È morto a 96 anni il grande teorico della democrazia deliberativa. Con lui scompare l’ultimo gigante di una tradizione che aveva fatto del dialogo razionale l’unica risposta possibile ai totalitarismi del Novecento
Ci sono pensatori che abitano le biblioteche e pensatori che abitano il tempo. Jürgen Habermas apparteneva alla seconda categoria: ha attraversato quasi un secolo di storia europea con la cocciutaggine di chi è convinto che ragionare insieme — davvero insieme, con argomenti verificabili e buona fede reciproca — sia non soltanto possibile, ma necessario. Soprattutto quando tutto, intorno, sembrava suggerire il contrario.
Nato a Düsseldorf nel 1929, Habermas è cresciuto nell’ombra del nazismo e ha fatto della propria biografia intellettuale una risposta lunga settant’anni a quella catastrofe. Non una risposta urlata né rassegnata: una risposta metodica, filosoficamente attrezzata, ostinatamente illuminista in un’epoca che dell’Illuminismo aveva fatto scempio. La Scuola di Francoforte, di cui è stato l’erede più longevo e forse il più sistematico, aveva già indagato come la ragione moderna potesse rovesciarsi nel suo contrario — nella tecnocrazia, nel dominio, nell’annientamento. Habermas accettò la diagnosi ma rifiutò la resa. La ragione non era morta: era stata tradita. E si poteva — si doveva — rifondarla.
Il cuore della sua riflessione sta in due opere che hanno ridisegnato i confini della filosofia politica del Novecento. Con Storia e critica dell’opinione pubblica — la tesi di abilitazione del 1962, ancora oggi indispensabile — Habermas ricostruì la nascita e la successiva erosione di quello spazio borghese in cui i cittadini si riunivano per discutere di res publica: i caffè letterari, i giornali, i parlamenti. Uno spazio che il capitalismo avanzato aveva colonizzato, trasformando il dibattito in spettacolo e la critica in consenso fabbricato. Con la Teoria dell’azione comunicativa del 1981 compì invece il passo più ambizioso: propose che la legittimità di qualunque ordinamento sociale non potesse fondarsi sul potere o sul denaro, ma soltanto su procedure discorsive in cui tutti i partecipanti si riconoscono come liberi e uguali. Non utopia: architettura. Una grammatica della convivenza democratica da costruire pazientemente, mattone su mattone.
Lo accusarono di ingenuità. I postmoderni lo schernirono per la sua fiducia nella ragione universale; i marxisti ortodossi lo rimproverarono di aver abbandonato la critica dell’economia politica in favore di un liberalismo mascherato; i conservatori diffidarono di un pensiero che non smetteva mai di interrogare le fondamenta dell’ordine costituito. Lui rispose a tutti, con puntiglio e senza rancore, perché il disaccordo argomentato era precisamente ciò in cui credeva. Era difficile polemizzare con un uomo che praticava, nella vita intellettuale, esattamente ciò che predicava nella teoria.
La sua influenza in Italia e nel mondo latino fu precoce e profonda. Le traduzioni arrivarono in tempi rapidi e generazioni di giuristi, sociologi, filosofi del diritto trovarono nel suo vocabolario — sfera pubblica, agire comunicativo, etica del discorso, democrazia deliberativa — gli strumenti per pensare le transizioni dalla dittatura alla democrazia, la costruzione degli stati di diritto, il significato delle costituzioni del dopoguerra. Non era un pensiero da cattedra: era un pensiero da piazza, nel senso nobile del termine. Da agorà.
Nell’ultimo quarto di secolo si era fatto voce instancabile del progetto europeo, convinto che l’Unione fosse l’esperimento più avanzato di governance post-nazionale basata sui diritti fondamentali e non sulla forza. Criticò con eguale fermezza i nazionalismi rinascenti e le derive tecnocratiche della troika durante la crisi del debito: l’Europa che voleva, scriveva, non era quella dei mercati né quella degli Stati, ma quella dei cittadini. Quella sfera pubblica transnazionale che ancora faticava a nascere e che lui continuava a invocare con la pazienza dei vecchi costruttori.
Muore a 96 anni in un momento in cui il mondo sembra aver scelto deliberatamente di fare il contrario di tutto ciò che lui aveva insegnato: i dibattiti pubblici degradati a risse social, le democrazie svuotate dalla demagogia, la ragione pubblica sostituita dall’algoritmo che conferma ciò che già credi. Forse non c’è omaggio migliore alla sua eredità che riconoscere quanto ci manchi, già adesso, quella voce capace di opporre alla barbarie della semplificazione la fatica nobile dell’argomento.
Ci restano i libri. E una domanda che non smette di bruciarci: siamo ancora capaci, come cittadini e come civiltà, di fare quella cosa elementare e difficilissima che Habermas ha chiamato per tutta la vita con il suo nome vero — ascoltarci?
