Un’operazione Europol all’Aja ha ricostruito identità, rotte e possibili luoghi di destinazione di 45 minori ucraini trasferiti nei territori controllati da Mosca. Ma ritrovarli non significa ancora riportarli a casa.
Nel cuore della guerra russo-ucraina c’è una battaglia meno visibile dei droni, delle trincee e dei negoziati: quella per l’identità dei bambini. Europol ha localizzato altri 45 minori ucraini deportati o trasferiti verso Russia, Bielorussia e territori occupati. Non è ancora un salvataggio, ma è una crepa nel buio: nomi, immagini, percorsi, istituti, adulti coinvolti. Intanto, nei territori occupati, programmi come “Young Correspondents” mostrano l’altro volto della stessa strategia: non solo portare via i bambini, ma riscriverne la memoria, la lingua, l’appartenenza.
Ci sono guerre che si vedono e guerre che si intuiscono. Le prime hanno il rumore delle esplosioni, i filmati dei droni, le mappe che cambiano colore, le città sventrate, i palazzi senza finestre, le sirene, le fughe. Le seconde lavorano più in profondità: spostano bambini, cancellano cognomi, cambiano registri, traducono una lingua madre in una lingua obbligata, sostituiscono una memoria con un catechismo politico. La guerra russa contro l’Ucraina appartiene ormai a entrambe le categorie. È guerra di territorio, certo. Ma è anche guerra di identità.
La notizia arrivata dall’Aja sembra piccola soltanto a chi legge i numeri senza vedere i volti. Quarantacinque bambini ucraini, scomparsi nel vortice dell’invasione, sono stati localizzati dagli investigatori europei grazie a una operazione coordinata da Europol con i Paesi Bassi. Il 16 e 17 aprile 2026, quaranta specialisti di diciotto Paesi, insieme a rappresentanti della Corte penale internazionale e di organizzazioni non governative, hanno lavorato su fonti aperte: fotografie, video, registri pubblici, social network, siti istituzionali, immagini geolocalizzabili. Europol ha definito l’operazione un lavoro collettivo di open source intelligence: un “hackathon” investigativo per identificare e tracciare bambini deportati o trasferiti illegalmente da territori ucraini verso Russia, Bielorussia o zone occupate.
È una formula quasi tecnologica, “Osint hackathon”. Sembra appartenere al linguaggio asciutto delle sale operative, dei monitor accesi, dei fogli di calcolo, delle immagini satellitari. Eppure, dietro quella sigla, c’è qualcosa di antichissimo: il tentativo di restituire un nome a chi rischia di essere inghiottito dalla macchina della storia. In passato si cercavano i dispersi bussando alle porte, interrogando testimoni, sfogliando archivi polverosi. Oggi si cerca anche dentro una fotografia caricata online, in un profilo social, in un’inquadratura rubata, in una targa, in un logo su una parete, in un registro amministrativo lasciato incautamente accessibile. La prova digitale diventa prova d’identità. Un pixel può valere un certificato di nascita. Un post può diventare un indizio di deportazione.
La ricostruzione non equivale al ritorno. Questo è il punto tragico. Localizzare un bambino non significa ancora strapparlo alla struttura che lo trattiene, alla famiglia affidataria che lo ha ricevuto, all’istituto che lo ha assorbito, al territorio occupato che lo rende irraggiungibile. Significa però impedire che scompaia del tutto. Significa dire: sappiamo che esisti, sappiamo da dove vieni, sappiamo che non sei una pedina anonima di una procedura amministrativa russa. Europol ha parlato di informazioni condivise con le autorità ucraine, compresi percorsi di trasporto, possibili strutture di destinazione, piattaforme online con immagini dei bambini, adulti e organizzazioni potenzialmente coinvolti.
Questa è la corsa contro il tempo: non solo ritrovare, ma ritrovare prima che l’identità venga riscritta. Prima che il bambino ucraino diventi, nei documenti, un minore russo. Prima che il ricordo della città natale diventi un errore da correggere. Prima che la lingua materna venga percepita come una vergogna, una colpa, una prova di appartenenza al nemico. La deportazione di un minore non è soltanto uno spostamento nello spazio. È una violenza sul tempo: taglia il prima, manipola il presente, pretende di confiscare il futuro.
La Corte penale internazionale aveva già colto questo nucleo quando, il 17 marzo 2023, ha emesso mandati di arresto contro Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dei bambini, per il presunto crimine di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di minori ucraini dalle aree occupate verso la Federazione russa. Mosca ha sempre respinto le accuse, sostenendo di avere evacuato bambini per ragioni di sicurezza; ma per la giustizia internazionale il confine tra evacuazione e deportazione passa da una parola decisiva: consenso. E un bambino trasferito, separato, registrato altrove, eventualmente adottato o sottoposto a rieducazione, non è semplicemente “messo al sicuro”. È sottratto.
Qui la guerra tocca una delle sue zone moralmente più oscure. L’infanzia è sempre stata, nei conflitti, il luogo della massima vulnerabilità e della massima propaganda. Il bambino ferito commuove; il bambino arruolato inquieta; il bambino rieducato rivela il progetto politico più profondo. Perché conquistare una città è difficile, ma conquistare la memoria di un bambino è più ambizioso. Vuol dire preparare una vittoria che duri oltre il cessate il fuoco. Vuol dire trasformare l’occupazione militare in mutazione antropologica.
È in questa luce che l’inchiesta giornalistica sul programma “Young Correspondents”, o “Yunkor”, assume un significato inquietante. Secondo OCCRP, insieme a partner come KibOrg, Channel 24, Suspilne e Kyiv Independent, la Russia starebbe coinvolgendo adolescenti dei territori ucraini occupati in un programma presentato come formazione giornalistica, ma orientato alla produzione di contenuti favorevoli all’invasione e alla partecipazione alla cosiddetta “guerra dell’informazione”. Il programma, secondo l’inchiesta, opera nell’orbita di Yunarmia, il movimento giovanile militar-patriottico sostenuto dallo Stato russo.
Anche qui il lessico è rivelatore. Non si dice propaganda, si dice giornalismo. Non si dice indottrinamento, si dice educazione mediatica. Non si dice militarizzazione dell’adolescenza, si dice patriottismo. Ai ragazzi si insegnano video, social media, interviste, scrittura, ma dentro un recinto ideologico preciso: sostenere l’“operazione militare speciale”, contrastare le narrazioni ucraine e occidentali, produrre contenuti patriottici. La penna diventa una baionetta simbolica. La telecamera, un’estensione della divisa.
Il caso di una ragazza che nel 2021 parlava in ucraino, con una camicia ricamata e un girasole in mano, e pochi anni dopo compare in uniforme Yunarmia, è più di una storia individuale. È una parabola della trasformazione forzata. Il girasole, fiore della terra ucraina, lascia il posto alla mimetica. La lingua madre, che era segno di popolo, diventa materiale da archiviare. L’adolescente non viene solo convinta a “partecipare”: viene inserita in un dispositivo di appartenenza, in cui la Russia non è più soltanto il potere occupante, ma la nuova patria da servire.
Non bisogna immaginare tutto questo come una scena rozza, da propaganda novecentesca. Il XXI secolo ha imparato a rendere morbide anche le forme dell’indottrinamento. Un corso online, una community, un contest, una gita, una masterclass, una redazione giovanile, un profilo social, un premio speciale: la mobilitazione passa attraverso linguaggi familiari agli adolescenti. Il potere non ordina soltanto: seduce, organizza, offre visibilità, dà un ruolo. Trasforma ragazzi fragili in piccoli operatori della narrazione imperiale.
Per questo la vicenda dei 45 bambini localizzati e quella degli adolescenti addestrati alla propaganda non sono due storie separate. Sono due capitoli dello stesso libro. Da una parte i minori fisicamente trasferiti; dall’altra quelli mentalmente incorporati. Da una parte la geografia della deportazione; dall’altra la pedagogia dell’occupazione. In entrambi i casi il bersaglio non è soltanto il corpo del bambino, ma il suo legame con una comunità, una lingua, una memoria, una patria.
L’Europa, spesso accusata di lentezza e impotenza, in questo caso mostra almeno una virtù: la pazienza investigativa. Non è spettacolare come l’invio di armi, non è mediaticamente forte come un vertice diplomatico, ma può essere decisiva. Ogni dossier costruito su un minore trasferito è una piccola diga contro l’oblio. Ogni rotta ricostruita è una contestazione della menzogna. Ogni adulto identificato, ogni struttura mappata, ogni unità sospettata, può diventare un frammento di giustizia futura. Non basta a riportare subito i bambini a casa, ma impedisce che la violenza venga dissolta nella nebbia burocratica.
E tuttavia resta una domanda crudele: chi li riporterà indietro? Perché il diritto internazionale può emettere mandati, le polizie possono costruire dossier, i giornalisti possono documentare, le organizzazioni umanitarie possono premere, ma il ritorno di un bambino deportato dipende da una catena difficilissima di accesso, negoziazione, pressione, riconoscimento, verifica. Ogni giorno che passa rende più complicato il rimpatrio. Un bambino cresce. Si abitua. Viene istruito. Può essere spaventato. Può non sapere più a chi credere. Può essere stato convinto che nessuno lo cerca, o che chi lo cerca è il nemico.
La deportazione dei bambini è una forma di guerra che continua anche quando tacciono i cannoni. Anzi, forse proprio allora mostra la sua profondità. Le tregue possono sospendere l’artiglieria, non necessariamente interrompere la rieducazione. Un cessate il fuoco può fermare il missile, ma non il manuale scolastico, il registro, il social network, la divisa, il coro patriottico, la nuova carta d’identità. La pace vera, se verrà, dovrà passare anche da qui: dal ritorno dei bambini e dalla restituzione della loro storia.
In fondo, ogni guerra totale sogna di possedere i figli del nemico. Non le basta vincere sul campo; vuole che i figli del vinto dimentichino di esserlo stati. Vuole che parlino la lingua del vincitore, che ne celebrino le feste, che ne adottino gli eroi, che guardino al proprio passato come a un errore. È il vecchio istinto imperiale sotto abiti digitali. Ieri si cambiavano mappe e bandiere; oggi si cambiano anche algoritmi, profili, archivi fotografici, contenuti prodotti dagli stessi adolescenti.
Per questo quei 45 bambini non sono soltanto 45 casi umanitari. Sono 45 prove morali. Sono 45 domande rivolte all’Europa, all’Ucraina, alla Russia, alla giustizia internazionale, alla nostra memoria distratta. Dove sono? Chi li trattiene? Che nome portano oggi? Che lingua parlano? Sanno ancora da dove vengono? Qualcuno ha detto loro che una madre, un padre, un parente, una comunità, un Paese li stanno cercando?
La guerra avanza sui territori, ma anche sulle identità. E quando una guerra arriva ai bambini, non siamo più soltanto davanti a un conflitto geopolitico. Siamo davanti a una disputa sull’umano. Perché un bambino non è bottino, non è prova di conquista, non è materiale educativo dell’occupante, non è cittadinanza da correggere, non è memoria da riscrivere. È una promessa. E ogni promessa rubata pesa più di una città perduta.
La guerra non occupa soltanto città e campi: occupa genealogie, infanzie, alfabeti, album di famiglia. E quando un bambino perde il nome, una nazione perde una parte del suo futuro.
