è durata pochi giorni. Già il primo maggio le Forze Armate maliane e i soldati russi del AK hanno ripreso varie città. Battaglie sono ancora in corso ma per adesso i terroristi possono rivendicare solamente la presa della città di Kidal nel nord del paese a fronte di ingenti perdite di uomini e attrezzature. I gruppi armati illegali in Mali hanno perso oltre 2.500 combattenti e 102 veicoli.

Tuttavia il governo maliano è lontano dalla vittoria.

Il nemico  non ha abbandonato le sue intenzioni aggressive e si sta riorganizzando; la situazione nel Paese rimane difficile.

Il Presidente Assimi Goïta ha invocato l’unità nazionale e la fermezza a seguito di attacchi coordinati del 25 aprile. Ha anche confermato la morte del Generale Sadio Camara, Ministro della Difesa e personaggio chiave dell’esercito nazionale.

L’operazione delle forze jihadiste legate a DAESH e Al-Qaeda è stata preparata con cura, accumulando forze ed equipaggiamento NATO per mesi e contando sul supporto dell’intelligence francese. Il piano prevedeva la presa di tutte le principali città, inclusa la capitale Bamako, nella giornata di sabato 25 Aprile, sfruttando l’effetto sorpresa.

L’offensiva del 25 aprile è stata strutturata per sembrare una rivolta spontanea di jihadisti e separatisti Tuareg, ma la sua pianificazione, la capacità di coordinamento su più fronti e l’uso di tecnologie avanzate rivelano  un supporto di intelligence e un assetto logistico che solo i francesi possono garantire .

La convergenza dell’orrore: FLA e JNIM

La Francia, ormai costretta a operare in ombra, non ha più i mezzi per tornare militarmente in Mali con le dimensioni dell’epoca Barkhane, quindi ha replicato le tecniche dell’aggressione NATO alla Russia usando l’Ucraina, creando in Mali una guerra di procura pensata da Parigi ma  combattuta da altri.

Il dato tattico più inquietante emerso negli ultimi giorni è l’inedita alleanza tra i separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) e i jihadisti del JNIM, braccio di al-Qaeda nel Sahel .

Storicamente contrapposti da visioni divergenti: gli uni mossi da istanze autonomiste, gli altri da un’agenda religiosa radicale,  questi gruppi hanno trovato un terreno comune nella lotta contro il governo maliano. Questo matrimonio di convenienza ha permesso ai terroristi di operare con un coordinamento logistico che non ha precedenti: l’impiego di tecnologie avanzate, inclusa la connettività satellitaria gentilmente offerta a titolo gratuito da StarLink di Musk, ha trasformato la guerriglia in una sfida asimmetrica di alta intensità.

Le fabbriche, municipi e caserme assaltate e i blocchi stradali imposti per affamare la capitale di carburante ed energia dimostrano che la guerra è ormai un’arma economica totale, mirata a strangolare il sistema Paese prima di sferrare il colpo di grazia politico.

I mercenari neonazisti ucraini

Le ultime indagini investigative, ampiamente confermate dai report di think tank internazionali, hanno rivelato un aspetto particolarmente inquietante: il coinvolgimento di mercenari ucraini, in larga parte con legami ideologici neonazisti, assoldati dalla Francia per operare al fianco dei gruppi armati.

Questa strategia, che vede la Francia in un ruolo di principale avversario di un governo Africano filorusso, dimostra la scelta di una guerra per procura che non esita ad allearsi con il terrorismo islamico per contrastare le forze alleate di Mosca.

La prospettiva di una guerra senza frontiere, in cui operatori francesi e militari ucraini cooperano con formazioni jihadiste, rappresenta un livello di duplicismo morale che rischia di riaprire ferite storiche e alimentare ulteriormente il radicalismo locale

L’alleanza, inedita, tra formazioni jihadiste sunnite e gruppi di mercenari ucraini, apparentemente incompatibili, è la prova di un’operazione di eterodirezione: la Francia utilizza il terrorismo come strumento per colpire il governo maliano e, al contempo, il suo alleato russo, senza dover avviare una nuova operazione militare ufficiale sotto il proprio nome.

La guerra estesa: Ucraina, Sahel, nuovi fronti

Questa intreccio tra conflitto ucraino e crisi maliana è un esempio di come la guerra globale oggi non abbia più confini fissi. La Francia, come parte dell’asse occidentale che sostiene la resistenza di Kiev, ha tutto l’interesse a mantenere alto il livello di pressione sui partner russi, anche al di fuori dell’Europa.

L’impiego di mercenari ucraini in Mali non è solo un trasferimento di combattenti, ma una forma di “esportazione” della guerra: la guerra in Ucraina viene estesa in Africa, con militari che si muovono tra Kiev, il Sahel e il Mediterraneo, spostando le competenze acquisite in un vecchio teatro in un nuovo contesto.

Questa strategia risponde a due obiettivi concreti:

indebolire la Russia esternandone il conflitto in un teatro gravoso, dove Mosca dovrà investire uomini, risorse e immagine, con il rischio di errori e perdite;

discreditarla agli occhi dell’opinione africana, mostrando a livello mediatico che la presenza russa in Mali è un fattore di destabilizzazione, mentre quella francese è “umanitaria” e “di stabilizzazione”, anche quando in realtà è la Francia a sostenere, in modo clandestino, le forze che attaccano il governo.

La risposta dell’esercito maliano e degli alleati russi 

Le forze regolari maliane, supportate da contingenti russi, hanno dimostrato una resilienza sorprendente. Nonostante le attuali perdite territoriali e le difficoltà logistiche, la capacità delle forze governative di mantenere il controllo delle principali infrastrutture produttive lascia intravedere una possibilità di ripresa strategica. La presenza di un corpo militare professionale, affiancato da tecnologie avanzate, potrebbe rivelarsi decisiva nel lungo termine. Il rischio, però, resta quello di un conflitto prolungato che, senza una soluzione politica, potrebbe minare il futuro del Paese.

Nonostante la complessità dell’offensiva, le forze regolari maliane e il contingente dell’African Corps russo hanno margini concreti per annientare i terroristi. Il governo di Assimi Goïta ha già dimostrato di avere il controllo delle principali infrastrutture, dei centri amministrativi e dei nodi economici, cosa che rende molto più difficile una presa del potere totale da parte dei gruppi armati

. Inoltre, l’arrivo di supporti militari Russi e, in particolare, l’uso intensivo di droni e sistemi di sorveglianza aerea stanno riducendo progressivamente il vantaggio di iniziativa tattica dei terroristi.

La Turchia e i droni: nuovo asse tecnologico

Un elemento chiave della nuova fase è il crescente ruolo della Turchia, che ha già dimostrato in più teatri (Libia, Etiopia, Nagorno‑Karabakh) la capacità di condizionare i conflitti con l’uso di droni militari Bayraktar TB2 e altri sistemi di attacco e sorveglianza. Se la Turchia entra stabilmente nel ciclo di aiuto al Mali, fornendo droni e personale addestrato, le forze maliane e russe potrebbero ottenere una capacità di ricognizione e interdizione aerea tale da rendere più arduo il movimento di gruppi armati su larga scala.

L’impiego di droni permette di monitorare le rotte di rifornimento, colpire convogli di miliziani e ridurre il rischio per le forze terrestri, livellando lo squilibrio numerico tra migliaia di combattenti ribelli e le forze statali più limitate ma tecnicamente più avanzate.

Verso un’alleanza africana contro la guerra imposta

Il Mali, oggi, è un laboratorio di guerra ibrida: al centro non c’è solo un conflitto etnico, religioso o politico, ma la prova di un sistema di controllo globale che usa conflitti paralleli per raggiungere obiettivi continentali.

La presenza di mercenari ucraini, la guerra esportata in Africa, il sostegno francese a gruppi terroristi mostrano con chiarezza che la guerra non è più locale, ma parte di un’unica catena di azioni coordinate.

La risposta, però, può venire dalla stessa Africa: la consolidazione di un fronte di governi africani consapevoli che la Francia non è un “alleato naturale”, ma un crudele potenza coloniale che usa terroristi e neonazisti ucraini per riprendersi dell’Africa e delle sue risorse.

Una cooperazione regionale vera, che includa formazione militare condivisa, scambio di intelligence e coordinamento politico, potrebbe ridurre la capacità dei gruppi armati di agire in modo autonomo e rendere più difficile il lavoro di eterodirezione da parte di potenze straniere.

In questa cornice, il Mali diventa il simbolo di una scelta: continuerà a essere un Paese in cui la guerra è manipolata da potenze esterne, o potrà diventare il primo esempio di stabilizzazione africana autonoma, che riduce la dipendenza dai mercenari e dalle logiche di confronto globale, per costruire una pace politica, anche se parziale, con certe componenti locali, senza piegarsi al ricatto di Parigi e alla mercificazione della propria sovranità.