Il primo luglio l’osservatorio ACLED ha certificato centomilacentoquattordici morti dal colpo di Stato del 2021: il Myanmar è oggi il secondo paese al mondo per intensità di violenza. Non lo racconta nessuno. Eppure il disprosio estratto nelle sue miniere di guerra sta dentro i motori delle nostre automobili, e i ragazzi rapiti a Nairobi e a Kampala telefonano dai suoi capannoni recintati per rubare i risparmi ai pensionati europei.
Dall’alto, di un villaggio dello Stato Chin non si vede quasi nulla. Si vedono i tetti di lamiera, che il monsone dilava e il sole accartoccia; si vedono gli orti a terrazza; si vede il fango rosso della pista che sale. E poi si vede una cosa sola, l’unica che abbia una geometria, l’unica costruita in muratura, l’unica che getti un’ombra riconoscibile alle nove del mattino: il campanile. Ecco perché, dal 2021 a oggi, nel solo Stato Chin — l’unico dello sterminato Myanmar dove i cristiani siano maggioranza — la Chin Human Rights Organization ha contato almeno centosette edifici religiosi distrutti dagli attacchi aerei, dei quali sessantasette sono chiese. La chiesa cattolica di Cristo Re, a Falam, è stata cancellata l’8 aprile del 2025; la chiesa battista di Mindat è stata colpita cinque giorni dopo, il 13 aprile, che quell’anno era la Domenica delle Palme. A giugno di quest’anno un raid ha raso al suolo il centro pastorale di San Michele, a Nan Hlaing, nella diocesi di Banmaw. Le pagode, osserva con un pudore che è già un’accusa un sacerdote birmano interpellato dall’agenzia Fides, non vengono colpite.
Non si tratta, o non si tratta soltanto, di persecuzione religiosa nel senso stretto e un poco consolatorio che diamo a questa parola quando la usiamo per commuoverci in una veglia. Si tratta di qualcosa di più esatto e più feroce: la chiesa, in quei villaggi, è il centro di gravità di una comunità. È la scuola, è il dispensario, è il magazzino del riso, è il cimitero, è l’archivio. È l’unico luogo in cui la gente si rifugia quando sente il rumore. Colpirla non è un errore di mira: è una strategia di sfaldamento. Si spegne il campanile perché si spenga il paese.
Sarebbe già abbastanza per riempire un articolo, e non basta neppure a cominciarlo. Perché il Myanmar, che i più anziani fra noi chiamano ancora Birmania, è dal primo febbraio del 2021 il teatro di una guerra civile che il primo luglio scorso ha superato una soglia che dovrebbe essere letta in piedi: centomilacentoquattordici morti accertati, secondo il conteggio dell’Armed Conflict Location and Event Data, il che colloca quel paese al secondo posto nel mondo per intensità della violenza, subito dopo i Territori palestinesi occupati. Tre milioni e settecentomila sfollati interni. Un birmano su cinque in condizione di grave insicurezza alimentare, che è il modo elegante con cui le agenzie internazionali dicono: rischia di morire di fame. E in cima a tutto questo, il generale Min Aung Hlaing, che il 10 aprile scorso ha giurato come presidente della Repubblica al termine di elezioni celebrate in tre fasi fra il dicembre e il gennaio precedenti, nelle sole aree che l’esercito ancora controlla, dopo aver sciolto il partito di Aung San Suu Kyi e aver fatto approvare una legge — si chiama, senza ironia, «legge per la protezione delle elezioni» — che punisce con pene fino alla morte chi in pubblico pronunci la parola rivoluzione. Il generale ha cambiato l’abito, dalla divisa al longyi civile. Il paese no.
Ma torniamo allo sguardo dall’alto, perché è la chiave di tutto. Dall’alto si vede il campanile, e non si vede il catechista. Dall’alto, nelle immagini satellitari dello Stato Kachin, si vedono benissimo le vasche di lisciviazione: più di duemilacinquecento, nella sola township di Chipwi, pozze turchesi e sinistre in cui si pompano acido solforico, nitrico e cloridrico per strappare alla terra il disprosio e il terbio. Sono le terre rare pesanti, i metalli senza i quali non esistono i magneti permanenti che stanno dentro le turbine eoliche, dentro la robotica, dentro i motori delle automobili elettriche che noi, in Europa, compriamo con la coscienza leggera. Il Myanmar è diventato il terzo produttore mondiale: trentunomila tonnellate nel 2024, contro le dodicimila del 2022. L’acido cloridrico non si limita a uccidere i pesci: scioglie il cadmio, il piombo, l’arsenico, il mercurio, e libera il torio e l’uranio che dormivano nella roccia, e li consegna alle falde. Nei villaggi del confine l’acqua non si beve più. Gli operai muoiono nelle frane e i loro corpi riaffiorano settimane dopo, quando le piogge spostano la terra. Global Witness ha scritto che la Cina ha esternalizzato in Myanmar l’estrazione, a un costo terribile per l’ambiente e per le comunità locali. Il rischio alla periferia, il valore al centro: è la formula perfetta, e non è nuova. Chiunque abbia seguito le vicende del coltan congolese la riconosce alla prima riga.
Dall’alto, ancora, si vedono i capannoni di Myawaddy, sul fiume Moei: le scam city, i lager della truffa telematica, dove — lo denunciava il 22 giugno scorso una rete thailandese di assistenza alle vittime della tratta — oltre cinquemilatrecento persone sono tuttora rinchiuse. Fra loro milleseicento cinesi, e poi filippini, brasiliani, russi. E kenioti, ugandesi, ruandesi, zimbabweani: ragazzi partiti da Nairobi, da Kampala, da Kigali, da Harare con un contratto di lavoro falso in tasca, oggi schiavi a diecimila chilometri da casa, costretti a telefonare a un pensionato di Milano per sfilargli i risparmi. Se qualcuno cercasse una parabola della globalizzazione così com’è, e non come ce la raccontano, non ne troverebbe una più compiuta: il povero africano ridotto a strumento per derubare il povero europeo, mentre l’utile resta a chi non compare in nessuna fotografia.
Dall’alto si vedono anche le colline di Cox’s Bazar, in Bangladesh, il più grande insediamento di rifugiati del pianeta, dove il 9 luglio una frana ha travolto una scuola coranica uccidendo almeno cinque bambini. Sono i Rohingya: un milione e ottocentocinquantamila persone nel mondo, delle quali un milione e trecentotrentamila fuori dal proprio paese, e cinquecentoventimila rimaste nel Rakhine come apolidi in casa propria. Non sono stati cancellati con un massacro, si badi: sono stati cancellati con un atto amministrativo, la legge sulla cittadinanza del 1982, che semplicemente li ha omessi dall’elenco delle etnie riconosciute. Il massacro è venuto dopo, nel 2017, e ha avuto la fretta metodica di chi sa di poter contare sull’indifferenza.
Perché tutto questo? La domanda è ineludibile, e la risposta, per noi europei, è sgradevole. La faglia birmana non è un carattere nazionale né una maledizione asiatica: è un manufatto. Furono i britannici, dopo le tre guerre anglo-birmane, a spaccare il paese in due sistemi di governo — la pianura bamar e buddhista amministrata direttamente, le montagne dei kachin, dei chin, dei karen lasciate ai capi tradizionali e alle missioni cristiane — e a reclutare l’esercito coloniale non fra la maggioranza, ma fra le minoranze delle montagne. Il cristianesimo birmano nacque così: religione dei popoli di frontiera, benedizione che il tempo avrebbe trasformato in condanna. Nel 1947, a Panglong, Aung San — il padre di Aung San Suu Kyi — firmò con shan, kachin e chin un patto federale che prometteva autonomia vera. Quattro mesi dopo fu assassinato; aveva trentadue anni; il patto non è mai stato attuato. Da allora si spara. La guerriglia karen, cominciata nel 1949, è il più lungo conflitto armato ininterrotto del mondo.
E poi accade una cosa che nessuno si aspettava, e che sposta lo sguardo. Non è l’Europa a portare il Myanmar davanti alla giustizia. Non sono gli Stati Uniti. È il Gambia: due milioni di abitanti, uno degli Stati più piccoli dell’Africa occidentale, che nel novembre del 2019 deposita all’Aia un ricorso per genocidio in nome della Convenzione del 1948, sostenendo — e la Corte gli dà ragione — che l’obbligo di impedire lo sterminio di un popolo è dovuto a tutti gli Stati insieme, e dunque chiunque può esigerne il rispetto. Dal 12 al 29 gennaio di quest’anno si sono tenute le udienze di merito; la sentenza è attesa fra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Aprendo il processo, il ministro della giustizia gambiano ha detto ai giudici che i Rohingya erano stati presi di mira per essere distrutti. Su quel precedente, nel dicembre 2023, si è incardinato il ricorso del Sudafrica contro Israele. Un microstato africano che nessuno saprebbe indicare sulla carta ha riscritto una pagina del diritto delle genti: ha pronunciato un nome che il Myanmar si rifiuta persino di sillabare.
Perché è questo, in fondo, che divide i due sguardi. Dall’alto si contano le cose; solo da vicino si chiamano per nome. Il potere è sempre aereo: astrae, misura, seleziona bersagli, riduce gli uomini a coordinate e i popoli a giacimenti. Il Vangelo, al contrario, è una discesa: scende dal cielo, si fa carne, prende un nome proprio, sceglie un villaggio senza importanza. E lì, in quel medesimo Stato Kachin i cui satelliti fotografano le vasche di veleno, quest’anno duecentocinquanta fedeli rawang si sono radunati nella chiesa di San Giuseppe, a Myitkyina, per celebrare l’ottavo anniversario delle trasmissioni di Radio Veritas Asia nella loro lingua. Duecentocinquanta persone che hanno perso la casa, il campo, spesso i figli, e che si riuniscono per festeggiare una radio: perché una radio, in una lingua che quasi nessuno al mondo parla, è l’ultima prova che qualcuno li chiama ancora per nome. Il vescovo di Loikaw, quando i militari gli hanno restituito la cattedrale occupata per mesi, ha detto che il suo posto, comunque, resta accanto agli sfollati. Al Concistoro del 27 giugno, Leone XIV ha voluto che i cardinali ripetessero insieme una frase sola: la violenza non avrà l’ultima parola.
Noi, da qui, possiamo fare poco e possiamo fare qualcosa. Possiamo pretendere che l’Europa non riconosca come interlocutore un uomo per il quale la Corte penale internazionale ha chiesto un mandato d’arresto. Possiamo pretendere che la filiera delle terre rare venga tracciata come si tracciarono i diamanti insanguinati, con la stessa fatica e la stessa ostinazione, per sapere che cosa esattamente ci portiamo dentro il cruscotto. Possiamo sostenere Karuna Myanmar e le diocesi che distribuiscono riso là dove non arriva nessuno. E possiamo, soprattutto, smettere di guardare dall’alto: che è il solo modo, per uno sguardo, di diventare cristiano.
Dall’alto si contano i tetti; solo da vicino si contano i nomi. Finché il campanile del Chin resterà per qualcuno soltanto un bersaglio ben visibile, e la miniera del Kachin soltanto una voce nella nostra contabilità verde, saremo noi — e non solo i generali di Naypyidaw — a preferire la geometria alla carne.
