La direzione del Teatro La Fenice di Venezia è diventato un caso politico
C’è una scena che il teatro conosce bene e che la politica ha imparato a imitare: quella in cui il sipario cala non alla fine dello spettacolo, ma nel mezzo. Quando ancora non si sa bene cosa stesse andando in scena, né chi recitasse davvero il ruolo del protagonista.
La vicenda di Beatrice Venezi e del Teatro La Fenice di Venezia ha tutti gli elementi di un dramma in tre atti scritto male — non perché manchino i personaggi, ma perché ciascuno di essi ha recitato la propria parte con un eccesso di convinzione che ha finito per oscurare la trama principale. Che era, in fondo, semplice: una direttrice d’orchestra nominata in un teatro prestigioso, contestata dai musicisti, licenziata prima ancora di entrare in carica.
Il resto è rumore.
Ma è un rumore che vale la pena ascoltare, perché dice qualcosa di preciso sul momento che attraversiamo. La nomina di Venezi alla direzione musicale della Fenice, annunciata nel settembre 2025, ha prodotto immediatamente due reazioni parallele e speculari: chi la contestava in nome della competenza artistica, e chi la difendeva in nome della libertà da pregiudizi ideologici. Due posizioni entrambe legittime, entrambe parziali, entrambe incapaci di restare nel proprio perimetro senza scivolare nell’altro. Il risultato è che non si è quasi mai discusso di musica.
Questo è il punto che dovrebbe inquietare, indipendentemente da ogni simpatia politica: in Italia, quando un nome viene associato a una parte politica, la questione della competenza evaporata. Venezi è brava o non è brava? Sarebbe stata una buona direttrice musicale per la Fenice o no? Non lo sapremo mai, perché la domanda è stata sepolta sotto strati di dichiarazioni, controdichiararazioni, scioperi, spille a forma di chiave di violino e interviste a quotidiani argentini. La cultura è diventata il campo di battaglia, non l’oggetto del contendere.
E poi c’è la frase — quella sui posti in orchestra che si passerebbero di padre in figlio — pronunciata lontano da casa, davanti a un pubblico straniero, con quella disinvoltura che si ha quando si pensa che le parole non torneranno indietro. Sono tornate, naturalmente. E hanno fatto il lavoro che le parole imprudenti fanno sempre: hanno dato a chi cercava un pretesto la forma giuridica di una motivazione.
Sia chiaro: un’istituzione culturale ha tutto il diritto di interrompere un rapporto con chi la critica pubblicamente in termini che essa ritiene offensivi. Non è censura, è contratto. Ma l’impressione — difficile da scrollarsi di dosso — è che la frase sull’orchestra sia stata la scintilla cercata, non la causa vera. Che il teatro stesse aspettando un’occasione per chiudere una storia diventata troppo scomoda per tutti, governo incluso.
Il problema, in fondo, non è Venezi. Il problema è un sistema culturale che non riesce a separare il giudizio artistico dall’appartenenza politica, in nessuna direzione. Che nomina per vicinanza e contesta per lontananza, e poi si stupisce quando il risultato è uno scandalo invece di uno spettacolo. La bacchetta del direttore dovrebbe servire a tenere insieme strumenti diversi in una direzione comune. Quando diventa simbolo di fazione, il concerto è già finito prima di cominciare.
Il sipario è calato. La platea discute ancora. Sul palco, nel frattempo, non suona nessuno.
