“Perché ho scritto un libro su un uomo che non può più rispondermi?”
Trecentosettantasette pagine su Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025 sul palco della Utah Valley University. Non un atto d’accusa contro un uomo che non può più rispondere, ma l’anatomia del meccanismo che lo ha prodotto e che, secondo l’autore, sta già arrivando in Europa. In queste pagine P. Alfonso M. Bruno — sacerdote, docente di comunicazione, fondatore di Radio Immaculée Conception e di Mediafighter — racconta perché ha scritto il volume, che cosa ha trovato risalendo da Kirk a Ben Shapiro, e perché ha rinunciato all’unica conclusione che gli avrebbe garantito gli applausi.
Ho cominciato a scrivere queste pagine quasi un anno fa con un disagio, e il disagio non mi ha mai lasciato: si scriveva di un uomo ucciso. I suoi ne hanno fatto un martire, i suoi nemici un mostro. Le due operazioni sono simmetriche, e sono entrambe un modo di non guardarlo. Ho voluto guardarlo.
Charlie Kirk è morto alle 12:23 del 10 settembre 2025, sul palco della Utah Valley University, mentre rispondeva alla domanda di uno studente sulla violenza armata. Un colpo solo, da centotrenta metri. Qualunque cosa si pensi delle sue idee — e in questo volume ne penso molto male — la sua uccisione resta una ferita nella dignità umana, e il segno di un clima avvelenato in cui nessun dissenso può più essere soltanto un dissenso. Come sacerdote e come uomo, davanti a quella morte ho anzitutto pensato a una vedova e a due bambini. Chi cerca in queste pagine la vendetta postuma di un avversario le chiuda subito: non ne troverà.
Ma proprio per questo non potevo tacere. Un morto non si offende dicendone la verità: lo si offende usandolo, e in questi mesi lo hanno usato tutti — i suoi, per farne un martire; i suoi nemici, per farne un mostro. Le due operazioni sono simmetriche, e sono entrambe un modo di non guardarlo. Io ho voluto guardarlo.
Perché un frate italiano
Me lo sono chiesto a lungo, e la risposta più onesta è che non ho scritto un libro sull’America. Ho scritto un libro su ciò che rischia di arrivare anche qui in Italia.
Insegno comunicazione e formo giovani che si preparano al sacerdozio. Da anni vedo quanto sia fragile il loro mondo interiore, e quanto siano esposti alla seduzione di modelli carismatici che offrono appartenenza rapida, identità semplice, sicurezza emotiva. So riconoscere il meccanismo perché lo incontro nei corridoi, non nei saggi. E so che i format viaggiano più veloci delle idee: il sarcasmo come arma, la delegittimazione come strategia, il sospetto come identità sono già tra noi, nelle nostre piazze e — devo dirlo — anche in certe nostre parrocchie.
C’è poi un vantaggio nell’essere europei, ed è l’unico che rivendico: non ho una tessera di repubblicano o democratico da difendere, non devo rispondere a un elettorato USA, non ho amici da sistemare, né conti da regolare. Ho potuto lavorare sui documenti open source invece che sulle antipatie. I bilanci fiscali delle fondazioni, i moduli IRS 990, i fondi anonimi, i materiali primari, i podcast, le curve di engagement. Chiunque potrà rifiutare le mie conclusioni; nessuno potrà dirmi che ho inventato le premesse. Ho persino elencato in anticipo i tre punti in cui potrei essere smentito.
Il nodo che nessuno aveva sciolto
Studio il fenomeno del populismo cristiano e dei neoteocon da oltre dieci anni. So i danni che hanno comportato alla Chiesa, ma conosco anche gli anticorpi della Chiesa stessa e delle sue istituzioni come la mia famiglia religiosa. La chiave per aprire la porta più prossima, intanto, l’ho trovata risalendo a Ben Shapiro.
Shapiro è stato la matrice; Kirk il prodotto evoluto. Il primo aveva aperto la via di un conservatorismo brillante, polemico ma ancora incardinato nella logica argomentativa: il giovane rapido che domina l’arena con il dato e con la retorica del dibattito. Kirk ha preso quella strada e l’ha incendiata. Dove Shapiro esibiva velocità mentale, lui ha introdotto velocità emotiva; dove Shapiro opponeva idee, lui ha opposto identità; dove Shapiro cercava lo scontro dialettico, lui ha cercato lo scontro performativo.
E qui sta la cosa che mi ha tolto il sonno. La mutazione non è avvenuta per una conversione ideologica. È avvenuta per una scoperta tecnica: Kirk ha capito, prima e meglio di tutti, che l’algoritmo non premia la logica — premia la rabbia. Da quel momento la rabbia ha smesso di essere l’effetto collaterale della polemica ed è diventata contenuto: cioè merce, cioè fatturato. Scandalo, indignazione, crescita, donazioni. Il ciclo è documentabile, e l’ho documentato.
Non si combatte un uomo che ha letto correttamente una metrica accusandolo di cattiveria. Bisogna smontare la metrica.
Una scuola nata contro la scuola
Il paradosso che mi ha convinto a scrivere è un altro, e riguarda i ragazzi.
Per un’intera generazione di giovani conservatori americani, Kirk è stato il primo professore politico. E la sua scuola è nata contro la scuola: contro l’università, contro il sapere critico, contro la complessità. Il campus come territorio nemico, l’accademia iscritta d’ufficio nel catalogo degli avversari, il dubbio condannato, la gradualità abolita, il sospetto promosso a virtù.
Per molto tempo ho creduto che lo spegnimento dello spirito critico fosse un danno collaterale di quel metodo. Studiandolo, ho capito che ne è il prodotto. Un giovane che abbia imparato a distinguere, a verificare, a sospendere il giudizio, semplicemente non è arruolabile. La complessità non è un ostacolo alla militanza: ne è l’antidoto. E chi vive di militanza deve, per necessità industriale, distruggere l’antidoto.
Questa è la ragione per cui un educatore non può restare a guardare.
La deriva che mi riguarda come prete
Il cuore del libro, però, non è politico. È teologico, ed è la parte che mi è costata di più.
Il Vangelo non è un marchio identitario. Non è una bandiera tribale da agitare contro altri esseri umani. È una chiamata alla conversione, alla fraternità, alla misericordia. Quando la fede viene manipolata per costruire nemici, quando si confonde il Regno di Dio con i confini di una nazione, quando la retorica prevale sulla carità, il cristianesimo si svuota e diventa ideologia. E un’ideologia che parla il linguaggio della religione finisce sempre, prima o poi, per trasformarsi in idolatria.
Ho dedicato un capitolo intero a mostrare, punto per punto, perché quel cristianesimo identitario sia incompatibile con il cristianesimo storico. Non è una scomunica: è un’analisi. Ma non ho trovato un modo più mite di dirlo, e sospetto che non esista.
Il ragazzo che ha sparato
L’ultima parte è quella in cui avrei potuto guadagnare di più tradendo me stesso.
Sarebbe bastato tirare una riga — lui ha seminato, lui ha raccolto — e avrei avuto applausi. Non l’ho fatto, e non lo farò. Nessuno può essere ritenuto responsabile di un gesto commesso da un estraneo, e Tyler Robinson non è stato incitato da Charlie Kirk.
Quel ragazzo di ventidue anni, appena condannato a morte, non ha lasciato un manifesto. Non apparteneva a un gruppo. Non ha rivendicato nulla. Ha lasciato meme: proiettili incisi con un impasto di battute adolescenziali, ironia da videogioco e slogan antifascisti caricaturali, «Bella ciao» sganciata da qualsiasi contesto storico. Non un’ideologia: un caos culturale. Una mente formata più dagli ecosistemi digitali che dalle comunità reali, più dalla logica dei videogiochi che da quella della politica.
E qui la conclusione, l’unica che non consoli nessuno: la fabbrica dell’odio non produce soltanto chi predica. Produce anche chi spara. L’uno e l’altro sono cresciuti nella stessa serra, dove la politica non è discussione ma adrenalina, non confronto ma performance, non ragionamento ma impulso.
Ogni violenza comincia molto prima del proiettile: comincia quando un nome proprio viene sostituito da un sostantivo collettivo. Puri e impuri, patrioti e traditori, noi e tutti gli altri. Anche il ragazzo che ha premuto il grilletto, sul palco, non ha visto un uomo con una moglie e due figli. Ha visto un’etichetta.
Ciò che non ho voluto dimenticare
Una cosa la devo a quei ragazzi, e l’ho scritta nel libro anche se mi accusa.
Kirk ha intercettato una fame vera: la paura del futuro, l’incertezza, il bisogno di riconoscimento, il desiderio di comunità. Ha offerto loro un’appartenenza che la Chiesa, la scuola e la società non sono riuscite a offrire con altrettanta forza. È l’ammissione più scomoda che contengano queste pagine, ed è anche la sola utile: una scorciatoia identitaria non si sconfigge denunciandola. Si sconfigge offrendo un cammino.
Ho dedicato il volume agli uomini e alle donne degli Stati Uniti che attraversarono l’oceano per liberare l’Europa, e a quell’America generosa e imperfetta costruita da irlandesi, tedeschi, afroamericani liberati dalla schiavitù e da milioni di italiani — tra i quali molti dei miei parenti. La dedica termina con un augurio che è anche la ragione ultima del libro: che non diventiate ciò che un tempo avete combattuto.
Bernard Lonergan, che ho studiato dal primo anno di filosofia nell’Università dei Gesuiti a Napoli, insegnava che la verità non è mai un possesso, ma un cammino: attenzione, comprensione, giudizio, decisione. In un tempo di identità rigide e appartenenze aggressive, tornare a quei quattro passi significa restituire dignità al discorso pubblico e maturità alla politica.
Non ho scritto per condannare, ma per capire. Non per dividere, ma per illuminare. Non contro un uomo, ma per difendere la possibilità che la politica torni a essere un luogo di crescita e non di rabbia, di ricerca e non di slogan.
«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).
Le piccole royalties (circa 3 €) su tutti i miei libri venduti, sono interamente e direttamente versate allo Studentato Internazionale dei Frati Francescani dell’Immacolata in Roma. Acquistare su Amazon questo libro è un modo per aiutare la formazione di futuri sacerdoti per la missione. Un sincero ringraziamento da parte mia e dei miei confratelli.
