Ennesimo attentato a Trump alla cena dei corrispondenti

C’è un momento, nella storia delle grandi democrazie, in cui la statistica smette di essere statistica e diventa domanda. Non ancora risposta — mai risposta, almeno non ad alta voce — ma domanda, sì. Quel momento, per l’America di Donald Trump, è arrivato da un pezzo. Anzi, è arrivato tante volte che a questo punto la domanda non è più “perché ancora?”, ma qualcosa di più sottile, di più inquietante, di più difficile da formulare senza che qualcuno vi accusi di indossare il cappello di alluminio.

Eppure la si formula lo stesso, perché è il compito di chi scrive: fare le domande che gli altri evitano.

Ricapitoliamo, con la fredda pazienza del cronista, ciò che è accaduto in meno di due anni.

Luglio 2024, Butler, Pennsylvania. Thomas Matthew Crooks, vent’anni, sale sul tetto di un edificio a centotrenta metri dal palco dove parla Trump, imbraccia un AR-15 e spara. Trump si gira — per puro caso, per un riflesso, per un colpo di fortuna che i credenti chiamerebbero Provvidenza — e il proiettile gli sfiora l’orecchio destro invece di entrargli in testa. Un centimetro. Un istante. La fotografia di Trump che si rialza con il pugno chiuso e il sangue sul viso diventa l’immagine dell’anno, forse del decennio. Crooks viene abbattuto dai cecchini del Secret Service — dopo aver sparato, si badi bene, non prima.

Settembre 2024, West Palm Beach, Florida. Ryan Wesley Routh si nasconde nella vegetazione lungo il perimetro del Trump International Golf Club con un fucile semi-automatico. È lì da ore. Forse da più ore. Un agente del Secret Service nota la canna che spunta dalla recinzione e apre il fuoco. Routh fugge, viene catturato sull’autostrada. Trump era tra la quinta e la sesta buca. Qualche metro in più o in meno, un’altra geometria del vento, e la storia sarebbe andata diversamente.

Febbraio 2026, Mar-a-Lago. Un uomo riesce a introdursi nella proprietà in piena notte armato di fucile e con una tanica di benzina. Il Secret Service lo affronta. L’uomo non depone le armi. Viene ucciso. Trump non era lì, quella notte. Fortuna, o avviso, o entrambe le cose.

Settembre 2025, Utah Valley University, Orem, Utah. Charlie Kirk — fondatore di Turning Point USA, star del movimento MAGA, trentuno anni, moglie incinta — sta parlando agli studenti quando un colpo di fucile sparato da decine di metri di distanza lo raggiunge e lo uccide. Il cecchino viene catturato. Kirk muore. La vedova Erika Kirk, pochi mesi dopo, è alla Cena dei Corrispondenti della Casa Bianca quando ricomincia a sparare qualcuno. Si dice che sia stata vista in lacrime, che volesse andare via. Chi la biasimerebbe?

E infine — per ora — il 25 aprile 2026, Hotel Hilton di Washington. Cole Thomas Allen, trentun anni, Torrance, California, si avvicina a un posto di blocco della Cena dei Corrispondenti, armi in pugno, e apre il fuoco. Un agente del Secret Service viene colpito — salvato dal giubbotto antiproiettile. Trump viene evacuato di corsa dal palco. Melania è illesa. Il Presidente sale su Truth Social e pubblica le immagini del sospettato a faccia in giù sull’asfalto.

Cinque episodi in ventidue mesi. Cinque, che si sappia. Che si sappia.

Ora, esiste una teoria elementare della probabilità che, a un certo punto, inizia a fare rumore. Non urla — la probabilità è una disciplina austera, non ama le urla — ma fa rumore. Un presidente che subisce un attentato è una tragedia. Due sono una coincidenza. Tre iniziano a sembrare una tendenza. Quattro o cinque sono una struttura. E le strutture, a differenza delle coincidenze, hanno cause.

Quali cause? Ecco il punto in cui bisogna scegliere: o ci si adagia sulla versione ufficiale — l’America è polarizzata, le armi sono ovunque, i lunatici esistono in ogni latitudine politica — oppure ci si siede un momento, si accende una luce bassa, e ci si permette di pensare ad alta voce.

Parliamo del Secret Service. Non per cattiveria, non per campagna denigratoria, ma perché è il loro lavoro proteggere il Presidente, e il Presidente continua a rischiare di essere ammazzato.

A Butler, il tiratore era su un tetto a centotrenta metri dal palco. Erano stati segnalati comportamenti sospetti nelle ore precedenti. Il tetto non era presidiato. La linea visuale era libera. Crooks sparò e colpì. Il Secret Service abbatté Crooks — dopo. La direttrice del Secret Service, Kimberly Cheatle, si dimise. Il suo successore, Ronald Rowe, promise riforme. Le riforme, evidentemente, hanno i loro tempi.

A West Palm Beach, Routh era appostato da ore — da ore — nella vegetazione intorno al campo da golf presidenziale. Non era stato individuato dalle perlustrazioni. Lo scoprì un agente quasi per caso. Quasi.

A Washington, alla Cena dei Corrispondenti — un evento pianificato da mesi, con liste di invitati, perimetri di sicurezza, metal detector, agenti in abiti civili, telecamere, anni di protocolli collaudati — un uomo di trentun anni riesce ad avvicinarsi abbastanza da ferire un agente con un’arma da fuoco prima di essere fermato.

Come si valuta tutto questo? Con quale metro? Perché se un’azienda privata registrasse questo tasso di fallimenti nella sua funzione primaria — proteggere il cliente principale — sarebbe già fallita da tempo. I suoi dirigenti sarebbero stati licenziati, querelati, forse condannati. Ma il Secret Service continua, con la sua austera sigla e i suoi occhiali scuri e i suoi auricolari, a presidiare un perimetro che evidentemente presenta falle che non si riescono — o non si vogliono — chiudere.

Qui bisogna fermarsi, perché siamo arrivati al territorio scivoloso. Il territorio in cui le parole diventano pietre e le insinuazioni diventano accuse. Non è ciò che si vuole fare. Ciò che si vuole fare è molto più modesto: sollevare una domanda di struttura.

Chi trae vantaggio dall’eliminazione di Trump?

La domanda è rozza, lo si sa. Ma è anche la domanda più antica della criminologia: cui prodest? A chi giova? Ed è una domanda che, in questa America del 2026, ha non una risposta ma una lista di possibili risposte tanto lunga da essere essa stessa inquietante. La metà del paese che lo odia con una veemenza che non ha precedenti nella storia recente americana. Gli apparati di sicurezza che lui ha sistematicamente smantellato, umiliato, purgato — FBI, CIA, NSA, tutti colpiti dai licenziamenti di massa del primo mandato e del secondo. I media che lui chiama “nemici del popolo” e che lui, candidamente, chiama “nemici del popolo” perché sa che quella guerra gli conviene. Le istituzioni internazionali che lui ha sfidate su NATO, WTO, ONU, accordi climatici, dazi, tutto.

La lista è così lunga che paradossalmente non accusa nessuno. Quando il movente ce l’hanno tutti, il movente smette di essere una prova e diventa un paesaggio.

E però il paesaggio esiste. E nel paesaggio continuano a spuntare figure con armi da fuoco.

C’è una scena — non di un film, di una conferenza stampa reale — in cui Trump, la sera del 25 aprile 2026, risponde a un giornalista che gli chiede se crede di essere stato il bersaglio dell’attacco all’Hilton. Trump dice: “Immagino.”

Immagino. Due sillabe. La rassegnazione di un uomo che da due anni vive sapendo che qualcuno, da qualche parte, continua a riprovare. La stanchezza non di chi ha paura — Trump non sembra il tipo che ha paura, o almeno non lo mostra — ma di chi ha capito che questa è la sua condizione permanente. Che la Repubblica che ha promesso di rendere Grande di Nuovo non riesce a garantirgli il minimo che qualsiasi democrazia dovrebbe garantire al proprio capo di Stato: l’incolumità fisica.

“Chiedo a tutti gli americani di impegnarsi nuovamente con i loro cuori a risolvere le nostre differenze pacificamente”, ha detto Trump quella sera. È la frase più strana che abbia pronunciato da anni — per il tono, per la misura, per l’assenza del solito fracasso. Come se anche lui, in quel momento, avesse intravisto qualcosa. Come se anche lui si fosse fatto — per un istante, nel silenzio dopo gli spari — la domanda che nessuno vuole farsi ad alta voce.

Kash Patel, il direttore dell’FBI, ha detto alla stampa: “Nessuna informazione è troppo piccola; nessuna informazione è inadeguata. Valuteremo tutto.”

È una frase rassicurante. Forse persino vera. Ma prima di affidarsi con troppa serenità a quella parola, vale la pena ricordare che sul direttore dell’FBI aleggia, in queste stesse settimane, un’altra storia — di quelle che, se fossero ambientate in un romanzo, l’editor chiederebbe di togliere perché troppo inverosimili.

The Atlantic ha pubblicato un reportage esplosivo in cui numerose fonti interne — funzionari del Dipartimento di Giustizia e dell’FBI — descrivono Patel come noto per “evidente intossicazione” nei club privati di Washington e Las Vegas, costringendo il suo staff a spostare le riunioni mattutine a orari più tardi per dargli il tempo di riprendersi. Non è tutto: in almeno un caso, i membri del suo servizio di sicurezza non riuscirono a raggiungerlo dietro porte chiuse a chiave, arrivando a richiedere “attrezzature da breaching” normalmente usate dai reparti tattici.

Diversi funzionari hanno sollevato preoccupazioni su come Patel gestirebbe un attacco terroristico interno. “È quello che mi tiene sveglio la notte”, ha detto uno di loro a The Atlantic, aggiungendo che le preoccupazioni sono cresciute nelle settimane in cui gli Stati Uniti hanno avviato operazioni militari contro l’Iran.

Patel ha risposto come ci si aspetta che risponda un uomo con molto da perdere: “Non sono mai stato intossicato sul lavoro. Ed è per questo che abbiamo depositato una causa da 250 milioni di dollari. Chiunque voglia partecipare, venga avanti. Ci vediamo in tribunale.” The Atlantic ha replicato che difenderà il suo lavoro “vigorosamente”. Il deputato democratico Jamie Raskin, capogruppo alla commissione Giustizia della Camera, ha formalmente avviato un’indagine parlamentare, chiedendo a Patel di sottoporsi all’AUDIT — il test standardizzato per i disturbi da uso di alcol — e di fornire una dichiarazione giurata sulla propria condotta.

Dunque: il direttore dell’FBI che deve “valutare tutto” sull’attentato all’Hilton è lo stesso uomo che, secondo fonti governative interne citate da una delle riviste più rispettate d’America, avrebbe avuto bisogno di un’unità tattica per essere svegliato. Il custode dei custodi che forse aveva bisogno, lui stesso, di qualcuno che bussasse alla porta — con forza.

Si potrebbe ridere, se non ci fosse da piangere. O se la porta in questione non fosse quella dell’uomo responsabile della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America.

L’America è una pentola a pressione, si diceva. È vero, ma è una metafora che rischia di essere troppo comoda, troppo neutra, troppo innocente. Le pentole a pressione esplodono per la fisica del vapore, non per la volontà di qualcuno. Quello che sta accadendo in America ha, almeno in parte, una volontà. Ha nomi, ha indirizzi, ha moventi, ha — forse — anche organizzazione.

Ma la parola “organizzazione” è quella che nessuno vuole pronunciare. Perché pronunciarla significa aprire una porta che, una volta aperta, è difficile richiudere. Significa fare la domanda che tutte le democrazie temono più di qualsiasi altra: e se non fossero tutti lunatici isolati?

Erano lunatici isolati Crooks, Routh, l’uomo di Mar-a-Lago, l’assassino di Kirk, Allen. Sicuramente. Ognuno con la sua storia personale, i suoi disturbi, le sue ossessioni, il suo percorso verso quel momento. Ma i lunatici isolati non si moltiplicano a questo ritmo senza che qualcosa — nell’aria, nelle parole, nei canali, nelle reti — non li incubi, non li orienti, non li animi. I lunatici isolati sono spesso, nella storia, il braccio terminale di qualcosa che ha il suo cervello altrove e che ha la prudenza di non lasciare impronte digitali.

Chi controlla i controllori, nell’America del 2026? Chi sorveglia i sorveglianti? Chi — per dirla con la domanda latina che non passa mai di moda — custodit ipsos custodes?

La risposta, in teoria, è: il popolo americano, attraverso le sue istituzioni democratiche. In pratica, in questa America polarizzata, armata, urlante, in cui metà del paese è convinta che l’altra metà voglia distruggerla, la risposta è: nessuno. O peggio: tutti, il che equivale a nessuno.

Trump è uscito dall’Hilton di Washington con un pugno chiuso — come a Butler, come sempre — e ha postato le immagini del sospettato a terra su Truth Social. Ha chiamato Allen “una persona molto malata” e “un teppista”. Ha detto che ha attaccato la Costituzione degli Stati Uniti.

Forse è così. Forse Allen è solo un altro lunatico isolato di trentun anni con troppe armi e troppo odio. Forse la lista di cinque attentati in due anni è davvero solo il prodotto statistico di una nazione che ha cento milioni di armi in circolazione e una polarizzazione politica che non ha precedenti nella storia moderna.

Forse.

Ma nel frattempo, da qualche parte in America, c’è qualcuno che sta già pensando al numero sei. E il direttore dell’FBI sta ancora litigando con una rivista. E il Secret Service sta ancora cercando di spiegare perché, ancora una volta, è arrivato quasi in ritardo.

Quasi, si dice. Come se il quasi fosse sufficiente. Come se, in questa storia, il quasi non avesse già fatto abbastanza danni.