Il patto che sarà firmato venerdì 19 giugno a Ginevra non contiene quasi nulla di ciò che Israele voleva: niente limiti ai missili iraniani, niente stop ad Hezbollah, nodo nucleare rinviato, sanzioni che si allentano. E mentre Washington e Teheran fermano le armi «su tutti i fronti, compreso il Libano», il premier israeliano continua a bombardare Beirut. Persino Trump lo chiama «difficile»
L’accordo USA-Iran che verrà firmato venerdì 19 giugno a Ginevra pone fine a quasi quattro mesi di guerra — ma per Benjamin Netanyahu somiglia a una sconfitta. Il testo, che Israele non ha negoziato e di cui si conoscono per ora solo i contorni, non limita l’arsenale balistico iraniano, non recide il sostegno di Teheran ad Hezbollah e rinvia il nodo nucleare ai sessanta giorni di tregua; in più allenta le sanzioni. Eppure, proprio mentre l’intesa si chiudeva, le bombe israeliane hanno continuato a cadere sulla periferia di Beirut. È il gesto di chi ha perso la partita e continua, ostinatamente, a sparare.
C’è un modo antico di riconoscere chi ha perso una partita: non lo si vede dal punteggio, ma dal gesto. Chi ha vinto tace; chi ha perso alza la voce. La guerra che Benjamin Netanyahu aveva immaginato come il sigillo della propria storia — Israele e l’America, finalmente insieme, sopra i cieli di Teheran — sta per chiudersi venerdì a Ginevra con una firma che, per lui, ha il sapore di una resa. E come tutte le sconfitte che non sanno tacere, continua a sparare.
Il testo dell’accordo pare dimenticare quasi tutto ciò che Gerusalemme chiedeva. Non tocca i missili iraniani; non scioglie i fili che legano Teheran ai suoi alleati, da Hezbollah in Libano agli Houthi nello Yemen; e, allentando le sanzioni, rischia perfino di riaprire i rubinetti che rifinanziano quegli stessi alleati. Sul nucleare — l’ossessione di una vita, la posta per cui Netanyahu ruppe nel 2015 con mezza America — il patto rinvia, tace, promette di trattare durante la tregua. È, per il falco, l’esito più beffardo: aver scatenato la guerra più grande per ottenere l’accordo più vuoto. In patria già lo dicono senza pudore, che persino l’intesa del 2015, quella che combatté con ogni forza, oggi sembrerebbe «perfetta al confronto».
A peggiorare le cose, l’uomo su cui aveva scommesso tutto si è voltato. Donald Trump, che dell’alleanza israeliana ha fatto per anni una bandiera, nelle ultime settimane ha riservato al premier una collana di epiteti — pazzo, ingrato, difficile — mentre elogiava come «pragmatico» il nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei. È la lezione che ogni cortigiano impara troppo tardi: chi sta con te oggi può, domani, voltarti le spalle con la stessa disinvoltura con cui ieri ti abbracciava.
E qui accade l’inversione che dà a tutta la vicenda il suo retrogusto amaro. Mentre Israele, nell’ora esatta in cui l’intesa si chiudeva, colpiva un obiettivo di Hezbollah alla periferia di Beirut — senza coordinarsi con Washington, avvisando gli americani solo pochi istanti prima del fuoco —, era l’Iran a trattenere la mano: pronto a scagliare i suoi missili nella notte, li ha fermati per concedere a Trump il tempo di spegnere l’incendio e chiudere l’accordo. L’avversario più paziente dell’alleato. C’è un’intera teoria della sconfitta racchiusa in questa scena.
Restano le bombe. Netanyahu rivendica la «libertà d’azione», e anche lunedì l’ha esercitata, uccidendo quattro persone che dice minacciassero i suoi soldati. Ma una libertà che non conduce più a nulla — non a un Iran disarmato, non a un Hezbollah dissolto, non a un trattato che somigli a una vittoria — non è strategia: è riflesso. È l’ultima lingua di chi ha esaurito gli argomenti e continua a parlare con il ferro. E quel ferro, come sempre, non cade sui calcoli dei vertici, ma sui tetti di Dahiyeh, sui soccorritori che frugano tra il cemento, sulle famiglie che fuggono in motorino mentre, poche centinaia di chilometri più in là, il mondo si prepara a brindare alla pace.
Il premier difende le sue guerre, dice che hanno «salvato Israele dall’annientamento», aggiunge che la lotta non è finita. Forse. Ma gli analisti, in casa sua, contano già i modi in cui la grande strategia ha fallito: Israele ha dilapidato la propria influenza, è tornato — sostengono — alla posizione che aveva prima del 7 ottobre, con un Iran più minaccioso di prima e un’America che può semplicemente voltarsi e andarsene. Aveva dimostrato di poter trascinare in guerra la più grande potenza del mondo; ha finito per mostrare a Teheran che quella potenza, temuta sopra ogni cosa, si poteva sopportare.
La storia, quando la si ricorda bene, ha sempre il suo contrappasso. L’uomo che voleva passare alla memoria come colui che fermò l’Iran rischia di passarvi come colui che, per fermarlo, consegnò a Teheran ciò che Teheran non era riuscita a prendersi da sola. E mentre a Ginevra si apparecchia il tavolo della firma, a Beirut continua a cadere il ferro: non più di una guerra che si vince, ma di una guerra che si è già perduta — e che non se ne è ancora accorta.
A Ginevra si firma la fine di una guerra. A Beirut continua a cadere il ferro di chi l’ha persa pur avendola voluta: l’ultima lingua di una strategia rimasta senza argomenti.
