Messaggio del Presidente della CEI Matteo card. Zuppi alla Camera dei Deputati
C’è una domanda che attraversa il messaggio inviato dal cardinale Matteo Zuppi alla Camera dei Deputati il 21 aprile, e che appartiene a quel genere di domande che non ammettono risposta comoda: è possibile vivere la politica come via di santità? La domanda è riferita a Carlo Casini — magistrato, parlamentare, europarlamentare, fondatore del Movimento per la Vita, morto il 23 marzo 2020 a ottantacinque anni dopo una lunga battaglia contro la SLA — e vale anche come sfida implicita a chiunque in quella sala, alla Camera dei Deputati, stesse ascoltando. Non è una domanda astratta. È una domanda rivolta a persone con responsabilità pubbliche concrete, in un paese concreto, in un tempo concreto.
Carlo Casini nacque a Firenze il 4 marzo 1935. Laureato in giurisprudenza, entrò in magistratura nel 1961 e fu sostituto procuratore a Firenze dal 1966 al 1979. Ma la chiave per capire chi fosse davvero non sta nelle date del cursus honorum né nei titoli accumulati — magistrato della Cassazione, deputato per quattro legislature, europarlamentare, docente di bioetica, presidente del Movimento per la Vita per un quarto di secolo. Sta in qualcosa di più difficile da classificare: la capacità di tenere insieme, senza lacerazioni e senza compromessi, la fede e la ragione, la vita pubblica e quella privata, il tribuno parlamentare e il credente inginocchiato. Come ha scritto Zuppi, “in lui non c’è mai stata separazione tra fede e impegno pubblico.” Non come slogan, non come bandiera identitaria. Come stile di vita quotidiano, verificabile nelle scelte concrete.
Quella fede aveva radici profonde e frutti precisi. Nel documento che ha aperto la causa di beatificazione, Casini viene descritto come “uomo di profonda fede in Dio, innamorato di Cristo e del Suo Vangelo”, vicino nel corso della sua lunga carriera a “ultimi, poveri e bisognosi.” Non sono formule agiografiche: sono la descrizione di un metodo. Casini credeva — con la certezza dei convertiti, anche se convertito non era, ma dei cristiani che hanno deciso di prendere sul serio ciò in cui credono — che ogni essere umano portasse in sé un’immagine divina intangibile, e che difendere quella immagine fosse il compito primo di chiunque si occupasse di cose pubbliche. Da questa convinzione discendeva tutto il resto: il Movimento per la Vita, i Centri di Aiuto alla Vita, le battaglie parlamentari, i discorsi, la fedeltà alla propria posizione anche quando costava.
Nel 1975 fondò il primo Centro di Aiuto alla Vita a Firenze, nucleo iniziale del Movimento per la Vita: dal 1975 ad oggi, oltre 250.000 bambini sono stati aiutati a nascere dai volontari dei Centri. Un numero che vale più di qualsiasi discorso. La difesa della vita nascente non era per lui ideologia astratta né appartenenza confessionale da esibire nelle occasioni utili. Era opera di misericordia concreta, fatta di volontarie che aprivano le porte a donne in difficoltà, di consulenze, di accompagnamenti, di risorse materiali messe a disposizione di chi non ne aveva. La stessa concretezza evangelica che Zuppi individua come cifra della sua testimonianza: “la sua non era una difesa ideologica della vita umana ma una reale e concreta attenzione agli ultimi, fatta di amore operoso e intelligente.”
La sua amicizia con figure di santità come Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, Jérôme Lejeune e Chiara Lubich non era frequentazione mondana né strategia di posizionamento. Era il riconoscimento reciproco tra persone che avevano scelto la stessa radice e declinato quella scelta in campi diversi. Lejeune era lo scienziato che aveva scoperto le cause della sindrome di Down e ne aveva fatto una testimonianza di vita. Madre Teresa era la donna che aveva scelto i moribondi di Calcutta come regno. Casini era il giurista e il politico che aveva capito — con anticipo profetico, come annota Zuppi — che le battaglie sulla vita umana si combattevano anche nelle aule parlamentari e nei palazzi di Bruxelles, con gli strumenti propri della democrazia: il voto, la proposta di legge, il referendum, la petizione popolare. L’ultima sua grande campagna, “Uno di Noi”, raccolse centinaia di migliaia di firme in tutta Europa per la tutela dell’embrione umano. Era già molto malato quando la portò avanti.
Perché c’è anche questo nella vita di Carlo Casini: la malattia come ultima testimonianza. Gli ultimi mesi di calvario per il progredire della SLA, che ne aveva progressivamente spento le facoltà fisiche, sono stati per lui un continuo avvicinarsi all’unione definitiva con Dio al quale aveva dedicato tutta la sua vita. Chi lo ha conosciuto in quegli anni racconta di un uomo che non si lamentava, che continuava a pregare, che accettava il progressivo svuotarsi del corpo con la stessa fedeltà con cui aveva affrontato le sconfitte politiche. La SLA non spegne l’intelligenza: Casini ha potuto riflettere, pregare, congedarsi dalla vita con piena coscienza. È una circostanza che i promotori della causa di beatificazione considerano rivelatrice: il modo in cui si muore dice qualcosa di decisivo su come si è vissuto.
Il 1° ottobre 2025, nella bacheca del Palazzo del Vicariato di Roma, è stato affisso l’editto che apre ufficialmente l’iter della causa di beatificazione e canonizzazione di Carlo Casini. Nel documento, firmato dal Cardinale Baldassarre Reina, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, Casini è definito “laico coraggioso, convinto, credibile, competente e coerente.” Cinque aggettivi che iniziano tutti con la stessa lettera — quasi un sigillo — e che insieme disegnano il profilo di un laico nel senso più alto e più esigente del termine: non semplicemente un non-chierico, ma un uomo che ha incarnato nella vita secolare, nel foro, nel parlamento, nelle piazze, la vocazione battesimale nella sua pienezza.
Zuppi, nel suo messaggio, scrive che “la Fede di Carlo Casini non si fermava mai neanche davanti alle sfide più difficili. Era un uomo di Fede profonda, e in lui tutte le virtù hanno trovato forma concreta, credibile, quotidiana.” La parola che ritorna è “concreta.” La santità laicale — la forma di santità a cui la Chiesa guarda con rinnovato interesse dall’epoca del Concilio Vaticano II — non è fatta di visioni mistiche né di ritiro dal mondo. È fatta esattamente di questo: virtù che trovano forma concreta, credibile, quotidiana. Nel lavoro, nella famiglia, nell’impegno civile. Casini era sposato con Maria dal 2 luglio 1964, padre di quattro figli — Marina, Francesco, Donatella e Marco — e la famiglia non era il rifugio dalla battaglia pubblica ma la sorgente da cui quella battaglia traeva senso e forza. Nonostante la gravosità del suo impegno politico e la travolgente attività svolta in Italia, in Europa e nel mondo intero, Casini creò una famiglia indissolubilmente unita in cui fiorirono relazioni sincere e feconde.
È questa unità — tra fede e ragione, tra vita pubblica e vita familiare, tra difesa dei principi e attenzione alle persone concrete — la ragione per cui il messaggio di Zuppi alla Camera dei Deputati non suona come nostalgia democristiana né come rivendicazione politica. Suona come memoria viva. Come quella che Zuppi chiama “eredità esigente e luminosa”: credere che una politica al servizio della vita, della dignità e della pace non solo sia possibile, ma sia necessaria e doverosa. Non “auspicabile”, non “bella”: necessaria e doverosa. Il linguaggio del mandato, non del desiderio.
Carlo Casini era convinto che la politica avesse bisogno di coscienze libere e responsabili, di uomini e donne che non avessero paura di andare controcorrente quando è in gioco la verità dell’uomo. Lo ha detto in parlamento, lo ha scritto nei suoi discorsi, lo ha dimostrato con la vita. Ora quella vita è al vaglio della Chiesa, che dovrà stabilire se la coerenza tra parola e opera, tra fede professata e fede vissuta, raggiunga la soglia che la tradizione chiama santità.
Chi lo ha conosciuto dice di sì*. Chi ha letto i suoi discorsi parlamentari — ora raccolti nel volume presentato alla Camera — trova la stessa voce in ogni stagione politica: mite nella forma, ferma nella sostanza, mai rancorosa, mai rassegnata. Una voce che parlava di persona umana quando il termine sembrava anacronistico, di dignità quando sembrava ingenuo, di speranza quando sembrava velleitario.
Forse è questo il segno più autentico di una vita spesa bene: che le parole pronunciate decenni fa suonino oggi non come reliquie di un mondo perduto, ma come domande ancora aperte. Domande che aspettano risposta. Anche da chi siede oggi in quell’aula.
*L’editorialista è stato suo studente di bioetica
