Dalle morti sul lavoro al caso Ilva, dalla precarietà al ruolo della Dottrina sociale della Chiesa: Luciano Vasapollo rilegge il Primo Maggio come giornata di memoria, lotta e alternativa al capitalismo dello sfruttamento.
Il Primo Maggio non è una festa da archiviare nel calendario civile, ma una ferita aperta nella coscienza del Paese. Nell’intervista a Mediafighter, l’economista Luciano Vasapollo denuncia il ricatto che attraversa il lavoro contemporaneo: si muore lavorando, si accetta precarietà per necessità, si baratta la salute con l’occupazione, si tace sulla produzione di armi in nome dei posti di lavoro. Ma proprio da questa crisi, spiega Vasapollo, può nascere una nuova stagione di organizzazione, diritti e giustizia sociale, in dialogo anche con la Dottrina sociale della Chiesa, nella continuità ideale tra Papa Francesco, il cardinale Matteo Zuppi e Papa Leone.
di Alfonso Bruno
Il Primo Maggio viene spesso raccontato come una festa. Ma dal testo che le proponiamo emerge un significato molto più profondo. Che cos’è oggi il Primo Maggio?
Vasapollo: Il Primo Maggio non è mai stato semplicemente una festa. È una giornata di memoria, di lotta e di coscienza storica. Nasce dalle battaglie operaie per la riduzione dell’orario di lavoro, dalle rivendicazioni per le otto ore, dagli scioperi e dalla repressione subita dai lavoratori. Pensiamo a Chicago, al 1886, alla vicenda di Haymarket: lì si capisce che il diritto al lavoro dignitoso non è stato concesso dall’alto, ma conquistato attraverso il conflitto sociale.
Oggi il Primo Maggio deve ricordarci proprio questo: i diritti non sono mai definitivi. Possono essere erosi, svuotati, trasformati in propaganda. Per questo non basta celebrare. Bisogna rilanciare una mobilitazione reale contro lo sfruttamento, contro la precarietà, contro la subordinazione della vita umana alle logiche del profitto.
Lei insiste molto sul legame tra memoria storica e lotta presente. Perché è importante non separare questi due piani?
Perché senza memoria la lotta diventa debole, frammentata, manipolabile. Il Primo Maggio ci ricorda che il movimento operaio ha costruito una coscienza internazionale. Non è una data folcloristica, ma una giornata nata dal sangue, dalla repressione, dalla dignità di chi ha sfidato il potere padronale.
In Italia questa memoria passa anche attraverso tragedie come Portella della Ginestra, dove lavoratori e contadini furono colpiti mentre celebravano il Primo Maggio. È un simbolo potente: quando i subalterni si organizzano, il potere reagisce. Per questo la memoria non è nostalgia, ma strumento politico.
Nel testo si parla dello “stillicidio” delle morti sul lavoro. Perché in Italia si continua a morire lavorando?
Perché la sicurezza viene ancora trattata come un costo e non come un diritto fondamentale. Le morti sul lavoro non sono fatalità. Sono il prodotto di un sistema che comprime i tempi, aumenta i ritmi, riduce i controlli, precarizza i rapporti di lavoro e scarica il rischio sui lavoratori.
Quando una persona muore in fabbrica, in un cantiere, in un magazzino, nei campi, non siamo davanti a un incidente isolato. Siamo davanti a una sconfitta collettiva. Vuol dire che la società ha accettato che la produzione venga prima della vita. Questo è inaccettabile.
Il Presidente della Repubblica ha definito le morti sul lavoro “una ferita inaccettabile”. È una formula forte, ma basta?
Le parole sono importanti quando riconoscono la gravità del problema. Ma da sole non bastano. Dire che le morti sul lavoro sono una ferita inaccettabile significa assumersi una responsabilità politica: bisogna rafforzare i controlli, aumentare gli ispettori, colpire le imprese che violano le norme, garantire formazione reale e non burocratica.
Il punto è che non si può parlare di sicurezza senza parlare di modello produttivo. Se il lavoro è precario, se il lavoratore ha paura di perdere il posto, se il salario è basso, se il contratto è debole, allora anche la sicurezza diventa ricattabile.
Il governo rivendica record occupazionali. Lei come legge questa narrazione?
Bisogna stare molto attenti alla propaganda dei numeri. Parlare di “record” può essere fuorviante se non si guarda alla qualità dell’occupazione, alla stabilità dei contratti, ai salari reali, alla distribuzione territoriale e generazionale del lavoro.
Il mercato del lavoro italiano resta fragile. Ci sono occupati poveri, lavoratori intermittenti, giovani costretti a emigrare, donne penalizzate, Sud strutturalmente marginalizzato. Inoltre, quando aumentano gli inattivi, cioè persone che smettono perfino di cercare lavoro, il tasso di disoccupazione può apparire meno drammatico, ma la realtà sociale peggiora.
Quindi il problema non è solo “quanti lavorano”, ma “come lavorano”?
Esattamente. La domanda vera è: che tipo di lavoro viene prodotto? Un lavoro povero, precario, senza diritti, senza sicurezza, senza potere contrattuale non è emancipazione. È subordinazione.
Il capitalismo contemporaneo tende a trasformare il lavoro in disponibilità permanente, in prestazione frammentata, in ricatto. Ti dice: accetta queste condizioni, perché fuori c’è il nulla. Questo è il cuore del problema. Non basta aumentare statisticamente gli occupati se poi milioni di persone restano povere, insicure, sfruttate.
Nel testo compare un tema molto forte: il ricatto. Ricatto occupazionale, ricatto salariale, ricatto sulla sicurezza. È questa la parola chiave?
Sì. Il ricatto è una categoria fondamentale per capire il lavoro oggi. Il lavoratore precario è più ricattabile. La donna che teme di perdere il posto perché incinta è ricattabile. L’operaio che lavora in un ambiente nocivo ma non ha alternative è ricattabile. Il territorio che accetta produzioni dannose perché altrimenti perde occupazione è ricattabile.
Il ricatto è il modo in cui il capitale disciplina il lavoro. Non sempre serve la violenza diretta. Basta creare dipendenza, paura, isolamento. Basta far credere che non ci siano alternative.
A proposito di donne e lavoro, lei si ritrova con Papa Francesco sui ricatti legati alla maternità. Che valore hanno quelle parole?
Hanno un valore enorme, perché Papa Francesco ha saputo dire con chiarezza che l’economia che scarta le donne, che penalizza la maternità, che costringe a scegliere tra lavoro e famiglia, è un’economia disumana.
Quando una donna viene pagata meno perché donna, quando teme di comunicare una gravidanza, quando viene spinta alle dimissioni perché non riceve sostegno, siamo davanti a una violenza sociale. Non è solo discriminazione individuale: è una struttura economica che considera la vita un ostacolo alla produttività.
Quindi il tema della maternità non è un tema “privato”, ma politico ed economico?
Certamente. La maternità, la cura, la famiglia, la riproduzione sociale sono temi profondamente economici. Il capitalismo tende a invisibilizzare il lavoro di cura, salvo poi sfruttarlo. Le donne pagano un prezzo altissimo: salari più bassi, carriere spezzate, pressioni, licenziamenti mascherati.
Una società giusta deve garantire insieme il diritto al lavoro e il diritto alla maternità. Se una donna è costretta a scegliere, vuol dire che il sistema è ingiusto. E non basta qualche bonus. Serve una trasformazione profonda dell’organizzazione del lavoro e del welfare.
Il caso dell’Ilva di Taranto è diventato uno dei simboli più drammatici del ricatto occupazionale. Perché?
Perché Taranto mostra in modo drammatico la falsa alternativa tra lavoro e salute. Per anni si è detto ai lavoratori e alla popolazione: o accettate l’inquinamento, o perdete il lavoro. È un baratto indegno.
Ma questo ricatto è anche fallace. Perché alla fine non ha garantito né piena occupazione stabile né salute né futuro industriale. Ha prodotto malattia, incertezza, impoverimento del territorio e continua precarietà.
Come si supera questa falsa alternativa?
Con una riconversione industriale seria, pianificata, pubblica, democratica. Non basta dire “chiudiamo” o “continuiamo come prima”. Bisogna costruire un modello produttivo alternativo, capace di tenere insieme lavoro, ambiente, salute e dignità.
Questo richiede investimenti, controllo pubblico, partecipazione dei lavoratori, ricerca, innovazione, politiche territoriali. La transizione ecologica non può essere pagata dai lavoratori. Deve essere governata socialmente, non lasciata al mercato.
Nei suoi scritti e in altre sue interviste compare anche il tema dell’industria bellica e del ricatto occupazionale legato alla produzione di armi. È un tema scomodo.
È scomodo perché tocca una contraddizione profonda. Si dice: quelle fabbriche danno lavoro. Ma che tipo di lavoro? Un lavoro che alimenta guerre, distruzione, morte di civili, bambini, popolazioni lontane solo geograficamente.
Il ricatto è sempre lo stesso: o accetti questa produzione, o perdi occupazione. Ma una società degna deve porsi il problema della qualità morale e sociale del lavoro. Non tutto ciò che produce salario è automaticamente giusto. La pace deve entrare nell’economia, non restare un discorso astratto.
Lei ritiene che anche la Chiesa dovrebbe essere più netta su questo punto?
La Chiesa, quando è fedele al Vangelo, non può tacere davanti al legame tra profitto e guerra. Papa Francesco è stato chiarissimo contro l’economia che uccide e contro i mercanti di armi. Anche alcune voci episcopali hanno avuto coraggio. Ma in molti territori pesa ancora il silenzio.
Non si tratta di negare il bisogno di lavoro. Si tratta di dire che il lavoro non può essere fondato sulla distruzione di altre vite. La conversione economica è parte della conversione cristiana. Pace, giustizia sociale e dignità del lavoro non sono temi separati.
In questa prospettiva, che rapporto vede tra le sue analisi economiche e la Dottrina sociale della Chiesa?
Io ho sempre guardato alla Dottrina sociale della Chiesa con grande rispetto, non come a un repertorio di formule astratte, ma come a un pensiero vivo, capace di interrogare radicalmente l’economia, il lavoro, la pace, la giustizia e la dignità della persona. In questo senso ho avuto con Papa Francesco un rapporto di amicizia, stima e collaborazione che considero tra le esperienze più importanti del mio cammino umano, intellettuale e politico. Francesco ha rimesso al centro gli scartati, i poveri, i lavoratori, i migranti, i popoli oppressi, denunciando con forza un’economia che uccide e un sistema mondiale fondato sulla guerra, sullo sfruttamento e sulla cultura dello scarto.
Oggi ritrovo questa stessa continuità pastorale e ideale nel cammino del cardinale Matteo Zuppi e di Papa Leone. Naturalmente ogni personalità ecclesiale ha il proprio stile, la propria sensibilità, il proprio linguaggio. Papa Leone ha una personalità diversa da Francesco, ma in lui vedo una continuità profonda: l’attenzione ai poveri, il rifiuto della guerra, la centralità della pace, la difesa del lavoro, la critica a un’economia disumana. Non si tratta di sovrapporre le persone, ma di riconoscere una linea evangelica: quella di una Chiesa che non si chiude nei palazzi, ma cammina nella storia, ascolta il grido dei popoli e richiama l’economia alla sua responsabilità verso l’uomo.
Alcuni potrebbero dire che questa posizione è utopica.
È più utopico pensare che si possa continuare così senza conseguenze. È utopico credere che un’economia fondata sulla guerra, sulla precarietà, sull’inquinamento e sulla disuguaglianza possa garantire futuro.
La vera concretezza oggi è costruire alternative: riconversione produttiva, pianificazione pubblica, riduzione dell’orario di lavoro, salario dignitoso, sicurezza, tutela ambientale, diritti delle donne, centralità dei beni comuni. Questa non è utopia: è necessità storica.
Torniamo al Primo Maggio. Qual è il suo significato politico nel 2026?
Il Primo Maggio del nostro tempo deve rompere la retorica pacificata del lavoro. Deve dire che il conflitto sociale esiste e che non è una malattia: è la risposta dei lavoratori a un sistema ingiusto.
Oggi il lavoro è frammentato, individualizzato, digitalizzato, spesso invisibile. Per questo serve una nuova capacità di organizzazione. Bisogna unire lavoratori industriali, precari, migranti, donne, giovani, lavoratori della logistica, della scuola, della sanità, della cultura, delle piattaforme digitali. La lotta di classe non è scomparsa: è stata resa più difficile da vedere.
Qual è allora il compito dei lavoratori oggi?
Recuperare coscienza, organizzazione e solidarietà. Nessuna conquista arriva da sola. Il capitale concede qualcosa solo quando incontra forza sociale, conflitto, organizzazione politica e sindacale.
Il compito è non accettare il ricatto della solitudine. Il lavoratore isolato è debole. Il lavoratore organizzato diventa soggetto storico. Il Primo Maggio serve a ricordare questo: non siamo individui dispersi davanti al mercato, siamo parte di una storia collettiva.
E quale dovrebbe essere il compito della politica?
La politica dovrebbe smettere di amministrare la precarietà e ricominciare a trasformare i rapporti sociali. Servono politiche industriali, sicurezza, salario minimo reale, contratti forti, riduzione della precarietà, controlli veri, investimenti pubblici, riconversione ecologica e disarmo economico.
Ma soprattutto serve una scelta di campo: o si sta con il lavoro, o si sta con il profitto. Non si può continuare a parlare di dignità mentre si accettano salari poveri, morti sul lavoro e ricatti occupazionali.
In conclusione, qual è il messaggio che attraverso Mediafighter può consegnare ai lavoratori in questo Primo Maggio?
Il messaggio è semplice: non arretrare. Il Primo Maggio non è una cerimonia, è una chiamata alla lotta. Ricordiamo chi ha combattuto prima di noi, chi è morto lavorando, chi è stato licenziato perché rivendicava dignità, chi ha pagato il prezzo della repressione.
Ma non basta ricordare. Bisogna organizzarsi, unire le lotte, costruire alternativa. Le conquiste non sono regali: sono frutto della mobilitazione collettiva. Il lavoro deve tornare a essere fondamento di dignità, non terreno di ricatto. Continuiamo a lottare, con intelligenza, coraggio e determinazione. La storia non è finita. E il futuro si conquista.
