Un bambino di dieci anni avvolto nel panno bianco della sepoltura. Uno studente di quattordici anni ucciso davanti alla sua scuola dai coloni. Una donna palestinese colpita dalle forze navali israeliane mentre viveva in una tenda da sfollata. Martedì 21 aprile 2026, durante un cessate il fuoco formalmente in vigore da ottobre, Israele ha ucciso almeno undici palestinesi tra Gaza e Cisgiordania. In Europa, Italia e Germania bloccavano la sospensione dell’accordo commerciale con Tel Aviv. Si discuterà l’11 maggio.
Abdullah Dawas aveva dieci anni. Era stato colpito alla testa vicino a una clinica nel campo profughi di Jabalia, nel nord di Gaza. Ha resistito dieci giorni. Poi è morto. Il video verificato da Al Jazeera lo mostra avvolto in un panno bianco, pronto per la sepoltura. È uno dei sette palestinesi uccisi a Gaza in ventiquattro ore di martedì 21 aprile 2026, giorno in cui era formalmente in vigore il cessate il fuoco annunciato in ottobre.
Aws Hamdi al-Na’san aveva quattordici anni. Stava andando a scuola, nel villaggio di al-Mughayyir, a est di Ramallah, in Cisgiordania. I coloni israeliani hanno attaccato l’istituto maschile. I soldati israeliani erano presenti e proteggevano i coloni. Aws è stato colpito a colpi di arma da fuoco. È morto.
Mohammad Majdi al-Jaabari ne aveva sedici. Andava a scuola in bicicletta, poco dopo l’alba, nei pressi di Hebron. È stato investito da un veicolo del convoglio di sicurezza che scortava Orit Strock, ministro degli insediamenti israeliani, residente in un insediamento costruito su terra palestinese — illegale secondo il diritto internazionale.
Tre bambini. Un giorno. Un cessate il fuoco.
La tradizione morale cattolica conosce una distinzione antica tra peccato di omissione e peccato di commissione. Il primo è non fare ciò che si dovrebbe. Il secondo è fare ciò che non si dovrebbe. In questa storia entrambi sono presenti, e si intrecciano in una complicità che coinvolge non solo chi spara ma chi guarda, chi commercia, chi rinvia.
Un rapporto del Consorzio per la protezione della Cisgiordania pubblicato questa settimana documenta qualcosa che va oltre i morti di martedì: una strategia sistematica di violenza sessualizzata — molestie, esposizione indecente, sorveglianza delle camere da letto, umiliazione filmata e condivisa — usata da coloni e soldati per costringere le famiglie palestinesi ad abbandonare le proprie terre. Più del 70 per cento degli sfollati intervistati ha indicato le minacce a donne e bambini come ragione decisiva per la fuga. Le famiglie rispondono con matrimoni precoci delle figlie per sottrarle alla violenza. Il rapporto avverte che i numeri reali sono probabilmente molto superiori a quelli documentati.
Questo si chiama pulizia etnica. Non è una categoria ideologica: è una definizione giuridica precisa, elaborata dopo i crimini del Novecento europeo proprio perché non si ripetessero. Si chiama pulizia etnica quando una popolazione viene sistematicamente espropriata, terrorizzata, violentata e costretta a fuggire per lasciare spazio ad altri. Il diritto internazionale lo proibisce. La Corte internazionale di giustizia ha aperto un procedimento. Le Nazioni Unite documentano. L’Europa discute.
L’11 maggio si terrà la prossima riunione ministeriale dell’Unione europea. Tajani ha detto che allora si valuteranno «possibili iniziative». Nel frattempo dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre sono stati uccisi 784 palestinesi a Gaza, 761 corpi recuperati dalle macerie. Dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023: almeno 72.560 morti, 172.560 feriti. In Cisgiordania, dall’ottobre 2023: 1.152 palestinesi uccisi, di cui 239 bambini.
Questi sono numeri. Dietro ogni numero c’è un nome. Dietro ogni nome c’è qualcuno che lo pronunciava.
La Scrittura ha una frase che torna in molti salmi, nei profeti, nel Vangelo: il grido del povero sale fino a Dio. Non è una consolazione mistica per chi non può fare altro. È una minaccia per chi potrebbe fare qualcosa e sceglie di non farlo. Il grido di Abdullah, di Aws, di Mohammad sale. Arriva. Viene ascoltato da Qualcuno che tiene il conto con più precisione di qualsiasi ministero della salute.
Leone XIV, in Africa, ha detto che il cuore di Dio è straziato dalle guerre e dalle ingiustizie. Ha detto che Dio non è con i prepotenti. Lo ha detto mentre i ministri europei si riunivano a Lussemburgo per decidere di non decidere nulla.
C’è una parola greca nel Nuovo Testamento che i traduttori rendono spesso con «sangue innocente»: haima athôon. È il sangue che grida, secondo la tradizione biblica fin da Caino e Abele. Non si può zittire con un rinvio all’11 maggio. Non si può lavare con un accordo commerciale tenuto in vita per convenienza. Non si può ignorare continuando a ripetere che il dialogo è la strada.
Il dialogo è la strada. Ma il dialogo richiede due parti disposte a fermarsi. Quando una parte non si ferma — quando continua a uccidere bambini durante un cessate il fuoco, quando i soldati reintegrano chi ha aggredito sessualmente un detenuto, quando i coloni sparano agli studenti davanti alla scuola — l’altra parte ha il dovere morale di smettere di fingere che stia dialogando.
L’Europa non sta dialogando con Israele. Sta finanziando, con i propri accordi commerciali, ciò che non osa nominare.
Aws Hamdi al-Na’san aveva quattordici anni e andava a scuola.
Questo, almeno, lo possiamo dire.
