Dialogo con Luciano Vasapollo e Rita Martufi su Cuba dopo il Plenum straordinario

INTERVISTA di Alfonso Bruno

Il Plenum straordinario del Comitato Centrale di Cuba, riunito il 17 giugno 2026, ha posto al centro una nuova fase di trasformazioni economiche e sociali, con un Programma Economico e Sociale 2026 chiamato a misurarsi con una crisi dura: scarsità energetica, tensioni sulla liquidità, difficoltà produttive, migrazione giovanile, pressione esterna. Le agenzie internazionali hanno letto il passaggio come un’apertura più marcata a impresa privata, autonomia municipale, investimenti esteri e diaspora, mentre le fonti cubane insistono sulla necessità di “profonde trasformazioni” dentro la cornice socialista.  

L’incontro con Luciano Vasapollo e Rita Martufi nasce da qui: dal punto in cui il piano incontra l’assedio, e l’economia si misura con la vita quotidiana.

Professore, il Plenum straordinario del 17 giugno ha messo al centro il Programma Economico e Sociale 2026. Qual è il salto di qualità rispetto ai precedenti aggiornamenti del modello?

Luciano Vasapollo:
Il salto di qualità sta nel fatto che Cuba non ragiona più soltanto in termini di “aggiustamento” del modello, ma di riorganizzazione complessiva della sua capacità di resistenza e di sviluppo. Non siamo davanti a una liberalizzazione nel senso occidentale del termine. Siamo davanti a un tentativo di rifondare il rapporto tra piano, territorio, produzione e sovranità.

Negli anni scorsi si parlava spesso di aggiornamento del modello economico. Oggi il linguaggio è più netto: trasformazioni profonde. Questo significa che il socialismo cubano prende atto di una realtà molto dura. Non può più limitarsi ad amministrare scarsità. Deve produrre, attrarre valuta, recuperare capacità industriale, rimettere in moto agricoltura, energia, turismo, biotecnologie, servizi, senza consegnare il Paese alla logica del capitale come principio ordinatore.

Qui sta il punto: il piano non viene abbandonato, ma deve diventare più intelligente. Il piano burocratico, se resta astratto, diventa inefficiente. Il piano socialista, se vuole vivere, deve saper leggere il territorio, responsabilizzare imprese e governi locali, integrare nuovi attori economici, ma senza perdere la direzione politica.

Rita Martufi:
E vorrei aggiungere una cosa. Quando diciamo “trasformazioni economiche”, non parliamo mai solo di numeri. A Cuba ogni trasformazione economica tocca immediatamente la vita quotidiana: il pane, l’elettricità, i trasporti, i farmaci, la scuola, gli anziani, le madri, i giovani. Il salto di qualità sarà reale solo se il piano riuscirà a proteggere la riproduzione sociale della vita. Perché un’economia socialista non si giudica soltanto dal Pil, ma da come custodisce il popolo nei momenti di crisi.

Si parla di una «pianificazione socialista con caratteristiche cubane». Concretamente, come si articolano centralismo del piano e gestione decentrata di imprese statali, governi locali e nuovi attori? Dove finisce l’autonomia e dove resta il primato dell’interesse collettivo?

Vasapollo:
La formula è importante, ma va tradotta. Pianificazione socialista con caratteristiche cubane significa che il centro politico conserva la definizione delle priorità strategiche: sovranità alimentare, energia, sanità, istruzione, difesa della valuta, equilibrio territoriale, protezione sociale. Però l’esecuzione non può essere tutta verticale. L’impresa statale deve avere margini di gestione; il municipio deve poter decidere in base alle esigenze concrete; le cooperative e le piccole e medie imprese devono essere integrate dentro un quadro nazionale.

Il problema non è autonomia sì o autonomia no. Il problema è: autonomia per quale fine? Se l’autonomia serve a produrre meglio, a rispondere ai bisogni locali, a creare occupazione e a ridurre importazioni, allora è coerente con il socialismo. Se invece l’autonomia diventa accumulazione privata senza responsabilità sociale, allora entra in conflitto con l’interesse collettivo.

Il primato dell’interesse collettivo resta nella proprietà strategica, nella programmazione delle risorse fondamentali, nella politica dei prezzi essenziali, nella sanità, nella scuola, nella ricerca, nell’energia. Ma questo primato non deve essere confuso con immobilismo amministrativo.

Martufi:
Luciano dice una cosa decisiva: l’autonomia non è neutra. Dal punto di vista sociale, bisogna chiedersi sempre chi paga le inefficienze e chi beneficia delle aperture. Se il decentramento permette a una comunità locale di risolvere problemi alimentari, energetici, abitativi, allora rafforza il socialismo. Se invece crea differenze troppo forti fra territori ricchi di turismo e territori poveri, allora produce nuove disuguaglianze.

La questione femminile entra qui. Quando lo Stato, il municipio o l’impresa non funzionano, chi tiene insieme la vita? Le donne, le famiglie, le reti informali, il lavoro di cura. Perciò ogni riforma economica deve essere valutata anche dal punto di vista del tempo di vita, non solo dal punto di vista della produttività.

Cuba guarda a Cina e Vietnam: che cosa prende da quei percorsi e che cosa, invece, rifiuta deliberatamente, per non scivolare verso il mercato come fine?

Vasapollo:
Cuba guarda a Cina e Vietnam perché sono due esperienze che hanno dimostrato una cosa: si può utilizzare il mercato come strumento senza accettarlo come destino. Naturalmente le condizioni sono diverse. La Cina è una potenza continentale, industriale, finanziaria, tecnologica. Il Vietnam ha una collocazione asiatica, una forza manifatturiera e una capacità di inserimento nelle catene globali che Cuba non possiede nelle stesse forme.

Cuba può apprendere tre cose. La prima: l’impresa statale deve essere efficiente, non semplicemente protetta. La seconda: l’investimento estero può essere usato se resta subordinato a obiettivi nazionali. La terza: il mercato interno va regolato, ma non soffocato, perché se lo Stato non organizza l’offerta, la scarsità genera mercato nero, rendita, corruzione.

Che cosa rifiuta? Rifiuta l’idea che il mercato sia il giudice ultimo della società. Rifiuta la privatizzazione dei pilastri sociali. Rifiuta la trasformazione della cittadinanza in solvibilità economica. Rifiuta, almeno questa è la sfida, che chi ha dollari viva in un Paese e chi non li ha viva in un altro.

Martufi:
E qui c’è una differenza profonda. In Occidente ci siamo abituati a pensare che tutto ciò che non rende sia un costo. Cuba, anche nei suoi limiti, continua a dire che sanità, istruzione, cultura, sport, assistenza non sono costi improduttivi, ma condizioni della dignità umana. Questa è la sua forza, ma anche la sua responsabilità: non può difendere questi beni solo simbolicamente. Deve renderli materialmente accessibili, quotidiani, funzionanti.

Veniamo al bloqueo. Al di là della denuncia politica, ci spieghi il meccanismo: come colpisce il sistema bancario, l’accesso al credito e ai pagamenti in dollari? E quanto margine offrono de-dollarizzazione, BRICS e nuovi canali finanziari?

Vasapollo:
Il bloqueo non è soltanto un divieto commerciale. È un dispositivo finanziario globale. Funziona così: una banca che ha rapporti con Cuba teme sanzioni, multe, esclusione dal circuito statunitense, difficoltà con il dollaro. Quindi anche quando un’operazione sarebbe formalmente possibile, molti intermediari la evitano. Questo produce un effetto di isolamento bancario.

Cuba paga di più, compra peggio, riceve più tardi. Deve triangolare transazioni, usare intermediari, affrontare costi assicurativi più alti, rischi logistici maggiori. L’accesso al credito internazionale è limitato non solo per ragioni economiche interne, ma perché il sistema finanziario mondiale è ancora organizzato attorno al dollaro e alla capacità coercitiva degli Stati Uniti.

La de-dollarizzazione offre margini, ma non miracoli. I BRICS, le valute alternative, gli accordi bilaterali, i sistemi di pagamento non occidentali possono ridurre la vulnerabilità. Ma Cuba ha bisogno di esportare di più, produrre di più, risparmiare valuta, attrarre investimenti senza svendere sovranità. Il multipolarismo apre spazi, non risolve automaticamente le contraddizioni.

Martufi:
E il bloqueo, quando arriva alla vita delle persone, non ha la forma astratta della sanzione. Ha la forma di un farmaco che manca, di un pezzo di ricambio che non arriva, di un blackout, di una madre che deve inventarsi la giornata, di un ospedale che ha medici preparatissimi ma strumenti insufficienti. Per questo la denuncia politica è necessaria, ma non basta. Bisogna mostrare il meccanismo concreto. Solo così si capisce che non si tratta di propaganda, ma di una compressione materiale della vita.

Dopo il IX Congresso e nell’anno del centenario di Fidel, quale ruolo per Cuba dentro ALBA-TCP, CELAC e il multipolarismo emergente? L’integrazione regionale è una via d’uscita reale o un orizzonte ancora lontano?

Vasapollo:
Il centenario di Fidel, nel 2026, non è solo una ricorrenza. È una domanda politica: che cosa significa oggi sovranità? Cuba dentro ALBA-TCP e CELAC rappresenta una memoria attiva dell’integrazione latinoamericana. Non come mercato comune subordinato agli Stati Uniti, ma come progetto di cooperazione fra popoli.

ALBA-TCP resta importante sul piano politico, sanitario, energetico, culturale. CELAC è più ampia, più contraddittoria, perché tiene insieme governi molto diversi. Ma proprio per questo è decisiva. Se l’America Latina non costruisce strumenti autonomi, resta frammentata, e la frammentazione è il terreno naturale della dipendenza.

La via d’uscita regionale è reale, ma non immediata. Servono infrastrutture, credito, complementarità produttiva, sovranità alimentare, scambi in valute locali, cooperazione energetica. Il multipolarismo non è una fotografia: è una lotta. Può diventare emancipazione, ma può anche diventare semplice competizione fra capitalismi. Cuba deve stare dentro questo processo portando una visione: la multipolarità non basta se non è anche giustizia sociale.

Martufi:
L’integrazione regionale, se vuole essere vera, deve includere la dimensione sociale. Non basta collegare porti, gasdotti, banche e monete. Bisogna collegare sistemi sanitari, università, ricerca, politiche alimentari, protezione dell’infanzia, diritti delle donne, cura degli anziani. Cuba ha molto da dare proprio qui. Non perché sia un paradiso, ma perché ha conservato un’idea di società che altrove è stata smontata pezzo per pezzo.

Lei denuncia l’allineamento europeo a Washington. Perché, a suo giudizio, il Parlamento europeo continua a votare risoluzioni su Cuba senza nominare il blocco? È subalternità o convinzione ideologica?

Vasapollo:
Sono entrambe le cose. C’è una subalternità geopolitica: l’Unione Europea, soprattutto dopo la guerra in Ucraina, ha accettato una posizione sempre più atlantica, spesso rinunciando a una propria autonomia strategica. Ma c’è anche una convinzione ideologica: Cuba viene letta solo attraverso il paradigma dei diritti civili separati dai diritti sociali, dalla storia coloniale, dall’aggressione economica, dal contesto internazionale.

Quando il Parlamento europeo parla di Cuba senza nominare il bloqueo, costruisce una narrazione mutilata. È come giudicare un assediato senza nominare l’assedio. Questo non significa negare i problemi interni cubani. Significa rifiutare una falsificazione del quadro. Se parlo di libertà politica ma ignoro che un Paese non può commerciare, finanziarsi, acquistare tecnologie e pagare normalmente, allora non sto facendo analisi: sto facendo geopolitica travestita da morale.

Martufi:
E aggiungo: l’Europa oggi dà lezioni sociali a Cuba mentre smantella pezzi del proprio welfare. Questo è il paradosso. Naturalmente l’Europa conserva ancora sistemi pubblici importanti, ma la direzione è chiara: precarietà, privatizzazione, selezione per reddito, sanità sotto pressione, scuola impoverita. Cuba, con molte meno risorse, difende l’idea che alcuni beni debbano restare universali. Questo all’Europa dà fastidio perché mostra una contraddizione interna al nostro modello.

Sul piano concreto della liquidità — rimesse, investimenti esteri, turismo, energia — quali sono oggi i nodi che il Plenum non può eludere?

Vasapollo:
Il primo nodo è la valuta. Cuba ha bisogno di entrate stabili in moneta forte, ma non può dipendere solo da turismo e rimesse. Il turismo è vulnerabile: crisi internazionali, voli, percezione di sicurezza, infrastrutture, concorrenza caraibica. Le rimesse sono importanti, ma socialmente ambivalenti, perché creano differenze fra chi ha parenti all’estero e chi non li ha.

Il secondo nodo è l’energia. Senza energia non c’è produzione, non c’è trasporto, non c’è refrigerazione alimentare, non c’è industria. La crisi elettrica logora la coesione sociale più di qualsiasi discorso politico.

Il terzo nodo è l’investimento estero. Serve, ma va orientato. Cuba deve attrarre capitali dove rafforzano capacità produttiva nazionale: agroindustria, farmaceutica, energie rinnovabili, logistica, edilizia, turismo integrato. Se l’investimento estero crea enclavi separate dalla società cubana, diventa un problema.

Il quarto nodo è la produzione interna. Importare meno è una necessità vitale. Ma per importare meno bisogna produrre meglio: agricoltura, alimenti, materiali, piccola industria, manutenzione, ricambi. Il piano deve entrare in questa concretezza, altrimenti resta un documento.

Martufi:
Il quinto nodo, permettimi Luciano, è la fatica sociale. La liquidità non è solo questione di bilancia dei pagamenti. Quando manca liquidità, manca tempo. Le persone passano ore a cercare prodotti, a risolvere trasporti, a cucinare con difficoltà, a fronteggiare blackout. Questo tempo invisibile è quasi sempre tempo femminile. Perciò il Plenum non può parlare solo di imprese, credito e valuta. Deve parlare della vita quotidiana come infrastruttura della società.

Il costo umano, la riproduzione sociale, il welfare

Dottoressa Martufi, dietro i numeri del blocco c’è la vita quotidiana: sanità, alimentazione, energia. Qual è oggi il prezzo reale che paga la popolazione, e come regge la coesione sociale?

Martufi:
Il prezzo reale è la fatica. Non è una categoria sentimentale: è una categoria politica. La popolazione cubana paga il costo dell’incertezza quotidiana. L’energia che manca, l’alimento che arriva a intermittenza, il farmaco che non si trova, il trasporto che diventa difficile. Tutto questo produce stanchezza sociale.

La coesione regge perché Cuba ha ancora reti forti: famiglia, quartiere, organizzazioni sociali, sanità territoriale, scuola, cultura politica. Ma non dobbiamo romanticizzare. La resistenza non è inesauribile. Anche una società molto coesa può logorarsi se la pressione dura troppo a lungo.

Vasapollo:
Rita tocca il punto decisivo. Il bloqueo non punta solo a danneggiare l’economia. Punta a produrre sfiducia. Vuole trasformare la scarsità in disillusione, la disillusione in rottura sociale, la rottura sociale in cambio politico. È una strategia di lunga durata.

Martufi:
Esatto. E proprio per questo la risposta non può essere soltanto eroica. Non basta dire al popolo: resistete. Bisogna alleggerire la vita delle persone. Ogni ora restituita a una madre, a un lavoratore, a uno studente, a un anziano, è politica socialista concreta.

Lei studia da sempre il lavoro di cura e la riproduzione sociale. In un’economia sotto assedio, su chi grava per davvero il peso del «tenere in piedi» la società? E che posto hanno le donne cubane in questo?

Martufi:
Grava soprattutto sulle donne. Questo non significa che gli uomini non soffrano o non partecipino, ma la struttura profonda della riproduzione sociale resta femminilizzata. Quando mancano beni, servizi, energia, trasporti, chi compensa? Le donne. Sono loro che organizzano la casa, la cura dei bambini, degli anziani, dei malati, la gestione dell’alimentazione, le reti di scambio, le attese.

Cuba ha conquiste enormi sul piano dell’istruzione femminile, della partecipazione al lavoro, della presenza nelle professioni, nella medicina, nella ricerca, nella scuola, nella politica. Ma la conquista formale non cancella automaticamente il carico materiale della cura.

Qui si vede una contraddizione aperta: la donna cubana è soggetto della rivoluzione, ma rischia di restare anche ammortizzatore silenzioso della crisi. Se una società socialista vuole essere coerente, deve socializzare la cura, non scaricarla sulle famiglie.

Vasapollo:
Questo è fondamentale anche economicamente. L’economia ufficiale spesso non calcola il lavoro di cura, ma senza quel lavoro non funziona nulla. Il piano socialista dovrebbe includere indicatori di riproduzione sociale: tempo, salute, accesso ai servizi, carico familiare, differenze territoriali e di genere.

Istruzione e sanità universali sopravvivono nonostante l’embargo. È resistenza o anche scelta di priorità che l’Occidente ha smarrito?

Martufi:
È entrambe le cose. È resistenza perché mantenere sanità e istruzione universali sotto assedio è una prova durissima. Ma è anche scelta di civiltà. Cuba ha deciso che il medico, la scuola, il vaccino, l’alfabetizzazione, la prevenzione non possono essere lasciati alla capacità di pagamento.

L’Occidente, invece, parla continuamente di libertà, ma spesso riduce la libertà alla libertà di comprare. Se hai reddito, accedi. Se non hai reddito, aspetti, rinunci, ti indebiti, ti ammali. Cuba mostra un’altra gerarchia: prima la persona, poi il mercato. Con tutti i limiti, con tutte le difficoltà, questo resta un messaggio potente.

Vasapollo:
E aggiungo che sanità e istruzione sono anche forze produttive. Un popolo istruito e sano è una ricchezza nazionale. L’errore neoliberale è considerare il welfare come spesa improduttiva. In realtà il welfare è infrastruttura della sovranità.

L’emigrazione, soprattutto giovanile, è una ferita. Al di là delle cifre, che cosa significa sul tessuto sociale e affettivo del Paese, e come prova a rispondere il modello cubano?

Martufi:
L’emigrazione giovanile è una ferita affettiva prima ancora che demografica. Significa famiglie separate, nonni che crescono nipoti, genitori lontani, giovani che vedono altrove la possibilità di realizzarsi. Significa anche perdita di energie formate dallo Stato cubano: medici, tecnici, insegnanti, ricercatori, professionisti.

Non bisogna usare l’emigrazione come arma propagandistica contro Cuba, ma non bisogna neppure negarla. Quando un giovane se ne va, sta dicendo qualcosa. Chiede futuro, reddito, possibilità, libertà di progetto. Il modello cubano deve ascoltare questa domanda senza viverla solo come tradimento.

Vasapollo:
La risposta non può essere soltanto morale. Bisogna creare condizioni materiali perché restare sia possibile e desiderabile. Lavoro qualificato, casa, accesso a beni, riconoscimento professionale, partecipazione. Il socialismo non può chiedere sacrificio infinito senza offrire prospettiva.

Martufi:
E però c’è anche un punto: molti giovani cubani emigrano mantenendo legami fortissimi con il Paese. La diaspora non è solo perdita. Può diventare ponte, investimento, scambio di conoscenze. Ma perché accada, bisogna costruire fiducia.

Mentre Cuba difende i suoi servizi universali, l’Europa smantella welfare e diritti sociali nella precarietà. È un paradosso che merita di essere raccontato?

Martufi:
È più di un paradosso: è uno specchio. Cuba, povera e sotto sanzioni, difende l’universalismo sociale. L’Europa, ricca e formalmente democratica, spesso accetta che sanità, casa, lavoro, pensione, istruzione diventino sempre più selettivi. Naturalmente non bisogna semplificare: in Europa esistono ancora conquiste sociali importanti. Ma la traiettoria è preoccupante.

Il paradosso è che si accusa Cuba di non essere libera, mentre in Europa milioni di persone sono formalmente libere ma materialmente ricattabili. Precari, migranti, giovani, donne, anziani soli. La libertà senza sicurezza sociale diventa fragile.

Vasapollo:
Questo è il cuore del confronto. Non si tratta di dire che Cuba non abbia problemi. Li ha, e seri. Ma il modello occidentale non può presentarsi come giudice universale mentre produce esclusione, solitudine, privatizzazione e guerra sociale. Cuba obbliga l’Europa a una domanda: che cosa resta della democrazia quando il mercato decide chi può curarsi, studiare, abitare, vivere dignitosamente?

Il Parlamento europeo ha appena varato la normativa sulla «remigrazione». Dal punto di vista dei diritti sociali e del lavoro, che lettura ne dà?

Martufi:
Io farei una precisazione: formalmente non si chiama “normativa sulla remigrazione”, ma il nuovo regolamento europeo sui rimpatri va chiaramente nella direzione di un irrigidimento del sistema. Il Parlamento europeo ha approvato modifiche alla politica UE sui rimpatri dei cittadini di Paesi terzi in soggiorno irregolare; la stampa internazionale ha parlato anche di centri o piattaforme di ritorno fuori dall’Unione, aumento della detenzione e procedure più rapide. 

Dal punto di vista sociale, è un segnale gravissimo. Perché il migrante viene sempre più pensato come eccedenza da espellere, non come persona da includere o lavoratore da tutelare. Questo produce un doppio mercato: da una parte l’economia europea usa lavoro migrante nei campi, nella logistica, nella cura, nell’edilizia; dall’altra la politica lo rappresenta come minaccia.

Vasapollo:
È la contraddizione del capitale europeo. Ha bisogno di forza lavoro migrante, ma politicamente alimenta paura e razzismo. Così tiene bassi i salari, divide i lavoratori, sposta il conflitto dal capitale al migrante. Il termine “remigrazione”, usato dalle destre, è ideologico: serve a rendere accettabile l’idea di espulsione di massa, di selezione etnica mascherata da ordine amministrativo.

Martufi:
E colpisce anche il lavoro di cura. In Europa molta assistenza agli anziani, ai bambini, ai malati, alla casa, dipende da donne migranti. Si vuole il loro lavoro, ma non la loro piena cittadinanza sociale. È una forma di ipocrisia strutturale.

Un’ultima: dove vede le contraddizioni ancora aperte della condizione femminile a Cuba, accanto alle conquiste?

Martufi:
Le conquiste sono reali: alfabetizzazione, istruzione superiore, sanità, presenza professionale, partecipazione pubblica, diritti sociali. Ma le contraddizioni restano. La prima è il carico domestico e di cura. La seconda è la differenza tra uguaglianza dichiarata e uguaglianza vissuta. La terza è l’impatto della crisi economica sulle donne: quando le risorse si restringono, la gestione della scarsità cade spesso sulle loro spalle.

C’è poi il tema delle giovani donne: aspirazioni, autonomia, maternità, lavoro, desiderio di futuro. Una società socialista deve ascoltare queste domande senza paternalismo. Non basta celebrare la donna rivoluzionaria; bisogna darle tempo, reddito, servizi, libertà concreta.

Vasapollo:
Rita ha ragione. Il socialismo si misura proprio qui: non solo nella proprietà dei mezzi di produzione, ma nella trasformazione dei rapporti quotidiani. Se la casa resta un luogo di disuguaglianza invisibile, la rivoluzione resta incompleta.

Martufi:
E infatti Cuba va raccontata così: non come mito perfetto, non come fallimento da manuale occidentale, ma come società viva, assediata, contraddittoria, capace ancora di porre domande radicali. La più importante è questa: può una società difendere la dignità umana quando tutto il mondo le chiede di trasformarla in merce?

Vasapollo:
E può farlo dentro un mondo che cambia, dove il multipolarismo apre possibilità ma non garantisce giustizia? Questa è la sfida. Cuba non deve semplicemente sopravvivere. Deve dimostrare che il piano, se non è burocrazia, può essere una forma superiore di libertà collettiva.

Martufi:
Purché quella libertà si veda nella vita delle persone.

Vasapollo:
Esattamente. Perché un piano socialista che non arriva alla tavola, alla casa, alla scuola, all’ospedale, al tempo delle donne, al futuro dei giovani, resta incompiuto.

Martufi:
E una resistenza che non custodisce la tenerezza del popolo rischia di diventare solo durezza. Cuba ha resistito perché ha saputo tenere insieme politica e umanità. Ora deve farlo in una fase nuova, più difficile, ma non priva di possibilità.