Un francescano legge Contro il fascismo di Fidel Castro. Due strumenti che appartengono soltanto alla sua scuola — la difesa scotista del singolare e la teoria francescana dello scambio — dicono di questo libro più di qualunque schieramento: perché il blocco non è il capitalismo portato all’estremo, ma la scomunica di un popolo dal mercato; e perché la pagina più antifascista del volume è quella in cui Fidel si rifiuta di usare un plurale
RECENSIONE: Fidel Castro Ruz, Contro il fascismo, selezione di testi a cura di René González Barrios, Abel Aguilera Vega e Barbara Elena Flores Casamayor; prefazione all’edizione italiana di Rita Martufi, Mirella Madafferi e Luciano Vasapollo; introduzione all’edizione italiana di Beppe Sarno. Centro Fidel Castro Ruz – Delta 3 Edizioni, 2026, 236 pp.
Due arnesi
Da un frate che recensisce un libro come questo ci si aspetta l’arredamento noto: il lebbroso, il sultano, i poveri al centro. Sono cose vere e sono cose comode, e per questo non servono: costano nulla a chi le scrive e non insegnano nulla a chi legge. La scuola francescana possiede però due strumenti seri, e per una coincidenza che non è tale sono entrambi tagliati su misura per quest’antologia. Il primo viene da Giovanni Duns Scoto, e riguarda la domanda che il libro pone fin dal titolo: che cos’è il fascismo. Il secondo viene da Pietro di Giovanni Olivi e da Bernardino da Siena, e riguarda l’oggetto del suo capitolo più importante: che cos’è un blocco economico.
Che cos’è il fascismo: la metafisica del sostantivo collettivo
L’antologia — quarant’anni di discorsi tratti dagli stenogrammi della presidenza cubana, ordinati in quattro capitoli — dà del fascismo una definizione funzionale: non un’epoca conclusa nel 1945, ma la risposta estrema delle classi dominanti quando i mezzi ordinari del consenso non bastano più. È la definizione del Comintern del 1935, e ha il pregio di insegnare a cercare il fascismo nella funzione anziché nel costume. Ma sotto quella definizione politica ne giace una più antica, e su questa la nostra scuola ha qualcosa da dire che nessun’altra può dire con altrettanta autorità.
Contro l’intera tradizione che faceva dell’individuo un semplice esemplare della specie — materia signata quantitate, l’uomo come caso di umanità — Duns Scoto ha sostenuto che la singolarità è una perfezione positiva: l’ultima realtà dell’ente, non un residuo. Non esiste l’uomo: esiste quest’uomo. Dio non crea l’umanità, crea Francesco, crea Chiara, crea questo bambino qui. La haecceitas non è un tecnicismo scolastico: è la difesa metafisica del nome proprio.
Se questo è vero, allora il fascismo — prima che un regime, prima che una funzione del capitale — è un’operazione grammaticale. È la sostituzione del nome proprio con il sostantivo collettivo. Non si uccide Franciszek: si uccidono i polacchi. Non si bombarda una casa: si colpisce il nemico. Non si affama una famiglia: si mette sotto pressione il regime. Ogni sterminio, senza eccezione, è preceduto dal medesimo passaggio: il singolare viene disciolto nel plurale, e il plurale non ha volto, non ha figli, non ha fame. Ha soltanto una definizione. E una definizione si può eliminare.
Ne segue un criterio, e non è morbido: la prova di ogni antifascismo non è la veemenza delle sue accuse, ma la sua capacità di declinare ancora un singolare.
È qui che questo libro raggiunge la sua vetta, e conviene dire dove. L’Avana, 15 settembre 1981, sessantottesima Conferenza dell’Unione Interparlamentare: siamo nell’ora più aspra dello scontro con l’America di Reagan, davanti a una platea che applaudirebbe qualunque anatema. Fidel afferma che il sistema nordamericano non è fascista, e che fascista è la direzione insediatasi sopra la sua struttura. Poi, invece di godersi l’accusa, comincia a togliere: non dirà mai che il popolo nordamericano sia fascista; né le sue istituzioni legislative, né la sua stampa, né le sue organizzazioni sociali, né ciò che resta delle sue nobili tradizioni democratiche.
Si imputa un governo, non un popolo. In una sola pagina, un uomo invaso, bloccato e più volte oggetto di attentati rifiuta il plurale. Non è una cortesia diplomatica: è il punto in cui l’antifascismo smette di essere una parola d’ordine e diventa un discernimento. Ed è, tradotta in politica, la tesi di Scoto: la specie non assorbe l’individuo. Chiunque voglia servirsi di questo libro è vincolato da quella pagina, e chi la salta lo sta leggendo male.
Che cos’è un blocco: la scomunica dal mercato
Il quarto capitolo — il blocco statunitense contro Cuba — è il cuore del volume. Fidel lo chiama guerra economica, e la definizione è esatta. La cornice teorica entro cui la colloca è però quella del suo tempo e del suo partito: il fascismo come estremo strumento di difesa del capitale. Non occorre adottarla per condividerne la condanna. La nostra scuola era arrivata alla stessa conclusione per un’altra strada, e con tre secoli di anticipo su Marx.
Fu Pietro di Giovanni Olivi, alla fine del Duecento, a scrivere il primo trattato occidentale sul prezzo e sul capitale: il valore che nasce dall’incontro di virtuositas, raritas e complacibilitas; il denaro che, affidato al mercante per il bene comune, acquista una ragione seminale, una capacità di fruttificare. Bernardino da Siena, un secolo e mezzo dopo, riprese quelle pagine quasi alla lettera nei suoi sermoni. Giacomo Todeschini ha mostrato che il lessico stesso del mercato — valore, credito, fiducia, investimento — fu forgiato nelle officine della povertà volontaria: furono i frati che avevano rinunciato alla proprietà a pensare per primi che cosa fosse davvero uno scambio.
E che cosa conclusero? Che lo scambio non è una tecnica neutra, ma un vincolo civile: è lecito nella misura in cui serve il bene comune, e diventa illecito quando si trasforma in strumento di dominio. Da qui il peccato capitale di quella grammatica, che non è il prezzo alto: è l’esclusione. È la fabbricazione dell’infame, del sospetto, di colui con il quale non si commercia e al quale non si presta — il non-uomo civile, che Todeschini ha descritto come la vera creatura della crudeltà economica. Contro quella fabbricazione gli Osservanti inventarono i Monti di pietà, a Perugia, nel 1462: non per fare beneficenza, ma per riammettere nel cerchio del credito chi ne era stato espulso.
Si legga ora, con questo lessico in mano, il capitolo quarto. Le pressioni sul Giappone, sull’Inghilterra, sull’Italia, sulla Germania federale perché non acquistino nichel cubano né acciai che lo contengano. L’ostruzione sistematica a qualunque rinegoziazione del debito estero dell’isola. E, in fondo alla scala, la frase che riassume tutto: a Cuba non si può vendere nemmeno un’aspirina per un mal di testa, né il farmaco che allevierebbe l’agonia di un malato terminale.
Ecco: questo non è il mercato. È la sospensione del mercato come castigo. È una civiltà che proclama lo scambio libero come proprio principio fondativo e lo revoca per punire. Nella nostra tradizione l’operazione ha un nome, e non è “capitalismo”: è la scomunica di un popolo dal cerchio dello scambio, la riduzione di un’intera nazione alla condizione di infamia — quelli con cui è proibito trattare. È l’immagine speculare dell’usura: l’usuraio dissangua il povero prestandogli, il blocco lo uccide rifiutandogli di vendere. Entrambi fanno del contratto, che è un legame, una macchina d’assedio.
Un frate, per dire questo, non ha bisogno di prendere in prestito una sola categoria da Mosca. Gli bastano Olivi e Bernardino.
Si può ancora dire “fascismo”, oggi?
Alfonso Bruno
Sì: ogni volta che un nome proprio
viene sostituito da una categoria
Weyler, Auschwitz, un numero
C’è un punto in cui questo libro tocca casa nostra, e lo tocca senza saperlo. È l’introduzione cubana di René González Barrios, che ricostruisce la reconcentración di Valeriano Weyler — mezzo milione di persone rinchiuse, oltre trecentomila morti secondo stime prudenti, in maggioranza donne, vecchi e bambini — e la indica come l’antecedente dei campi europei: Auschwitz, Dachau, Mauthausen, Treblinka. Nel secondo capitolo si scopre poi che le citazioni su Weyler non vengono dagli anni Sessanta: sono del 1992 e del 1993, cioè del período especial. Fidel, mentre il blocco si inasprisce, rifiuta il paragone corrente con l’Emendamento Platt e ne cerca uno più esatto: la riconcentrazione, dice, la formula diabolica di piegare un popolo con la fame.
Piegare un popolo con la fame. Il frate che legge questa frase non può proseguire come se nulla fosse, perché quella lunga genealogia — Weyler, i campi, la fame come strumento politico — termina esattamente dove sta la nostra casa.
Ad Auschwitz la definizione del fascismo fu scritta senza aggettivi: un uomo cessò di avere un nome e ricevette un numero. E in quel medesimo luogo, nel luglio del 1941, un frate minore conventuale diede alla domanda posta da questo libro la risposta definitiva — e non fu un discorso, né una dottrina, né un’antologia. Fu un nome. Uscì dalla fila e chiese di prendere il posto di Franciszek Gajowniczek, perché quell’uomo aveva moglie e figli.
S. Massimiliano Kolbe non sconfisse il nazionalsocialismo con una contro-ideologia. Invertì l’operazione grammaticale: restituì un nome proprio nel punto esatto in cui i nomi erano stati aboliti. Vi entrò al posto di un altro come numero 16670, e ci morì di fame — nel bunker della fame — affinché Franciszek Gajowniczek potesse continuare a chiamarsi Franciszek Gajowniczek.
Non si paragona il martire al politico, e non è questo il punto. Il punto è che la regola è una sola, e che si riconosce ovunque compaia: nel bando del conte di Valmaseda che nel 1869 minaccia di morte chiunque non si schieri — chi non è con me è contro di me —, nella fame di Weyler, nel numero tatuato, e per contrasto nell’uomo che a L’Avana, nel 1981, si vieta di dire che un popolo sia fascista. Da una parte si moltiplicano i plurali. Dall’altra, ostinatamente, si pronuncia un singolare.
E stanotte
Il blocco funziona così: fabbricando plurali. Il regime, l’isola, i cubani. Le statistiche non hanno un nome, e una nazione è il sostantivo collettivo perfetto — permette di togliere l’aspirina a un volto che non si vedrà mai.
Stanotte, mentre scrivo, Cuba è al buio: dodici, quindici, venti ore di blackout; la rete elettrica nazionale collassata per l’ennesima volta; le farmacie vuote e il paracetamolo al mercato nero; un bambino il cui intervento è rimandato per mancanza di ossigeno. I vescovi cubani hanno denunciato il rischio che il tessuto sociale si spezzi, e Leone XIV ha chiesto che si eviti ogni azione capace di aumentare le sofferenze di quel popolo. Quel bambino ha un nome. Tutta l’efficienza del blocco riposa sul fatto che noi non lo sapremo mai.
Si può ancora dire “fascismo”, oggi? Sì: ogni volta che un nome proprio viene sostituito da una categoria. E ogni volta che accade, la risposta resta quella data nel Blocco 13 — fare un passo avanti e pronunciare un nome.
