Da Kissinger a re Carlo, l’amicizia di Washington resta la più pericolosa delle condizioni. E la mezzanotte, in politica, la suonano anche gli alleati di casa.
«Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena». Con una telefonata a L’Aria che tira, Donald Trump ha consegnato Giorgia Meloni al ridicolo planetario, archiviando la favola dell’asse atlantico a trazione italiana. La premier reagisce — «l’Italia non implora mai» —, Tajani cancella la missione americana, Mattarella telefona. Ma sotto lo sgarbo diplomatico si nasconde una lezione più antica, e più amara.
Il Mida al contrario
«Può essere pericoloso essere nemici dell’America, ma essere suoi amici è fatale». La frase, che si suole attribuire a Henry Kissinger, ha la freddezza di un teorema e la crudeltà di una profezia. Giorgia Meloni l’ha scoperta sulla propria pelle, mentre ai microfoni de L’Aria che tira l’«amico Donald» la consegnava al dileggio planetario: «Mi ha implorato di fare una foto con lei… mi ha fatto pena». Non l’avversario, non l’autocrate da contenere: l’alleato. È sempre dall’amico che arriva la pugnalata più profonda, perché solo l’amico conosce il punto esatto in cui infilare la lama. Poteva accadere a Meloni qualcosa di più micidiale, di più irrimediabile, che sentirsi liquidare con una smorfia di compassione da colui di cui aveva voluto farsi portavoce europea?
C’è qualcosa di mitologico in questa parabola. Trump è un re Mida rovesciato: tutto ciò che tocca non si muta in oro, ma in ferro. Le alleanze che benedice si arrugginiscono, i sodali che abbraccia si ritrovano coperti di ruggine. La premier aveva creduto di poter cavalcare quel tocco regale; si ritrova invece con le mani piene di metallo vile, mentre la «narrazione» del rapporto immutato — coltivata fino a due giorni prima — si sfarina come una lamiera corrosa. Da qui la batteria delle ritorsioni: la missione a Miami cancellata, le sedie vuote alla festa del 4 luglio, l’orgoglio nazionale convertito in comunicato.
Eppure persino gli inglesi — i depositari della special relationship, i cugini di sangue e di lingua — custodiscono con Washington una distanza ironica che avrebbe dovuto far scuola. Lo scorso aprile, davanti al Congresso, re Carlo ha accolto Trump citando Oscar Wilde: inglesi e americani hanno tutto in comune «tranne, naturalmente, la lingua». E con un sorriso ha aggiunto che, senza la corona britannica, gli americani oggi parlerebbero francese. Sotto la cortesia, il fioretto: anche tra i più stretti alleati la lingua è la stessa e non è la stessa, l’amicizia è vera e non è mai del tutto fidata. Se questo vale per Londra, che orgogliosamente segna il proprio scarto persino nelle vocali, che cosa poteva attendersi Roma, accorsa con tanta ingenua premura a reggere il cappotto al presidente americano?
E qui la cronaca diventa favola. Meloni è una Cenerentola che ha creduto eterna la propria carrozza. La zucca dell’atlantismo, indorata per una stagione dalla bacchetta del consenso, l’aveva condotta al ballo dei potenti nella convinzione che l’incantesimo non avesse scadenza. Ma ogni fiaba ha la sua mezzanotte, e i rintocchi si avvicinano: la carrozza torna zucca, l’oro torna ferro, la scarpetta di cristallo rischia di restare smarrita sul gradino.
La scarpetta, appunto. Alla presidente del Consiglio piace il lessico militare, l’eloquio marziale dei reparti e delle trincee. Sappia allora che in quel gergo «fare le scarpe» a qualcuno non significa calzarlo, ma scalzarlo: rimuoverlo dal posto che occupa, deporlo con manovra silenziosa. È un’arte che a destra qualcuno conosce a menadito, e porta i gradi di generale. Mentre Washington la deride da fuori, in casa c’è chi affila i propri. Perché la mezzanotte di Cenerentola, in politica, non la suona soltanto l’orologio degli alleati lontani: la suona, più puntuale, quello degli alleati vicini.
Resta, sotto la favola, una verità antica quanto il Salterio: Nolite confidere in principibus, in filiis hominum, in quibus non est salus. Non riponete la vostra fiducia nei principi, nei figli dell’uomo, in cui non è salvezza. Chi fonda la propria statura su una fotografia, su una pacca sulla spalla, su un posto al tavolo dei potenti, edifica sulla sabbia e sul capriccio altrui. La dignità di una nazione — come quella di una persona — non si implora e non si concede: o la si possiede, o non c’è photo opportunity che la restituisca. Meloni ha replicato, e con ragione, che «l’Italia non implora mai». Vero. Ma forse avrebbe dovuto ricordarsene prima, quando l’oro ancora brillava e la mezzanotte pareva lontana.
Il «mi ha fatto pena» del tycoon non è solo uno sgarbo: è la prova che il suo tocco trasforma in ferro tutto ciò che sfiora. Mentre la carrozza torna zucca, un generale affila i gradi.
