Trump annuncia di voler prendere il controllo dello Stretto e ripristina il blocco contro l’Iran. Teheran risponde colpendo le basi americane nel Golfo, mentre gli Houthi sequestrano un aereo della Croce Rossa e il suo equipaggio: il conflitto si propaga lungo tutte le rotte del Medio Oriente

La guerra tra Stati Uniti e Iran non ha più un solo fronte. Mentre le esplosioni tornano a scuotere Bandar Abbas, Qeshm, Jask e Sirik, centinaia di chilometri più a sud gli Houthi aprono un nuovo capitolo dell’escalation sequestrando un aereo del Comitato internazionale della Croce Rossa e trattenendo il pilota e il copilota. Hormuz e Sana’a sembrano episodi distinti, ma appartengono ormai alla stessa strategia: moltiplicare i punti di crisi fino a rendere impossibile separare la guerra principale dalle sue ramificazioni regionali.

Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro installazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz. Il Comando centrale americano afferma di aver colpito radar costieri, sistemi di difesa aerea, strutture missilistiche, droni, imbarcazioni e impianti per la manutenzione navale. Per la prima volta Washington avrebbe impiegato in combattimento anche droni marini, segnalando che il conflitto sta diventando non soltanto più esteso, ma tecnologicamente più complesso.

Teheran accusa gli Stati Uniti di aver distrutto gli sforzi diplomatici e violato il memorandum d’intesa raggiunto appena poche settimane prima. Rivendica inoltre attacchi contro obiettivi militari americani in Giordania, Bahrein e Kuwait, mentre avverte i Paesi della regione che qualsiasi sostegno logistico a Washington sarà considerato una partecipazione alla guerra.

È però Donald Trump a imprimere alla crisi il linguaggio più esplicitamente imperiale. Il presidente americano non si limita a sostenere che gli Stati Uniti garantiranno la libertà di navigazione. Afferma che Washington sta «prendendo il controllo» dello Stretto, che tornerà a bloccare le navi iraniane e quelle dei clienti di Teheran e che potrà riscuotere un compenso dalle imbarcazioni alle quali assicurerà il passaggio.

«Stiamo comandando l’Iran a bacchetta», ha dichiarato, descrivendo l’offensiva come il rovesciamento di quarantasette anni di umiliazioni americane. La guerra, nelle sue parole, non appare più come l’estrema risposta a una minaccia concreta, ma come una resa dei conti con la rivoluzione del 1979 e con tutto ciò che ne è seguito.

Il problema è che Hormuz non è un canale americano né iraniano. È uno stretto utilizzato dalla navigazione internazionale, essenziale per il commercio energetico mondiale. Trasformarlo in un posto di blocco militare o in un casello marittimo significa sostituire il diritto internazionale con il diritto della flotta più potente.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ricordato che non esiste alcuna base giuridica per imporre un pedaggio obbligatorio al semplice transito. L’Unione europea chiede che lo Stretto venga riaperto senza tariffe; la Cina invoca il ripristino della navigazione; l’Oman ribadisce che la libertà di passaggio deve essere garantita nel rispetto del diritto internazionale. Ma le parole della diplomazia vengono sommerse da quelle delle armi.

Anche la risposta iraniana contiene una pretesa di dominio. Teheran si proclama custode permanente di Hormuz e rivendica il diritto di intervenire contro le navi che considera in transito illegale. I Pasdaran hanno già esploso colpi di avvertimento contro due imbarcazioni e l’Iran lascia intendere di poter amministrare il passaggio come un servizio sottoposto alla propria sovranità.

È paradossale che Washington e Teheran, pur combattendosi, finiscano per condividere la stessa concezione dello Stretto. Entrambe pretendono di esserne il garante esclusivo; entrambe trasformano la sicurezza in una forma di controllo; entrambe subordinano la libertà di navigazione alla propria autorità militare. La divergenza riguarda chi debba esercitare il dominio, non la necessità di sottrarre Hormuz a ogni appropriazione unilaterale.

Il traffico navale è già crollato. Alcune navi transitano con i sistemi di localizzazione spenti, altre attendono istruzioni, mentre gli armatori cercano rotte meno esposte. Lo Stretto rimane geograficamente aperto, ma politicamente è già quasi chiuso. Non servono mine o relitti per bloccare una via marittima: basta che il rischio diventi superiore alla convenienza di attraversarla.

La crisi si allarga perché l’Iran non combatte soltanto attraverso le proprie forze armate. Intorno a Teheran opera una costellazione di gruppi alleati che permette alla Repubblica islamica di spostare la pressione da un teatro all’altro. Gli Houthi dello Yemen costituiscono uno degli strumenti più pericolosi di questa strategia regionale.

L’attacco contro l’aeroporto di Sana’a, compiuto per impedire l’atterraggio di un velivolo iraniano, ha offerto ai ribelli yemeniti il pretesto per riaprire il fronte contro l’Arabia Saudita. Gli Houthi hanno minacciato di colpire le infrastrutture vitali saudite e alcuni missili sarebbero già stati lanciati verso l’aeroporto di Abha e la base militare Re Khalid.

Ma l’atto più inquietante è avvenuto lontano dalle installazioni militari. Secondo il governo yemenita riconosciuto internazionalmente, gli Houthi hanno sequestrato un aereo della Croce Rossa, impedendone il decollo e trattenendo il pilota e il copilota. Un mezzo umanitario e il suo equipaggio diventano così ostaggi di una contesa tra Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti.

È un salto di qualità. Le forze in campo non si limitano più a colpire aeroporti, basi o infrastrutture. Entrano nello spazio protetto dell’azione umanitaria e lo trasformano in merce di scambio. Quando viene sequestrato un velivolo della Croce Rossa, non si esercita pressione soltanto sull’avversario: si colpisce il principio secondo il quale, anche durante la guerra, deve esistere un territorio sottratto alla rappresaglia.

Il pilota e il copilota non sono combattenti. Non rappresentano il governo americano, quello saudita o quello yemenita. Sono operatori di una missione la cui neutralità dovrebbe consentire di raggiungere feriti, detenuti e civili senza diventare bersaglio delle parti. Trattenerli significa usare persone estranee al conflitto come leva politica.

Gli Houthi cercano probabilmente di dimostrare che nessuna decisione assunta contro di loro rimarrà senza conseguenze. Ma la scelta di colpire la Croce Rossa rivela anche la logica propria delle milizie alleate di Teheran: rispondere alla superiorità militare degli avversari allargando il campo della vulnerabilità. Se non possono competere sul piano delle flotte e dell’aviazione, possono minacciare aeroporti, rotte commerciali, infrastrutture civili e organizzazioni internazionali.

È questa la connessione profonda tra Sana’a e Hormuz. Nello Stretto, Trump vuole mostrare che gli Stati Uniti possono controllare il mare e selezionare chi abbia diritto a passare. Nello Yemen, gli Houthi mostrano di poter bloccare un aereo umanitario e trasformarne l’equipaggio in ostaggio. Cambiano le dimensioni degli attori, ma non la logica: il controllo dei passaggi diventa controllo delle persone.

La stessa guerra viene combattuta sui diversi colli di bottiglia della regione. Hormuz regola l’uscita del petrolio dal Golfo; il Mar Rosso condiziona i traffici verso Suez; gli aeroporti yemeniti controllano collegamenti e rifornimenti; le basi americane disseminate tra Giordania, Kuwait e Bahrein costituiscono la struttura militare della presenza occidentale. Chi riesce a interrompere uno di questi nodi acquisisce una forza superiore alla propria consistenza territoriale.

L’Iran conosce bene questa geografia. Non potrebbe sconfiggere frontalmente gli Stati Uniti, ma può rendere instabile l’intero sistema regionale. Può minacciare Hormuz direttamente e, attraverso gli Houthi, aumentare il rischio nel Mar Rosso e nella penisola arabica. Può colpire le basi americane senza dichiarare guerra ai Paesi che le ospitano, sostenendo che si tratta soltanto di azioni difensive.

Washington risponde con una potenza militare incomparabilmente superiore, ma rischia di cadere nella trappola dell’espansione. Ogni raid contro l’Iran crea nuovi obiettivi americani nella regione. Ogni blocco navale spinge Teheran a usare le proprie reti alleate. Ogni dichiarazione trionfalistica di Trump rafforza i settori iraniani che considerano il negoziato una maschera dietro la quale gli Stati Uniti preparano l’umiliazione definitiva del regime.

Il presidente americano afferma che l’Iran non possiede più nulla e che gli Stati Uniti controllano ormai lo Stretto. Eppure, proprio mentre pronuncia queste parole, i missili iraniani raggiungono gli spazi aerei dei Paesi alleati, il traffico commerciale si dimezza e gli Houthi riaprono il fronte yemenita. La superiorità militare non coincide necessariamente con il controllo politico.

Prendere il controllo di Hormuz significa infatti assumersi la responsabilità di ogni nave, ogni incidente e ogni provocazione. Basta un missile identificato male, un drone sfuggito ai radar o un comandante locale troppo zelante perché una missione di protezione diventi uno scontro diretto. Più Trump proclama di possedere lo Stretto, più ogni atto ostile al suo interno diventa una sfida personale all’autorità americana.

Anche il blocco contro le navi iraniane e i loro «clienti» apre una zona di pericolosa indeterminatezza. Chi è un cliente dell’Iran? Una compagnia che acquista petrolio? Una nave che ha attraccato in un porto iraniano? Uno Stato che rifiuta di aderire alle sanzioni americane? Una categoria tanto vaga può estendere la coercizione ben oltre la Repubblica islamica e trasformare la libertà di navigazione in un privilegio concesso da Washington.

Il linguaggio del profitto rende il quadro ancora più grave. Presentare la protezione militare come un servizio a pagamento significa confondere la sicurezza collettiva con una concessione commerciale. Gli Stati Uniti non sarebbero più soltanto il garante della navigazione, ma il gestore di una rotta mondiale dalla quale ricavare rendite. È un’idea che l’Iran, con sorprendente simmetria, sembra voler imitare quando rivendica il proprio ruolo di custode e discute l’equità di eventuali compensi.

Così, mentre le due potenze si accusano reciprocamente di pirateria, ciascuna immagina una propria dogana armata. Trump vuole decidere chi può entrare e uscire dai porti iraniani; Teheran vuole decidere chi può attraversare le acque prossime alle sue coste. Il mare, che dovrebbe unire, viene frazionato in zone di obbedienza.

Nel frattempo, due piloti della Croce Rossa restano trattenuti nello Yemen. È forse l’episodio quantitativamente più piccolo di questa giornata, ma moralmente il più rivelatore. Le grandi potenze discutono di sovranità, blocchi e diritti di transito; due uomini diventano strumenti di pressione perché si trovavano a bordo di un aereo umanitario.

È spesso così che la guerra mostra il proprio volto autentico. Non nelle mappe sulle quali i presidenti tracciano corridoi marittimi, ma nella vulnerabilità di chi non ha alcun potere sulle decisioni che lo hanno reso ostaggio. Il pilota e il copilota della Croce Rossa sono il punto in cui la strategia regionale dell’Iran, la rappresaglia degli Houthi e il conflitto americano cessano di essere astrazioni geopolitiche.

La Croce Rossa dovrebbe rappresentare ciò che resta dell’umanità quando gli Stati hanno smesso di parlarsi. Colpirla o usarla come leva significa distruggere anche l’ultima possibilità di mantenere aperti canali minimi tra i belligeranti. Se persino chi soccorre può essere preso in ostaggio, nessuna neutralità è più riconosciuta e nessuna missione può sentirsi al sicuro.

Gli Houthi rischiano così di trasformarsi da forza regionale sostenuta dall’Iran in moltiplicatore incontrollabile della guerra. Teheran può considerarli uno strumento di pressione, ma ogni milizia possiede una propria agenda, una propria leadership e un proprio bisogno di legittimazione. Le guerre per procura sono utili finché rimangono controllabili; diventano catastrofiche quando gli alleati minori iniziano a scegliere autonomamente obiettivi e tempi.

Gli Stati Uniti, da parte loro, dovrebbero comprendere che la potenza non consente di amministrare indefinitamente tutte le conseguenze dell’escalation. Si può colpire una base navale iraniana e distruggere alcuni radar. Non si può impedire che la risposta venga trasferita in Yemen, contro una base in Kuwait, nello spazio aereo giordano o ai danni di un’organizzazione umanitaria.

La guerra di Hormuz non rimarrà a Hormuz. È questa la lezione che emerge dalle ultime ore. Ogni bombardamento nello Stretto può riaccendere il fronte yemenita; ogni attacco degli Houthi può coinvolgere l’Arabia Saudita; ogni missile diretto contro una base americana può trascinare nel conflitto il Paese che la ospita. La regione non è una somma di crisi separate, ma un sistema di micce collegate.

Per questo le parole di Trump sul controllo dello Stretto sono tanto pericolose. Non descrivono soltanto un’operazione militare: promettono un ordine regionale fondato sull’imposizione. Ma un ordine imposto dalle portaerei deve continuamente dimostrare la propria superiorità. Ogni resistenza richiede una nuova risposta, ogni risposta un nuovo bersaglio, ogni bersaglio un altro fronte.

Teheran e i suoi alleati perseguono una logica speculare. Non potendo prevalere, cercano di rendere il costo del predominio americano insostenibile. Hormuz viene chiuso, le basi attaccate, le rotte minacciate, gli aeroporti bloccati e perfino un aereo della Croce Rossa sequestrato. Non è una strategia di vittoria: è una strategia di diffusione del danno.

Fra la volontà americana di comandare e quella iraniana di rendere ingovernabile la regione, scompaiono il diritto internazionale, la diplomazia e la protezione dei civili. Rimane una geografia di passaggi obbligati trasformati in armi: lo Stretto per le navi, gli aeroporti per gli aerei, le basi per gli alleati, gli ostaggi per la propaganda.

Hormuz è il centro visibile della crisi, ma Sana’a ne mostra la conseguenza più oscura. Trump può proclamare di controllare il mare; gli Houthi rispondono dimostrando che nessuno controlla davvero l’incendio una volta che esso comincia a propagarsi.

Mentre Trump annuncia di voler controllare Hormuz, bloccare le navi iraniane e far pagare il passaggio, la guerra si estende fino allo Yemen, dove gli Houthi sostenuti da Teheran hanno sequestrato un aereo della Croce Rossa e trattenuto i suoi due piloti. Dallo Stretto agli aeroporti di Sana’a, la stessa logica trasforma le vie di comunicazione in strumenti di dominio e gli uomini in ostaggi della geopolitica.