La protesta è un diritto. Il simbolismo incendiario, invece, è già una resa della politica
C’è una soglia che una democrazia dovrebbe sempre custodire con gelosia. È la soglia che separa la protesta dalla intimidazione simbolica, il dissenso dalla demonizzazione, la passione politica dalla sua caricatura incendiaria. Si può contestare un governo, e anzi lo si deve fare quando lo si ritiene sbagliato, ingiusto o pericoloso. Ma non tutto ciò che esprime rabbia merita di essere chiamato politica. Bruciare in piazza le immagini del presidente del Consiglio e di un ministro della Repubblica non è un argomento: è una regressione.
Non occorre indulgere al moralismo per dirlo. Basta avere a cuore la grammatica minima della convivenza democratica. In un Paese libero si può manifestare contro una riforma, contro una guerra, contro una maggioranza parlamentare, contro l’indirizzo di un esecutivo. Si può gridare, sfilare, organizzarsi, persuadere, mobilitare, perfino esasperare il tono polemico. Ma il momento in cui la protesta sceglie il gesto incendiario — anche soltanto simbolico — smette di rafforzare le proprie ragioni e comincia a indebolirle. Perché trasmette non la forza delle idee, ma l’impazienza di chi non si fida più delle idee.
Il punto non è difendere questa o quella figura istituzionale in quanto tale. Oggi tocca a Giorgia Meloni e Carlo Nordio, ieri o domani potrebbe toccare a chiunque sieda al governo. Il punto è difendere un principio più grande delle persone: le alte cariche dello Stato si contrastano politicamente, non si trasformano in bersagli rituali di una liturgia dell’odio. Quando si arriva a quel gesto, non si colpisce solo l’avversario; si ferisce anche il linguaggio pubblico, lo si trascina più in basso, lo si consegna a una rappresentazione tribale nella quale il nemico va bruciato, non battuto.
Ed è proprio qui che si misura la differenza tra piazza e democrazia. La piazza serve, eccome. È voce, pressione, allarme, coscienza critica. Ma in una Repubblica parlamentare chi governa si contesta anzitutto nelle urne. È lì che il dissenso acquista forma, legittimità e peso reale. È lì che un indirizzo politico viene corretto, respinto o confermato. Tutto il resto, se non sfocia nella violenza fisica, rischia comunque di preparare una violenza del clima, una pedagogia del disprezzo che avvelena lentamente la vita civile.
Per questo l’episodio romano non va liquidato come una semplice intemperanza di frangia. È un segnale di qualcosa di più profondo: della crescente incapacità di una parte del conflitto pubblico di restare dentro i confini della persuasione democratica. Eppure, proprio chi si mobilita in nome della Costituzione, della legalità, dell’equilibrio tra poteri dovrebbe essere il primo a sapere che i simboli contano. Non si può invocare la difesa delle istituzioni e poi alimentare gesti che degradano l’istituzione a fantoccio da incendiare.
C’è poi un secondo aspetto, più politico e forse più interessante. Il referendum costituzionale sulla magistratura nasce formalmente attorno a una materia specifica, complessa, che meriterebbe discussione seria, tecnica, persino sobria. Ma è difficile immaginare che ciò accada davvero. Non perché il merito non conti, ma perché ormai in Italia quasi ogni consultazione referendaria finisce per caricarsi di un significato ulteriore: diventa un giudizio sul governo in carica. Più che sui dettagli della riforma, si voterà nel segno dell’approvazione o della disapprovazione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
È un meccanismo già visto. Il referendum, strumento pensato per chiamare il corpo elettorale a pronunciarsi su un testo, si trasforma in un plebiscito emotivo sul clima politico generale. Chi sostiene il governo tenderà a leggere il voto come conferma della maggioranza; chi vi si oppone cercherà di trasformarlo in una spallata politica. In mezzo, il merito della riforma rischia di sbiadire, sommerso dalla logica binaria del tifo: con o contro Meloni. È la malattia della nostra stagione pubblica, in cui la complessità delle questioni viene regolarmente sacrificata alla semplificazione del fronte contro fronte.
Ma proprio per questo la tentazione dell’incendio simbolico è doppiamente miope. Non solo perché è sbagliata in sé, ma anche perché finisce per regalare all’avversario il terreno migliore: quello della vittimizzazione, della compattezza istituzionale, della condanna unanime che oscura le ragioni della protesta. Chi brucia immagini non allarga il consenso: lo restringe. Chi sostituisce il giudizio con il rogo non radicalizza la democrazia: la infantilizza.
La maturità democratica si misura anche da qui: dalla capacità di tenere insieme durezza del dissenso e disciplina civile. Si può essere inflessibili contro una riforma della giustizia ritenuta sbagliata. Si può essere severissimi contro la linea internazionale dell’Occidente, contro la guerra, contro le ambiguità del potere. Ma non si deve mai oltrepassare quel confine in cui il simbolo incendiario pretende di sostituire il confronto politico. Perché a quel punto non si sta più elevando la protesta: la si sta svuotando.
Le democrazie non hanno bisogno di roghi, neppure figurati. Hanno bisogno di cittadini esigenti, di opposizioni serie, di maggioranze controllate, di campagne referendarie dure ma pulite. E soprattutto di una convinzione elementare, che oggi andrebbe ripetuta più spesso: chi governa si batte col voto, non col fuoco.
