Culture dei popoli e percorsi alternativi di Economia sostenibile
RECENSIONE a un nuovo trattato di economia di Luciano Vasapollo con Rita Martufi e Mirella Madafferi
C’è un libro che non vuole convincere nessuno. Vuole, semmai, inquietare. Quello che non ho di Luciano Vasapollo — scritto con Rita Martufi e Mirella Madafferi e pubblicato dal Centro Studi Cestes-Proteo nel febbraio 2026 — nasce come trattato di critica politico-economica e finisce per essere qualcosa di più scomodo: la dimostrazione che la crisi climatica non è un’emergenza gestibile, ma il sintomo visibile di un conflitto più vecchio, quello tra capitale, lavoro e limiti della terra. A introdurlo, con una prefazione che è quasi un’opera autonoma, c’è Padre Alfonso Bruno, francescano, che porta la tradizione di Francesco d’Assisi a dialogare — senza sconti reciproci — con Marx.
Non è un libro. È un trattato. La distinzione non è formale — sta nel corpus, nell’ambizione, nella struttura: novecentosessantotto pagine, cinque grandi sezioni, un apparato bibliografico denso, una prefazione di un frate francescano e una postfazione di un politologo, il tutto intrecciato attorno a una domanda che la canzone di Fabrizio De André poneva con ironia dolceamara e che qui viene ripresa con rigore scientifico. Quello che non ho di Luciano Vasapollo — con Rita Martufi e Mirella Madafferi — non si offre dunque come saggio di divulgazione né come manifesto militante, sebbene contenga elementi di entrambi. Si offre come strumento di analisi: una critica dell’economia politica classica aggiornata alle contraddizioni del presente, con la crisi ecologica come sismografo di tutte le altre.
Il titolo è scelto con cura. La canzone di De André elenca con disincanto ciò che il poeta non possiede e non vuole possedere: la camicia bianca, le pistole, l’orologio avanti, i denti d’oro, il pranzo di lavoro. È una litania della non-appartenenza al sistema. Vasapollo e i suoi coautori la rovesciano: ciò che non si ha non è una mancanza da colmare, ma una critica da articolare. Il capitalismo non dà ai popoli ciò di cui hanno bisogno — la giustizia nella distribuzione, il rispetto dei limiti biofisici, la dignità del lavoro, la sovranità sulle risorse. Il testo nasce per dire questo con il linguaggio della scienza, non dello slogan.

L’architettura del trattato
L’opera si articola in cinque parti precedute da un’introduzione sostanziale e seguite da conclusioni che non cercano la pacificazione del lettore bensì il rilancio della domanda. La logica sequenziale non è lineare ma a spirale: si parte dalla Presentazione — con il memorabile titolo «Se si perde il senso del ghetto si perde il senso della comunità» — che pone il problema della mondializzazione capitalistica come crisi simultanea di riproduzione sociale e riproduzione naturale. Da lì l’analisi scende per strati.
La Parte Prima («Chiavi di interpretazione del divenire socioeconomico») costruisce il fondamento epistemologico: metodo scientifico, materialismo dialettico e storico, teoria del riflesso, concezione materialistica della storia, questione del tempo storico, teorie del crollo. Non è una concessione accademica: è una scelta politico-intellettuale. Vasapollo sostiene che senza una teoria rigorosa della conoscenza, ogni analisi della crisi climatica scivola nell’emergenzialismo emotivo — lo stesso che la classe dominante sa gestire, riciclare e neutralizzare meglio di qualunque altra narrativa.
La Parte Seconda sposta l’analisi sul piano geopolitico: mondializzazione finanziaria, competizione tra blocco unipolare e multipolare, catene globali del valore, debito estero come strumento di dominio, sistemi di pagamento internazionali alternativi. Qui il lettore capisce che la crisi ecologica non è un problema tecnico da risolvere con la giusta combinazione di incentivi e regolamentazioni: è un problema di potere. Chi decide cosa produrre, dove, a quale costo per i lavoratori e per l’ambiente, è una questione politica prima che economica.
La Parte Terza («Oltre il Capitalocene») è il cuore teorico del volume: Antropocene, Capitalocene, metabolismo sociale, storia del pensiero socialista in relazione alla questione ambientale, Engels e la Dialettica della natura, critica del «capitalismo in salsa verde», paradigma dell’ecologia integrale. Il giudizio sul cosiddetto capitalismo verde è netto: non è una transizione di paradigma, ma una strategia di adattamento dell’accumulazione. Il verde di mercato non rompe il rapporto capitale-natura; lo riorganizza per estrarne nuovo valore.
La Parte Quarta è quella in cui il testo si espone maggiormente: pensiero decoloniale, teoria delle relazioni internazionali cinesi, interpretazione dell’imperialismo finanziario, proposte di azzeramento del debito estero, rapporto tra Stato e transizione. Non è una sezione di risposte; è una sezione di ipotesi. Il rigore analitico lascia spazio — con cosciente tensione — alla costruzione storica delle alternative.
La Parte Quinta, con contributi dedicati alla via cinese a una civiltà ecologica, alla resilienza ambientale cubana sotto embargo e alla lettura del Mediterraneo come spazio di conflitto e incontro, è la più plurale e la più aperta: restituisce la densità storica delle alternative senza gerarchizzarle in un unico modello.
Il metodo come scelta politica
Il trattato dichiara il proprio metodo con una franchezza non frequente nel panorama accademico italiano. L’impianto è quello della critica marxiana dell’economia politica, assunta non come dogma ma come strumento: il modo di produzione capitalistico come processo globale di riproduzione sociale, con le sue contraddizioni strutturali, le sue tendenze sistemiche, i suoi meccanismi di mascheramento ideologico. Il feticismo della merce — la categoria con cui Marx mostrava come le relazioni sociali appaiano come relazioni tra cose — viene riletto in chiave contemporanea come feticismo tecnologico, feticismo del mercato verde, feticismo della governance climatica.
Non si tratta di un’applicazione meccanica degli schemi classici. Vasapollo, Martufi e Madafferi sono consapevoli dei limiti e degli errori del pensiero marxista storico — lo dichiarano esplicitamente — e cercano di integrare categorie che quel pensiero aveva trascurato o sottostimato: il metabolismo sociale, l’analisi dei limiti biofisici, la questione del tempo ecologico rispetto al tempo del capitale, la geopolitica del multipolarismo. Il risultato è un approccio che i curatori stessi definiscono «complesso» — non nel senso di complicato, ma nel senso scientifico di sistemico, non-riduzionista, attento alle retroazioni.
Una delle tentazioni del nostro tempo è la scorciatoia: la crisi climatica viene spesso ridotta a emergenza emotiva o a tecnica di governance, mentre qui viene affrontata come questione di verità, di conoscenza e di prassi trasformativa.
Alfonso Bruno
La prefazione di Padre Alfonso Bruno: un dialogo inatteso
Uno dei contributi più originali del volume viene dal suo prefatore: Padre Alfonso Maria Angelo Bruno, frate francescano dell’Immacolata, socio corrispondente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale. La sua presenza non è decorativa. Bruno porta una prospettiva teologica e antropologica che non si affianca all’analisi economica come complemento morale, ma la interroga dall’interno.
Il frate ricorda che la tradizione francescana non considera la natura «capitale naturale» da contabilizzare, ma dono da custodire e relazione da vivere. E che San Francesco non è un’icona romantica della natura: è un uomo che ha compreso che la pace con il creato passa attraverso la pace sociale, e che la povertà evangelica non è miseria, ma libertà dall’idolatria del possesso. In questo senso, il dialogo tra ecologia integrale — nella tradizione della Laudato Si’ — e critica politico-economica di matrice marxista non è un’acrobazia intellettuale: è la convergenza, per vie diverse, sulla stessa diagnosi. Il sistema produce scarto — di risorse, di persone, di futuro — come sua condizione di funzionamento, non come incidente correggibile.
Bruno non abdica al proprio ruolo critico. Invita a una «lettura vigile» delle ipotesi alternative proposte nelle Parti Terza e Quarta, misurando ogni proposta sul criterio della dignità della persona, della libertà, della partecipazione e della sussidiarietà. È una forma di onestà intellettuale rara: accompagnare un testo senza appiattirsi su di esso, introdurre senza avallare tutto, dialogare senza capitolare. La prefazione è, in questo senso, una piccola opera autonoma — e uno dei pochi esempi recenti di teologia politica applicata alla questione ecologica con questa profondità.
Quando la casa brucia, la prima forma di carità è la verità.
Alfonso Bruno
E la prima forma di speranza è prendersi finalmente sul serio
Forze e limiti: una lettura critica
Il trattato ha forze indiscutibili e limiti che meritano di essere nominati con la stessa franchezza con cui il testo nomina le proprie tesi.
La prima forza è l’ampiezza del campo visivo. Pochi testi riescono a tenere insieme con questa coerenza la crisi ecologica, la geopolitica del multipolarismo, il pensiero decoloniale, la critica dell’economia convenzionale, la questione del debito globale e le alternative concrete. Il rischio dell’enciclopedismo è reale — e in alcuni capitoli si avverte — ma il guadagno è un’analisi che non separa ciò che il sistema vuole che rimanga separato.
La seconda forza è la scelta di esporre il proprio metodo. In un’epoca di falsa neutralità accademica, dichiarare il proprio quadro teorico è un atto di onestà intellettuale oltre che scientifica. Il lettore sa da dove viene l’analisi e può misurarla su quel terreno, senza l’illusione di una obiettività che non esiste in nessuna scienza sociale. La terza forza è l’uso di fonti eterogenee: classici del marxismo, pensiero decoloniale latinoamericano, documenti della Dottrina Sociale della Chiesa, ricerca empirica sulle catene del valore globali, letteratura sulle emissioni di CO₂. L’approccio è sistematico e aggiornato, non nostalgico.
I limiti sono altrettanto rilevanti. Il volume soffre in alcuni passaggi di una densità argomentativa che rischia di scoraggiare il lettore non specializzato — paradossale per un testo che dichiara anche una funzione didattica e pedagogica. Alcune sezioni dedicate alle alternative presentano le esperienze di Cina e Cuba con uno sguardo simpatetico che, pur comprensibile nell’ottica di chi vuole moltiplicare le prospettive possibili, avrebbe giovato di una maggiore distanza critica rispetto alle contraddizioni interne di quei modelli. Rimane poi aperta — e il testo ne è cosciente — la tensione tra la diagnosi e la prospettiva: il che cosa fare resta più un orizzonte da costruire che una proposta compiuta. Ma forse è onesto: in un’epoca in cui le false certezze abbondano, un trattato che mantiene aperta questa tensione è già un contributo.
A chi è destinato, e perché leggerlo
Il volume si rivolge a un pubblico largo: studenti universitari di economia, sociologia, scienze politiche; ricercatori e docenti che cercano un quadro teorico integrato per affrontare la crisi ecologica; sindacalisti, operatori culturali, formatori politici che vogliono strumenti analitici più solidi dei manifesti. La funzione dichiarata è quella di una «guida alla comprensione della fase attuale» — e in questo senso il testo assolve il proprio compito.
Ma c’è un destinatario non dichiarato che questo testo interpella con forza particolare: chi si occupa di comunicazione, di formazione, di cura dell’opinione pubblica — e che si chiede perché certe domande non riescono a entrare nel dibattito mainstream. Il trattato offre una risposta strutturale a questa domanda: le idee che non circolano non mancano di circolazione perché sono false, ma perché il sistema ha meccanismi precisi di produzione dell’invisibilità. Riconoscerli è il primo passo per aggirarli.
Per questo, e in questo senso, Quello che non ho è un libro politico — nel senso più alto del termine: un libro che non si accontenta di descrivere il mondo ma vuole contribuire a capire perché cambia così lentamente, e a chi convenga che resti così.

