Un’intervista scomoda, necessaria, controcorrente. Il nostro Direttore P. Alfonso Bruno dialoga con Luciano Vasapollo, economista della Sapienza, collaboratore di Fidel Castro e Chávez, uomo che ha contribuito con la Santa Sede alla liberazione di prigionieri cubani. Uno dei massimi esperti italiani di America Latina smonta sessant’anni di luoghi comuni, stereotipi e propaganda — da una parte e dall’altra.
CUBA. Bastano quattro lettere per scatenare reazioni viscerali, giudizi immediati, certezze granitiche. Per molti è la dittatura per antonomasia. Per altri è l’ultimo baluardo della resistenza ai soprusi dell’Occidente. Quasi nessuno conosce davvero la storia: il bordello e casinò che era prima della Rivoluzione, i 3.400 morti cubani per attentati terroristici finanziati da Miami, i 638 piani della CIA per assassinare Castro, i Cinque Eroi, l’embargo che dura da oltre sessant’anni e che l’ONU condanna ogni anno con 180 voti contro due. In questa lunga intervista — che vale la pena leggere fino in fondo, lontano dalla tirannia dei titoli e degli slogan — P. Alfonso Bruno interroga Luciano Vasapollo su tutto: la Rivoluzione e Batista, Che Guevara medico e viaggiatore prima che icona, José Martí padre della patria e massone, i dissidenti finanziati da Washington, la Chiesa cubana e i tre Papi che hanno scelto il dialogo alla condanna, il Nicaragua di Ortega che perseguita i vescovi mentre l’Occidente tace. Non è un’apologia di Cuba. È un invito serio, documentato, intellettualmente onesto a ragionare — invece di ripetere.
Per chi vuole capire, non solo giudicare
P. Alfonso Bruno: Professor Vasapollo, partiamo dall’attualità bruciante. Marco Rubio, Segretario di Stato americano, va in Vaticano e viene ricevuto da Leone XIV. Prima reazione?
Prof. Vasapollo: La prima reazione è di un uomo che conosce quella storia da dentro. Il Vaticano ha il dovere diplomatico di ricevere tutti, lo capisco perfettamente e lo rispetto. Ma Marco Rubio non è una figura qualunque nel contesto latinoamericano: è l’espressione politica più compiuta della diaspora cubana di Miami, quegli ambienti che — come ho documentato in anni di ricerca — non sono semplicemente un’opposizione politica all’Avana. Sono stati storicamente contigui, e in alcuni casi direttamente coinvolti, in decenni di terrorismo contro Cuba. Ricevere Rubio senza che nessuno pronunci ad alta voce la parola bloqueo, senza che nessuno nomini i 3.400 morti cubani per attentati, significa celebrare un rito diplomatico nel silenzio più assordante che io abbia mai sentito.
Terrorismo contro Cuba. Lo diciamo chiaro ai nostri lettori: non è una parola grossa?
È la parola scientificamente e giuridicamente corretta. Non la uso per retorica, la uso perché è l’unica parola che i fatti consentono. Dall’inizio degli anni Sessanta ad oggi, Cuba ha subìto oltre 3.400 morti e più di 2.000 feriti per attentati, sabotaggi industriali, avvelenamenti di raccolti, azioni paramilitari. Il 6 ottobre 1976 una bomba distrusse in volo il Volo Cubana 455: 73 persone — ragazzi della nazionale di scherma, studenti, pescatori, famiglie intere — morte e i cadaveri precipitati nell’Oceano Atlantico. I mandanti, Luis Posada Carriles e Orlando Bosch, avevano legami documentati con la CIA. Bosch fu graziato da George H.W. Bush dopo che il Dipartimento di Giustizia americano lo aveva definito ufficialmente un “terrorista implacabile”. Posada Carriles passeggiò per Miami fino alla morte nel 2018 senza scontare un’ora di prigione. Padre Bruno, se un arabo avesse fatto saltare un aereo con 73 americani, avremmo la sua faccia monumentalizzata su ogni schermo del mondo occidentale. Invece costoro erano, nel lessico di Washington, “combattenti per la libertà”.
Eppure la parola che il mondo associa automaticamente a Cuba è “dittatura”. Come si smonta questo riflesso condizionato?
Si smonta con una domanda semplicissima che nessuno vuole fare: dittatura rispetto a cosa? Prima del gennaio 1959, Cuba era governata da Fulgencio Batista, un generale golpista installato e mantenuto al potere con il sostegno esplicito di Washington. Quello che Batista aveva edificato sull’isola non era una democrazia imperfetta: era uno Stato mafioso e coloniale. L’Avana era letteralmente il bordello e il casinò degli Stati Uniti nel Caribe. Meyer Lansky, Lucky Luciano, i grandi clan criminali italoamericani di New York e Chicago gestivano hotel di lusso, casinò sfavillanti, reti di prostituzione organizzata con la protezione diretta della polizia batistiana. Il settanta per cento delle terre agricole dell’isola era in mano a stranieri o multinazionali americane. Il contadino cubano — che era la stragrande maggioranza della popolazione — non aveva accesso a istruzione, a sanità, a giustizia elementare. Quella era la Cuba “libera” e “democratica” che certi nostalgici di Miami piangono ancora. Quando parliamo di dittatura cubana abbiamo il dovere morale, storico e intellettuale di partire da lì. Senza quel prima, non si capisce nulla del dopo.
La verità storica sulla Rivoluzione del ’59 — al netto sia della propaganda castrista che di quella americana?
La verità storica è che il primo gennaio 1959 la Rivoluzione fu accolta con gioia popolare genuina e travolgente dalla maggioranza dei cubani, soprattutto i poveri, i contadini, gli afrodiscendenti che sotto Batista erano letteralmente invisibili e senza diritti. Poi la storia si è complicata, come sempre accade in qualsiasi processo rivoluzionario. Ma i risultati concreti dei primi anni sono incontestabili anche per gli storici più critici verso Cuba. Nel 1959 l’analfabetismo era al quaranta per cento. Con la Campaña de Alfabetización del 1961 — insegnanti volontari, spesso giovanissimi, mandati con una lampada e un libro nelle zone più remote dell’isola — fu abbattuto quasi a zero in meno di dodici mesi. L’UNESCO lo ha definito uno degli eventi educativi più straordinari del Novecento. La riforma agraria restituì la terra ai contadini. La sanità divenne universale, gratuita, capillare. Cuba ha sviluppato vaccini propri, incluso un vaccino contro il cancro al polmone che in Occidente non è ancora disponibile al pubblico. Ha più medici per abitante di qualsiasi paese occidentale. Ha eradicato malattie che nei paesi vicini ancora uccidono. Tutto questo sotto embargo totale. Sono dati dell’OMS, dell’UNICEF, delle Nazioni Unite: non sono manifesti del Partido Comunista.
Gli attentati a Fidel Castro — sembrano quasi leggenda metropolitana. Quanti ne sono stati realmente?
La CIA stessa, attraverso i propri documenti desecretati negli anni Settanta con la Commissione Church del Senato americano, ha ammesso ufficialmente almeno 638 piani di attentato contro Fidel Castro. Seicento-trentotto. Avvelenamento dei sigari, tuta da sub trattata con batteri letali, penna stilografica con siringa nascosta, esplosivi inseriti nel guscio di una conchiglia subacquea, collaboratrici intime reclutate come assassine. Sembra la sceneggiatura di una farsa grottesca, eppure era la politica ufficiale e finanziata del governo degli Stati Uniti verso un capo di Stato straniero, in piena violazione del diritto internazionale. Padre Bruno, se Cuba avesse pianificato anche solo uno di questi attentati contro un presidente americano, sarebbe stata rasa al suolo entro ventiquattr’ore. Castro invece è morto nel suo letto a novant’anni. E questa sopravvivenza ostinata è diventata essa stessa, agli occhi del mondo povero, un messaggio politico di straordinaria potenza simbolica.
I dissidenti, i prigionieri politici come cattolico non posso ignorarlo.
Nemmeno io! I prigionieri politici a Cuba esistono e non lo nego, come in ogni Stato. Ma l’Occidente rimuove sistematicamente quattro cose.
Primo: Cuba è sotto aggressione permanente da sessant’anni. Nessuno Stato in quelle condizioni ha mai mantenuto gli standard di una democrazia in tempo di pace — nemmeno gli Stati Uniti dopo l’11 settembre, con il Patriot Act e Guantánamo. Che è territorio cubano occupato illegalmente. Anche l’Italia, durante i cosiddetti “anni di piombo” arrivò ad arrestare innocenti per arginare il fenomeno del terrorismo sia di destra che di sinistra per un restringimento delle garanzie costituzionali sul garantismo. Non dimentichiamo inoltre ancora nel 2001 lo scandalo della scuola Diaz-Pertini di Genova e della caserma Bolzaneto dove dei manifestanti inermi vennero picchiati a sangue dalla Polizia a scopo dimostrativo. La Corte europea dei diritti dell’uomo, anni dopo, parlò di trattamenti riconducibili alla tortura e condannò l’Italia anche per l’assenza, allora, di un reato specifico di tortura nel nostro ordinamento.
Tornando su Cuba – e questo è il secondo punto – molti “dissidenti” ricevono finanziamenti diretti da USAID e National Endowment for Democracy. Oppositori politici o agenti di una strategia di destabilizzazione finanziata dall’esterno? La risposta cambia tutto.
Terzo: l’Arabia Saudita tortura e ha assassinato un giornalista in un consolato — è alleato di Washington. La Turchia ha migliaia di giornalisti in carcere — è nella NATO. Cuba viene sistematicamente condannata; loro no. Quella non è difesa dei diritti umani: è politica estera.
Quarto, il più personale: ho collaborato con tre Papi e contribuito concretamente alla liberazione di alcuni prigionieri cubani. Ho imparato che il dialogo silenzioso ottiene risultati reali; la propaganda ottiene solo titoli. I Papi andarono a Cuba non a condannare, ma a parlare. Quella è la via.
Non si può invocare la libertà per i dissidenti tacendo sul blocco economico coatto – il bloqueo – che strangola undici milioni di persone. La giustizia non si divide.
Le operazioni della CIA contro Cuba — quanto sono documentate? Non si rischia di sembrare complottisti?
Il “complottismo” è l’accusa che si lancia a chi cita documenti scomodi. Ma qui non parliamo di teorie: parliamo di documenti desecretati, agli atti, consultabili in biblioteca. L’Operazione Mongoose, avviata da Kennedy dopo il fallimento della Baia dei Porci, prevedeva sabotaggi sistematici all’industria cubana, eliminazione di dirigenti, contaminazione biologica delle coltivazioni. Ci sono documenti CIA che parlano esplicitamente di introduzione di funghi e patogeni nelle piantagioni di tabacco e canna da zucchero. Nel 1981 Cuba fu colpita da un’epidemia di dengue emorragico in una variante mai vista prima nell’isola, che uccise 158 persone di cui 101 bambini. L’ex agente CIA Eduardo Arocena ha successivamente ammesso di aver introdotto agenti biologici a Cuba in quegli anni. Radio Martí, finanziata dal Congresso americano, trasmette propaganda anti-cubana ventiquattr’ore su ventiquattro da decenni. La USAID ha finanziato operazioni di “promozione della democrazia” a Cuba che erano nella sostanza piani di destabilizzazione interna — il caso ZunZuneo, una sorta di Twitter fasullo creato per fomentare disordini, è stato rivelato e documentato da giornalisti americani dell’Associated Press, non da Granma. Tutto verificabile. Tutto agli atti.
I Cinque Eroi cubani arrestati a Miami — un caso che in Italia quasi nessuno conosce. Ce lo spiega?
È uno dei casi giudiziari più scandalosi e più rimossi dalla memoria pubblica occidentale. Negli anni Novanta Cuba aveva infiltrato alcune delle organizzazioni paramilitari cubano-americane con sede a Miami — Alpha 66, Omega 7, la Fundación Nacional Cubano Americana — non per fare spionaggio contro gli Stati Uniti, ma per monitorare e prevenire attentati terroristici pianificati contro l’isola. Queste organizzazioni non erano clandestine: raccoglievano fondi pubblicamente, parlavano apertamente di azioni violente nelle televisioni locali di Miami, organizzavano addestramenti. I cinque agenti cubani — Gerardo Hernández, Antonio Guerrero, Ramón Labañino, Fernando González e René González — trasmettevano all’Avana informazioni sui piani terroristici in preparazione. Nel 1998 Cuba consegnò al FBI un dossier completo, chiedendo cooperazione per fermare gli attentati. Il FBI usò quelle informazioni non per arrestare i terroristi, ma per arrestare i cinque agenti cubani. Furono processati a Miami — la città con la più alta concentrazione al mondo di cubani ostili all’Avana — in un clima di intimidazione documentata verso giurati e testimoni. Condannati a pene durissime, fino all’ergastolo. La Commissione ONU per i Diritti Umani dichiarò il processo non equo. Amnesty International li definì prigionieri politici. Il mondo intero li difese per anni. Washington non cedette finché Obama non aprì la normalizzazione nel 2014. Erano agenti anti-terrorismo che il paese vittima del terrorismo ha messo in prigione. Questa è la realtà.
Perché gli esiliati cubani di Miami parlano così male di Cuba? Non è di per sé una testimonianza della repressione?
È una domanda legittima che merita una risposta storicamente precisa e intellettualmente onesta. Bisogna capire chi è emigrato e soprattutto quando. La prima grande ondata di esuli, quella degli anni Sessanta, era composta prevalentemente dalla classe alta e medio-alta cubana: proprietari terrieri, uomini d’affari, professionisti e funzionari legati al regime Batista o alle corporation americane, che con la Rivoluzione persero privilegi reali e concreti. Il loro risentimento è umanamente comprensibile — avevano qualcosa di materiale da perdere e lo persero — ma non è la voce del popolo cubano: è la voce di una classe sociale specifica. Questa comunità si è poi consolidata a Miami in un blocco di potere politico ed economico formidabile, con propri media, proprie lobby, un peso elettorale decisivo in Florida — stato chiave per le presidenziali americane. Per decenni chiunque, tra gli esiliati, abbia provato a dire anche solo una parola sfumata su Cuba ha subìto pressioni, ostracismo sociale, a volte violenza fisica. Ci sono stati attentati a stazioni radio e a librerie che osavano vendere libri non allineati, giornalisti cubano-americani picchiati o minacciati di morte per aver scritto articoli critici verso la linea dura. La comunità di Miami non è un luogo di libero dibattito su Cuba: è un sistema di potere che impone una narrativa unica con mezzi che, ironicamente, i suoi stessi membri chiamerebbero “totalitari” se li applicasse l’Avana.
E il “comunismo” cubano — quanto è ideologia e quanto è invece risposta obbligata alla storia?
Questa è la domanda più acuta e più importante che si possa porre su Cuba, e quasi nessuno la pone. Fidel Castro nel 1959 non era un comunista ortodosso. Era un nazionalista radicale, un avvocato figlio di un latifondista galiziano, formato dai Gesuiti — e su questo ci torneremo tra poco, Padre Bruno — profondamente segnato dal pensiero di José Martí, il padre della patria cubana, che era un liberale e un patriota, non un marxista-leninista. Castro si avvicinò all’Unione Sovietica e al marxismo come risposta necessaria all’aggressione americana, non come punto di partenza ideologico. Quando l’Amministrazione Eisenhower decise di strangolare economicamente Cuba appena nata, quando la CIA organizzò lo sbarco fallimentare della Baia dei Porci nel 1961, quando Washington impose l’embargo totale, Castro non aveva alternativa storica: doveva trovare un alleato, un protettore, una fonte di armi e rifornimenti. L’URSS era l’unica disponibile sul mercato geopolitico dell’epoca. Il “comunismo” cubano è in buona parte il figlio diretto dell’embargo americano, non la sua causa. Rimuovere questo nesso causale dal racconto pubblico è la grande truffa intellettuale che la narrazione occidentale compie sistematicamente su Cuba da sessant’anni.
Una provocazione, Professor Vasapollo. Ho incontrato nicaraguensi in Italia che disprezzano Cuba in nome dell’anticomunismo, spesso cattolici praticanti. Come la legge?
Con grande tristezza e con una domanda semplice: hanno guardato in casa propria? Il Nicaragua di Ortega ha espulso ordini religiosi, chiuso radio cattoliche, imprigionato sacerdoti, messo agli arresti domiciliari il vescovo Álvarez per oltre un anno prima di esiliarlo forzatamente. Ha espulso le Missionarie della Carità di Madre Teresa. Ha chiuso università cattoliche. Ha di fatto dichiarato guerra alla Chiesa istituzionale. A Cuba le chiese sono aperte. Tre Papi ci sono andati e sono stati accolti da folle immense. A Managua il regime perseguita fisicamente i vescovi. Eppure, quel nicaraguense cattolico odia Cuba e non riesce a leggere le dinamiche del suo governo dove chi veramente comanda è Rosario Murillo che manipola il marito Ortega e che non credo abbia la cultura politica sufficiente definendosi un’autodidatta?
Perché?
Perché la parola “comunismo” funziona come un interruttore emotivo che spegne il pensiero critico. Cuba ha quell’etichetta, dunque è il nemico assoluto. Il Nicaragua di Ortega tecnicamente non ce l’ha — o la nasconde meglio — dunque viene rimosso dalla coscienza. È la prova più lampante di come la propaganda funzioni: non convince con argomenti, condiziona con le parole. E quando un cattolico difende la libertà religiosa citando Cuba e tace sul Nicaragua, non sta facendo teologia. Sta facendo, inconsapevolmente, geopolitica americana. Mi permetto di ritornare a bomba sul Nicaragua per l’amore che porto a quel popolo come a tutta l’America Latina e Caraibica in particolare. Murillo è notoriamente attratta dall’esoterismo, dal New Age, dai cristalli, dalla simbologia sincretica. Ha fatto installare per le strade di Managua quegli alberi metallici colorati, chiamati “Árboles de la Vida”, con una simbologia vagamente cosmica e new age. Il paradosso è evidente: il Nicaragua perseguita vescovi cattolici, espelle ordini religiosi, imprigiona sacerdoti — mentre la sua “co-presidente” coltiva una spiritualità indigeno-esoterica personale lontanissima dal cattolicesimo. In tutto questo – per onestà intellettuale – cosa c’entra il “comunismo”? Cosa c’entra Cuba?
Arriviamo al punto che più mi sta a cuore come sacerdote e giornalista cattolico. La Chiesa a Cuba — la fede è libera? Si dice che i cattolici siano stati invece perseguitati…
È un tema che mi sono posto anch’io con grande serietà, e sul quale ho avuto modo di confrontarmi direttamente con realtà cubane durante i miei soggiorni sull’isola. La risposta onesta è: sì, ci sono stati anni difficili per la Chiesa cattolica a Cuba, soprattutto nel primo decennio dopo la Rivoluzione, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta. Scuole cattoliche nazionalizzate, sacerdoti stranieri espulsi, limitazioni alla presenza pubblica della religione. Non lo nego e non lo minimizzo. Ma bisogna contestualizzare anche questo. Molti di quei sacerdoti espulsi erano spagnoli legati alla classe latifondista o apertamente simpatizzanti con Batista. La Chiesa istituzionale cubana pre-rivoluzionaria era, in larghissima parte, la Chiesa dei ricchi, non dei poveri. I contadini cubani, gli afrodiscendenti, i ceti popolari praticavano soprattutto la Santería, le religioni sincretiche afrocubane, che la Rivoluzione non ha mai perseguitato sistematicamente. Prima parlavamo della moglie di Ortega… ecco lei odia la Chiesa e mescola queste pratiche di religioni indigene con il new age esoterico. Detto questo: dal 1992 Cuba ha modificato la propria Costituzione, eliminando il riferimento allo Stato ateo e riconoscendosi come Stato laico. E poi sono venuti i Papi.
I Papi a Cuba — che significato hanno avuto quelle visite storiche?
Un significato enorme, e non solo simbolico. Giovanni Paolo II andò a Cuba nel gennaio del 1998 e fu accolto da folle immense, con una partecipazione popolare che smentì clamorosamente chi dipingeva Cuba come un paese dove la fede era morta. Wojtyla disse quella frase straordinaria che echeggia ancora: “Que Cuba se abra al mundo y que el mundo se abra a Cuba” — che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba. Era un appello doppio, rivolto sia all’Avana che a Washington. Condannava le chiusure interne tanto quanto l’isolamento imposto dall’esterno. Poi Benedetto XVI nel 2012, poi Francesco nel 2015 — e quella visita di Francesco fu determinante nel facilitare la storica normalizzazione Obama-Cuba di dicembre 2014, con la Santa Sede che aveva svolto un ruolo di mediazione silenziosa e decisiva. Il fatto che tre Papi consecutivi abbiano scelto di andare a Cuba — non a scopo di condanna, ma di dialogo e di riconoscimento — dice qualcosa di molto preciso sulla realtà religiosa dell’isola. Oggi a Cuba ci sono chiese aperte, processioni pubbliche, la Pasqua e il Natale sono feste riconosciute. Caritas Cuba opera. I seminari formano sacerdoti. La fede a Cuba è viva, non è libera come in una democrazia liberale occidentale, ma è infinitamente più viva di quanto la propaganda voglia far credere.
La formazione gesuitica di Castro — c’è davvero qualcosa di cattolico nel pensiero della Rivoluzione cubana?
È una domanda affascinante e storicamente fondata. Fidel Castro studiò al Colegio de Belén, il prestigioso istituto gesuitico dell’Avana, dove fu un allievo eccellente. I Gesuiti gli trasmisero rigore intellettuale, senso della giustizia sociale, capacità di resistenza alle avversità — quella che nella tradizione ignaziana si chiama fortitudo. L’etica della cura dei poveri, il principio della destinazione universale dei beni, la critica allo sfruttamento — sono concetti che la Teologia della Liberazione, nata pochi anni dopo la Rivoluzione cubana, elaborerà in chiave esplicitamente cristiana. Ernesto “Che” Guevara era figlio di una famiglia cattolica argentina. Camilo Torres, il sacerdote-guerrigliero colombiano, era amico e ammiratore della Rivoluzione cubana. La Teologia della Liberazione latinoamericana e la Rivoluzione cubana sono figli della stessa madre: la scandalosa povertà del continente e l’indignazione morale di fronte ad essa. Non dico che la Rivoluzione cubana fosse cristiana. Dico che le sue radici affondano in un terreno dove il cattolicesimo sociale latinoamericano è profondamente presente. E questo dovrebbe far riflettere certi cattolici occidentali che condannano Cuba senza conoscerne la storia.
Quando si parla di Cuba non possiamo non parlare di Ernesto Guevara. La sua figura viene liquidata in due modi opposti e ugualmente superficiali: o idolo rivoluzionario sulla maglietta, o simbolo del male antioccidentale. Chi era davvero?
Era un medico argentino di famiglia borghese che aveva tutto per vivere comodamente. Invece salì su una motocicletta con un amico, percorse l’America Latina da cima a fondo e vide con i propri occhi quello che i libri non raccontavano: i minatori boliviani che morivano a quarant’anni di silicosi, i contadini peruviani sfruttati come bestie, i lebbrosi abbandonati ai margini della civiltà. Quei viaggi, quei Diari della motocicletta, sono la chiave per capire tutto. Non era un ideologo astratto: era un uomo che aveva visto la miseria con i propri occhi e ne era rimasto bruciato dentro. Quando arrivò a Cuba abbracciò la causa di Fidel non per fanatismo, ma perché riconobbe nella Rivoluzione cubana la risposta concreta alle ingiustizie che aveva toccato con mano in tutto il continente. E Fidel lo sapeva. Non a caso, quando Che partì per portare la rivoluzione in Africa e poi in Bolivia, Castro disse quella frase straordinaria e dolente: “Hemos ganado” — abbiamo vinto. Era quasi un congedo, una consapevolezza che quell’uomo non sarebbe tornato. Fidel conosceva la natura di Guevara: non poteva stare fermo mentre altrove il mondo era ingiusto. In Bolivia lo catturarono e lo fucilarono il 9 ottobre 1967. Aveva trentanove anni. Un soldato boliviano addestrato dalla CIA sparò a un medico disarmato e ferito. Questa è la scena finale della sua vita — non quella della maglietta, non quella del poster. Ridurlo a icona commerciale è una delle più grandi vendette postume che la storia ricordi: hanno messo la sua faccia su milioni di t-shirt vendute nel sistema che lui combatteva. E liquidarlo come terrorista antioccidentale è altrettanto disonesto. Era un uomo che aveva scelto di stare dalla parte dei poveri fino in fondo, con una coerenza assoluta che pochissimi nella storia hanno avuto. Si può non condividere i suoi metodi — ed è legittimo — ma negargli questa statura morale è menzogna pura. Come cattolici, dovremmo riconoscere in lui almeno questo: era un uomo che aveva visto la sofferenza degli ultimi e non aveva guardato dall’altra parte. Non è poco.
C’è un’altra figura che sta emergendo finalmente anche in Occidente e che forse è la chiave per capire tutto: José Martí. Chi era davvero e perché è così centrale per capire Cuba?
Grazie per la domanda perché sono un ammiratore di questo personaggio e delle sue idee. Martí è la figura che smonta definitivamente il racconto del “comunismo cubano” come ideologia importata dall’esterno. Era un poeta, un giornalista, un pensatore politico del XIX secolo — morì nel 1895, combattendo per l’indipendenza di Cuba dalla Spagna, a quaradue anni, in battaglia. Non era marxista. Era un liberale, un umanista, un cattolico di formazione profonda che aveva assorbito il meglio del pensiero illuminista senza perdere le radici spirituali. Aveva vissuto a lungo negli Stati Uniti e li conosceva bene — li ammirava per certi aspetti e li temeva per altri. Scrisse parole profetiche: “Conozco al monstruo porque he vivido en sus entrañas” — conosco il mostro perché ho vissuto nelle sue viscere. Parlava dell’imperialismo americano decenni prima che quella parola entrasse nel lessico politico mondiale. Fidel Castro lo citava continuamente, lo considerava il vero padre ideale della Rivoluzione. E non era retorica: il nazionalismo cubano, il rifiuto della dipendenza straniera, la dignità sovrana del popolo cubano — tutto questo viene da Martí, non da Marx. La Rivoluzione del ’59 è figlia di Martí almeno quanto di Lenin, probabilmente di più. Che l’Occidente stia scoprendo Martí oggi è un segnale incoraggiante. Perché chi legge Martí capisce Cuba in modo radicalmente diverso. Capisce che quella piccola isola non sta difendendo un’ideologia: sta difendendo un sogno di dignità nazionale che ha più di un secolo di vita e che nessun embargo ha ancora spento.
Ma Martí era massone… Come la mettiamo, dal punto di vista cattolico?
È vero, Martí era massone — e in America Latina del XIX secolo questo non stupisce affatto. La massoneria in quel contesto storico non era l’organizzazione esoterica e anticristiana che certa tradizione cattolica conservatrice ha dipinto. Era soprattutto una rete di pensiero libero, patriottico e anticoloniale. Bolívar era massone. San Martín era massone. Praticamente tutta la generazione dei liberatori latinoamericani era massone. La massoneria era il contenitore organizzativo della lotta per l’indipendenza dalla Spagna imperiale e dalla sua Chiesa istituzionale — che in America Latina era spesso alleata del potere coloniale, non dei poveri. Martí aveva una spiritualità profonda, personalissima, che traspare in ogni pagina della sua poesia. Non era un ateo, non era un materialista. Era un uomo che cercava Dio fuori dalle strutture istituzionali che aveva visto troppo spesso al servizio del potere. E qui, Padre Bruno, le pongo io una domanda: la Chiesa latinoamericana del XIX secolo stava dalla parte dei colonizzatori o degli oppressi? In molti casi, stava dalla parte sbagliata. I liberatori — massoni, liberali, laici — stavano dalla parte giusta. La storia non si divide in bianco e nero neanche su questo. Giudicare Martí con le categorie del cattolicesimo tradizionale europeo è un errore storico. Va letto nel suo tempo, nel suo continente, nella sua lotta. E in quella lotta, la sua bussola morale era straordinariamente vicina a ciò che noi oggi chiamiamo dottrina sociale della Chiesa: dignità dell’uomo, giustizia, sovranità dei popoli, rifiuto dello sfruttamento. La tessera massonica non cancella questo. Semmai, ci invita a riflettere su quanto spesso la Chiesa abbia lasciato soli i poveri, costringendoli a cercare altrove gli strumenti per liberarsi.
P. Bruno, secondo lei – fino ad oggi – i presidenti di Stati come gli USA, la Francia, la Gran Bretagna… non hanno nulla a che fare con la massoneria? E in Italia, con lo scandalo della P2, che aveva tra i suoi ranghi politici, generali e persino ecclesiastici di alto rango?
La storia di Cuba è la storia di un popolo che ha scelto la dignità al posto della resa. Non dobbiamo necessariamente approvare ogni scelta che ha fatto lungo la strada.
Prof. Luciano Vasapollo
Ma dobbiamo avere l’onestà di capire perché l’ha percorsa
Cuba come simbolo nel mondo — cosa rappresenta oggi per i popoli del Sud?
Rappresenta qualcosa di quasi miracoloso nella storia dei popoli oppressi: il piccolino che resiste al gigante. Un’isola di undici milioni di persone, senza risorse naturali decisive, senza alleati potenti dopo il crollo dell’URSS nel 1991, che da sessant’anni regge alla pressione della prima potenza militare ed economica della storia umana. Per il Sud del mondo — Africa, Asia, America Latina — Cuba non è una dittatura da compatire: è un simbolo vivente di sovranità possibile. E lo è per ragioni concrete, non romantiche. Cuba ha mandato medici in Angola, in Mozambico, in Etiopia, quando l’Occidente in quegli stessi paesi mandava armi e golpisti. Ha formato gratuitamente medici africani, latinoamericani, caraibici nella Scuola Latinoamericana di Medicina dell’Avana. Quando il terremoto devastò Haiti nel 2010, i primi soccorritori sul campo erano medici cubani, già presenti nell’isola da anni nell’ambito di accordi di cooperazione. Nell’epidemia di Ebola in Africa occidentale nel 2014, Cuba mandò la più grande missione medica straniera di qualsiasi paese al mondo, più degli Stati Uniti, più dell’Europa intera. Questo è il Cuba che non vi raccontano.
Quello che Cuba soffre oggi — di chi è la responsabilità?
Questa è la domanda più urgente e più disonestamente elusa del dibattito pubblico su Cuba. Le difficoltà economiche attuali dell’isola sono reali e profonde — non le nego, le ho viste con i miei occhi. I blackout che colpiscono la popolazione per ore ogni giorno, la carenza di medicine, la difficoltà di approvvigionamento alimentare: sono sofferenze reali di persone reali. Ma la domanda che nessuno vuole porre è: quanto di tutto questo è “colpa del comunismo” e quanto è conseguenza diretta di sessantadue anni di embargo totale? L’embargo americano contro Cuba — che le Nazioni Unite condannano ogni anno con votazioni di 180 e più paesi favorevoli alla sua abolizione, con soltanto Stati Uniti e Israele contrari, anno dopo anno senza eccezioni — non è una sanzione simbolica. È una guerra economica permanente e totale contro undici milioni di persone. Vieta a Cuba di commerciare normalmente, di importare medicine, pezzi di ricambio, tecnologia, attrezzature mediche. Le banche di mezzo mondo non possono fare transazioni con La Habana per paura delle sanzioni secondarie americane. Anche acquistare una pompa idraulica, un trasformatore elettrico, i materiali per riparare una centrale diventa un’operazione titanica e proibitiva. I blackout che martoriano Cuba oggi non sono il frutto del fallimento del socialismo: sono in larghissima parte il risultato di un sistema infrastrutturale che non può essere aggiornato perché ogni componente necessaria è sotto embargo. Padre Bruno, dare la colpa al “comunismo” per questo è come rompere sistematicamente le gambe a un uomo, poi deriderlo perché non riesce a correre, e concludere solennemente che la colpa è dei suoi geni.
Una parola finale — come cattolici, come cristiani, cosa dobbiamo a Cuba?
Le dobbiamo almeno la verità. Non l’agiografia, non la propaganda in senso contrario: la verità storica, quella che si costruisce con i documenti, con i fatti verificabili, con la memoria delle vittime di entrambe le parti. Come cattolici, abbiamo una tradizione potente di pensiero sociale — dalla Rerum Novarum alla Laudato si’ — che ci obbliga a guardare le strutture di oppressione economica con occhi critici, senza sconti a nessuno. Cuba non è il paradiso, nessun sistema umano lo è. Ma è un popolo che da sessant’anni subisce una delle più lunghe e punitive aggressioni economiche della storia moderna, nel silenzio quasi totale dell’Occidente cristiano. Se Leone XIV riceverà Rubio e in quell’incontro qualcuno avrà il coraggio di pronunciare le parole embargo, terrorismo, sovranità, allora quella visita avrà avuto un senso evangelico autentico. Se invece sarà soltanto un rito diplomatico nel silenzio sulle vittime, sarà un’occasione perduta. E noi, come giornalisti cattolici, come cristiani che hanno a cuore i poveri del mondo, abbiamo il dovere di dirlo ad alta voce. Senza paura.
