La pace che nessuno vuole firmare: Trump e l’Iran ai ferri corti mentre il mondo trattiene il respiro

C’è un dettaglio che dice tutto sulla natura di questa crisi. Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran scade stanotte. Ma nessuno sa esattamente a che ora. Washington dice domani sera, ora di Washington. Teheran dice alle 3.30 di mercoledì, ora di Teheran. I pakistani, che fanno da mediatori, parlano dell’1.50 ora italiana. Tre orologi, tre versioni, nessun accordo nemmeno su quando finisce la tregua.

Quando le parti non riescono a sincronizzare gli orologi, immaginare che sincronizzino le volontà è esercizio di ottimismo estremo.

Steve Witkoff e Jared Kushner — i negoziatori americani — avrebbero dovuto essere a Islamabad oggi. L’aereo è decollato da Miami. Ha preso la direzione di Washington. Forse sono andati da Trump. Forse Trump ha cambiato idea. Forse nessuno sa più niente. Teheran alla BBC dice: «Non abbiamo ancora deciso se inviare una delegazione». Il Wall Street Journal cita fonti secondo cui l’Iran vuole prima la rimozione del blocco navale. Araghchi su X scrive che bloccare i porti iraniani «è un atto di guerra e quindi una violazione del cessate il fuoco». Nel frattempo il Dipartimento del Tesoro americano annuncia un nuovo pacchetto di sanzioni battezzato con il nome — e anche qui la scelta del nome è rivelatrice — Economic Fury. Furia economica. Come se la furia fosse una politica.

La dottrina morale distingue tra la guerra giusta e la guerra arbitraria. La prima risponde a criteri precisi elaborati in secoli di riflessione: causa giusta, intenzione retta, ultimo rimedio, proporzionalità dei mezzi, ragionevole speranza di successo. La seconda risponde ai nervosismi di chi governa, agli umori della notte, ai tweet scritti alle due di mattina con una preghiera ad Allah aggiunta di pugno «per sembrare il più instabile possibile». Trump stesso, secondo il Wall Street Journal, ha ammesso questa strategia. Non è teoria della guerra giusta. È teatro del caos usato come strumento diplomatico.

Il problema è che il teatro del caos, a un certo punto, produce vittime reali. Uno Stretto di Hormuz bloccato non è un tweet: è il passaggio attraverso cui transita una quota enorme dell’energia mondiale, con effetti immediati sui prezzi, sui rifornimenti, sulle economie più fragili del pianeta. La benzina oltre i quattro dollari al gallone in America è già un problema elettorale per Trump — il Wall Street Journal lo documenta con cura. Ma il costo energetico per i paesi più poveri, quelli che non hanno né la voce né i voti per entrare nel calcolo politico americano, non compare in nessun sondaggio di midterm.

«Il regime iraniano deve essere ritenuto responsabile per le sue estorsioni ai danni dei mercati energetici globali», ha detto il segretario al Tesoro Bessent. La frase è tecnicamente accurata: l’Iran usa lo Stretto come leva. Ma è anche parzialmente disonesta: lo Stretto è diventato una leva dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno condotto l’operazione Epic Fury contro l’Iran, con i bombardamenti che il portavoce iraniano alla BBC descrive come «minacce di crimini di guerra». La sequenza causale conta. Non si può rimuovere il contesto e presentare solo l’effetto.

Teheran dice di essersi presentata «in buona fede e con serietà» e di trovare una controparte che «cambia posizione di continuo, con continui voltafaccia». È la versione iraniana. Va presa con le cautele necessarie: il regime degli ayatollah non è un modello di trasparenza diplomatica né di rispetto dei diritti umani, e la storia degli accordi nucleari mostra che Teheran sa usare i negoziati come tattica di guadagno di tempo. Ma il fatto che questa versione sia parziale non la rende falsa in tutto. E il comportamento americano degli ultimi giorni — sanzioni nuove mentre il cessate il fuoco è ancora in vigore, negoziatori che invertono la rotta dell’aereo all’ultimo momento, orari della tregua che non coincidono — non smentisce l’impressione di una diplomazia che improvvisa.

La tradizione cattolica ha sempre insistito su un principio che nelle crisi internazionali viene costantemente dimenticato: la pace non è l’assenza di guerra. È una costruzione attiva che richiede fiducia, continuità, rispetto della parola data, capacità di ascoltare le ragioni dell’altro anche quando sono ragioni che non piacciono. Leone XIV lo ha detto in Africa con una semplicità che i diplomatici non si permettono: negotiations. Negoziare, davvero, non come pretesto per guadagnare tempo o come scenografia per il pubblico interno.

Witkoff e Kushner sono a Washington. Teheran non ha ancora deciso. Il cessate il fuoco scade stanotte, a un orario che nessuno concorda.

E Trump stasera legge la Bibbia in tv.

«Se il mio popolo si umilierà e ricercherà il mio volto»: è il versetto che ha scelto. È un versetto sulla conversione, non sulla furia. Sull’ascolto, non sulle sanzioni. Sul fermarsi, non sul volo invertito all’ultimo momento.

Forse qualcuno glielo dovrebbe spiegare.

Sanzioni chiamate “Economic Fury”, negoziatori bloccati a Miami, delegazione iraniana che non parte, orari del cessate il fuoco che non coincidono nemmeno tra le parti. Islamabad aspetta. Il mondo aspetta. E Trump legge la Bibbia in tv.