La vita è un dono che non si merita e non si spreca

Se n’è andato il primo maggio, a cinquantanove anni, dopo quasi sei anni di silenzio. Alex Zanardi aveva già attraversato la morte due volte prima di incontrare questa, definitiva. E anche stavolta, fino alla fine, non ha chiesto permesso al destino.

Esiste una domanda che l’esistenza di Alex Zanardi pone con una forza che pochi filosofi e pochi teologi riescono a eguagliare, e che suona più o meno così: cosa fai, tu, con il tempo che ti è stato dato?

Non è una domanda retorica. È la domanda più antica e più scomoda che l’uomo conosca — quella che si affaccia nei momenti in cui la vita smette di essere un dato acquisito e torna a mostrarsi per quello che è sempre stata: un dono non meritato, revocabile, consegnato a ciascuno senza spiegazioni e senza garanzie. Zanardi ha incontrato questa domanda almeno due volte prima di incontrare la morte definitiva, la sera del primo maggio, a cinquantanove anni, dopo quasi sei anni di silenzio. E ogni volta ha risposto nello stesso modo: tornando a vivere con una intensità che non aveva nulla di disperato, perché non era la fuga di chi ha paura del buio, ma il passo di chi ha guardato il buio negli occhi e ha scelto ugualmente la luce.

La prima volta fu il 15 settembre 2001, sul circuito del Lausitzring, in Germania. Un incidente devastante spezzò la sua monoposto e con essa entrambe le gambe. Nel corpo gli rimase un litro di sangue — un quinto di quello necessario per restare in vita. Un sacerdote fu chiamato al capezzale per impartirgli l’estrema unzione. I medici non avevano più nulla da fare se non assistere. Eppure Zanardi sopravvisse, affrontò quindici operazioni, attraversò la riabilitazione con una pazienza che non era rassegnazione ma qualcosa di più attivo e di più misterioso. Due anni dopo tornò su quello stesso circuito a completare i tredici giri che il destino gli aveva interrotto. Non per rivincita. Non per spettacolo. Per fedeltà — a se stesso, alla propria storia, a quella scintilla ostinata che nei momenti peggiori aveva continuato a bruciare.

alex zanardi completa la corsa dopo incidente

La tradizione cristiana ha un nome per questa scintilla. La chiama speranza, e si preoccupa subito di distinguerla dall’ottimismo: l’ottimismo è una disposizione del temperamento, appartiene a chi è fortunato di natura. La speranza è un’altra cosa — è una virtù, cioè una conquista, qualcosa che si esercita e si sceglie anche quando ogni evidenza suggerisce il contrario. Zanardi non era un uomo incurante della sofferenza. Era un uomo che aveva imparato a non lasciarle l’ultima parola.

La seconda volta che la morte lo sfiorò fu il 19 giugno 2020, sulla Statale 146 nei pressi di Pienza, durante una staffetta benefica in handbike. Un camion che proveniva dalla direzione opposta. Un impatto. Il buio di nuovo. Questa volta il buio durò quasi sei anni: ospedali, riabilitazioni, il lento recupero della coscienza nel gennaio del 2021, poi il ritorno a casa, accanto alla moglie Daniela e al figlio Niccolò, in un silenzio che la famiglia ha custodito con una discrezione che è già, essa stessa, una forma di dignità.

Qui occorre fermarsi un momento, e avere il coraggio di dire una cosa scomoda.

Viviamo in un’epoca che ha trasformato il controllo in valore supremo. Controlliamo l’immagine, il corpo, la narrazione di noi stessi. Ed è in questo clima culturale che si fa strada, con argomentazioni spesso sincere e a tratti persino commoventi, l’idea che si debba poter controllare anche il momento della propria fine — che la vita, quando smette di essere produttiva o dignitosa secondo certi parametri, possa e debba essere interrotta per scelta. È una posizione che merita rispetto nel dolore che la genera. Ma la storia di Zanardi pone una domanda imbarazzante a questa logica: chi avrebbe potuto prevedere, nell’ottobre del 2001 mentre un sacerdote gli impartiva l’estrema unzione, che quell’uomo con un litro di sangue nel corpo avrebbe vinto otto ori paralimpici? Chi avrebbe potuto stabilire, nei giorni bui del 2020, che il limite di una vita accettabile era già stato raggiunto?

Il punto non è la sofferenza — che è reale, e non va banalizzata con la retorica del “ce la puoi fare”. Il punto è che nessuno, nemmeno chi la vive, può misurare dall’interno di un momento buio tutta la luce che quel momento ancora contiene. Zanardi non lo sapeva, nei giorni peggiori. Non poteva saperlo. Eppure era lì — e il fatto che fosse lì ha cambiato la vita di migliaia di persone che in lui hanno ritrovato la forza di non mollare.

Questo non significa che ogni sofferenza abbia un lieto fine garantito. Significa che il lieto fine, quando arriva, arriva sempre dall’altra parte del buio — mai prima di averlo attraversato.

In quei sei anni di silenzio, fuori, il mondo ha continuato a correre. I modelli pubblici si sono moltiplicati e consumati. Il dolore è diventato merce, la sofferenza narrazione, la fragilità personal branding. Zanardi, nel suo silenzio forzato, ha offerto involontariamente il contrario di tutto questo: la testimonianza che una vita vale anche quando non produce, non performa, non intrattiene. Che la persona umana non si misura sulla propria utilità né sulla propria visibilità. Che c’è una dignità che non dipende da ciò che si riesce a fare, ma da ciò che si è.

È un’idea antica. La ritroviamo nel Vangelo, nella filosofia stoica, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La si può declinare in mille modi diversi, credenti e non, e il nucleo non cambia: ogni vita è sacra non perché produce qualcosa, ma perché è. Zanardi lo ha incarnato due volte da atleta, e una volta — forse la più importante — nell’immobilità.

Aveva otto ori paralimpici, quarantaquattro Gran Premi disputati in Formula 1, due titoli CART in America. Ma la sua eredità non sta nelle medaglie. Sta in quella battuta celebre, pronunciata davanti a una platea che si aspettava lacrime e trovò invece una risata: confessò di essere così emozionato, alla sua prima apparizione pubblica dopo l’amputazione, che gli tremavano le gambe. Era il modo di un uomo libero di dire che il dolore era passato attraverso di lui senza possederlo.

alex zanardi a rio

Papa Francesco — allora pontefice, nei giorni drammatici del 2020 — gli affidò alla Gazzetta dello Sport una lettera: gli riconosceva di aver trasformato la disabilità in una lezione di umanità, di aver dato forza a chi l’aveva perduta. Non era retorica agiografica. Era il riconoscimento che certe vite parlano, anche quando tacciono. Che certi uomini insegnano, anche quando non lo sanno.

Il primo maggio è la festa di san Giuseppe lavoratore — l’uomo del fare silenzioso, dell’artigianato paziente, della cura quotidiana senza gloria. È anche il giorno in cui, trentadue anni fa, moriva Ayrton Senna. Il calendario ha i suoi misteri. Senna ci ha lasciato il mito: la velocità assoluta, il carisma bruciante, la morte giovane che cristallizza tutto in leggenda. Zanardi ci lascia qualcosa di diverso e di più difficile da tenere in mano: non un’immagine, ma un metodo. Non uno slogan, ma un esempio. Il modo concreto, quotidiano, faticoso e a tratti perfino allegro, di trattare la propria vita come un dono che non si spreca — nemmeno quando fa male, nemmeno quando non lo si è scelto, nemmeno quando l’unica cosa che si riesce a fare è restare.

E restare, a volte, è già tutto.

Ma c’è un ultimo pensiero che questo uomo ci consegna, forse il più necessario in assoluto. Non è rivolto a chi sta bene. È rivolto a chi in questo momento si trova nel buio — nel buio fisico, nel buio della malattia, nel buio di una perdita o di una sconfitta che sembra senza fondo. A chi pensa che il peso sia diventato troppo grande e che mollare la presa sia l’unica forma di dignità rimasta. A costoro, Zanardi non dice nulla con le parole. Lo dice con i fatti: che dal Lausitzring si torna, che da un litro di sangue si torna, che dal buio si torna. Non sempre con le gambe. Non sempre come prima. Ma si torna. E quello che si trova dall’altra parte — la medaglia, la risata, lo sguardo del figlio, il sole su un circuito tedesco un mattino qualunque — nessuno avrebbe potuto immaginarlo dal fondo del momento peggiore.

Il dono non si merita. Ma non si spreca.

Nella vita di Alex Zanardi c’è qualcosa che eccede il coraggio. Si chiama, in mancanza di una parola migliore, speranza.