La proposta di spostare i Promessi Sposi al quarto anno del liceo non è una semplice revisione didattica. È il sintomo di una cultura che ha smesso di credere nella difficoltà come strumento di crescita.

C’è un momento, nel secondo anno delle superiori, in cui un ragazzo di quattordici anni apre per la prima volta i Promessi Sposi e si trova davanti a una lingua che non è la sua. Periodi lunghi, costruzioni arcaiche, un narratore che ironizza quando sembra compiangere e compiange quando sembra ironizzare. Quel momento di spaesamento — quella piccola, salutare fatica — è esattamente il punto. Non un ostacolo da aggirare: la meta stessa del percorso.

La proposta della commissione ministeriale presieduta dal professor Claudio Giunta di spostare il romanzo manzoniano al quarto anno, rendendolo facoltativo nel biennio in favore di testi “meno complessi dal punto di vista linguistico”, ha sollevato un dibattito che rischia però di fermarsi alla superficie polemica — il solito scontro tra progressisti e tradizionalisti, tra innovatori e conservatori — senza toccare la vera questione. Che non è dove collocare Manzoni nel piano di studi, ma cosa pensiamo che la scuola debba fare con i classici.

Il problema non è la difficoltà: è la resa davanti alla difficoltà.

L’argomento della complessità linguistica è, a prima vista, ragionevole. I Promessi Sposi sono scritti in un italiano che ha più di due secoli, costruito su una norma fiorentina che lo stesso Manzoni inseguì con ossessione quasi maniacale attraverso due edizioni del romanzo. Non è la lingua di WhatsApp, non è la lingua dei social, non è nemmeno la lingua dei quotidiani di oggi. È, appunto, un classico.

Ma è precisamente qui che l’argomento si rovescia su se stesso: se la difficoltà linguistica fosse una ragione sufficiente per posticipare o rendere facoltativo un testo, dovremmo rivedere quasi l’intero canone. Leopardi è difficile. Dante è difficile. Anche Primo Levi, nella sua limpida precisione, richiede uno sforzo che un quattordicenne non è abituato a fare. La difficoltà non è un difetto dei classici: è la loro natura, e affrontarla precocemente è ciò che trasforma la lettura in formazione.

Spostare Manzoni al quarto anno significa, nella pratica, incontrarlo quando il lettore è già formato — o deformato. Significa privare il biennio del momento in cui la lingua italiana si rivela per quello che è: non un codice neutro di comunicazione, ma un organismo storico, stratificato, capace di portare dentro di sé secoli di civiltà. I Promessi Sposi non insegnano solo a leggere Manzoni: insegnano a leggere. Insegnano che le parole hanno peso, che le frasi hanno architettura, che dietro ogni scelta stilistica c’è una visione del mondo.

Manzoni non è un monumento. È uno specchio.

C’è poi una questione che va al di là della didattica. I Promessi Sposi sono il romanzo in cui l’Italia ha imparato a raccontarsi come nazione — prima ancora di diventarlo. Renzo e Lucia non sono personaggi letterari nel senso stretto del termine: sono figure antropologiche, archetipi di un modo di stare al mondo che ancora riconosciamo. La provvidenza come rifugio dei deboli, il potere come arbitrio mascherato da ordine, la folla come corpo irrazionale che si accende e si spegne, l’ipocrisia come linguaggio sociale — tutto questo è nei Promessi Sposi, e tutto questo è ancora attorno a noi.

Rinviare questo incontro, o peggio renderlo opzionale, non è un gesto di modernità pedagogica. È un gesto di resa: la scuola che decide che capire l’Italia può aspettare, o peggio, che può essere sostituito da qualcosa di “meno complesso”.

La complessità non è il problema. È la soluzione.

Il ministro Valditara ha preso le distanze dalla proposta, precisando che si tratta di riflessioni della commissione che “non necessariamente condivido”. Una presa di distanza opportuna, ma che lascia aperta la questione di fondo: in quale direzione vuole andare questa riforma? Se l’obiettivo è avvicinare i ragazzi alla lettura attraverso testi più accessibili, il rischio è costruire lettori comodi — lettori che sanno leggere solo ciò che non oppone resistenza.

La letteratura, quella vera, oppone sempre resistenza. Ed è in quella resistenza che si forma non solo il lettore, ma il cittadino.


Togliere Manzoni dal biennio non è togliere un libro. È togliere la domanda più urgente che un quattordicenne possa sentirsi rivolgere: capire la lingua in cui pensi, e il mondo che quella lingua ha costruito intorno a te.