Un viaggio apostolico tra diplomazia della pace, mistica spagnola e il coraggio di ascoltare le vittime
C’è sempre, nei viaggi papali, una grammatica nascosta che il protocollo non riesce del tutto a coprire. Gli onori militari, il red carpet sulla pista dell’aeroporto, il re e la regina in fila d’attesa — tutto questo appartiene alla liturgia del potere che si inchina dinanzi a un altro potere, spirituale e antico. Ma Leone XIV, sceso dall’aereo a Madrid sotto gli occhi di Felipe VI e di Pedro Sánchez, sembrava portare con sé qualcosa che non stava nei gagliardetti né nei comunicati della Sala Stampa vaticana: la consapevolezza che i grandi discorsi reggono soltanto se trovano un punto d’ancoraggio nella carne viva delle storie umane.
La Spagna che lo attendeva era, in apparenza, quella delle istituzioni e dei simboli: il Palazzo Reale, l’episcopato, il corpo diplomatico. Ma c’era anche un’altra Spagna, silenziosa e non protocollare, che aspettava il Pontefice in forma riservata. Perché uno degli appuntamenti più significativi del viaggio — confermato dalla Sala Stampa vaticana con la sobria discrezione che questi casi impongono — sarà un incontro con alcune vittime di abusi sessuali commessi da membri del clero. Un incontro senza fotografi, senza dichiarazioni trionfali, senza il consueto apparato comunicativo. Organizzato dalla Chiesa spagnola, avvolto nel rispetto per la volontà e la privacy di chi ha sofferto. Una scelta che, proprio per la sua riservatezza, dice più di mille discorsi.
È in questo contrappunto tra la grandezza pubblica e l’umiltà privata che si rivela la cifra di questo pontificato. Leone XIV ha parlato al Palazzo Reale di quella che ha chiamato “cultura dell’incontro”, richiamando i grandi mistici spagnoli — Giovanni della Croce, Teresa d’Ávila — e la loro lezione sulla notte oscura che non è fine ma passaggio. Ha citato Cordova e Toledo, la scuola di traduttori di Alfonso il Saggio, quell’improbabile e fecondo cantiere medievale in cui cristiani, musulmani ed ebrei costruivano insieme il sapere. Ha ammonito che “la sicurezza che ci illudiamo venga dalle armi e dai muri matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro”. Parole nette, pronunciate in un’Europa che torna a discutere di riarmo come se il Novecento non avesse insegnato nulla.
E sul volo verso Madrid, rispondendo ai giornalisti con quella franchezza un po’ brusca che ormai lo caratterizza, aveva già anticipato le linee del viaggio: la guerra in Ucraina, il negoziato che “bisogna veramente spingere”, il Libano che conosce da vicino e che continua a seguire attraverso i contatti con i leader religiosi incontrati nelle sue missioni. Poi, quasi a stemperare la tensione, il sorriso sul calcio: ai Mondiali tiferà per gli Stati Uniti, anche se non sa quante partite riuscirà a guardare. Un Papa che ha il senso dell’umorismo è già, di per sé, una buona notizia.
Ma è attorno all’incontro con le vittime che ruota il centro di gravità morale del viaggio. La Spagna è un Paese che, in questi anni, ha fatto i conti con una storia ecclesiale dolorosa, tra procedimenti giudiziari, commissioni d’inchiesta e un dibattito pubblico che ha messo la Chiesa di fronte a responsabilità che non è più possibile eludere. Leone XIV non ignora questo peso. Lo porta con sé, lo accoglie nella forma discreta e non spettacolare di un incontro fuori programma, perché certe ferite non si mostrano, si custodiscono.
La mistica spagnola aveva un’intuizione che il Papa sembra fare propria: la notte non si attraversa con la forza, ma con la docilità di chi accetta di essere condotto. Nel buio dell’abuso, della vergogna, del silenzio imposto per anni, le vittime che incontrerà hanno vissuto una notte più lunga e più fredda di qualunque metafora spirituale. Andare da loro — non per concludere, non per chiudere, ma per ascoltare — è forse l’atto più evangelico di un viaggio che ha tutto il resto: le bandiere, gli inni, le strette di mano tra capi di Stato.
La Spagna del Papa è dunque doppia. C’è quella luminosa dei simboli e del dialogo euromediterraneo, dei riferimenti alla convivencia medievale e alla necessità di costruire un’Europa che sappia ancora essere “protagonista di pace”. E c’è quella in ombra, dove si siede accanto a chi ha subito un torto irreparabile e non porta risposte, porta soltanto la presenza. Due metà che non si contraddicono: si completano, come accade sempre quando un viaggio è davvero necessario.
