La consacrazione episcopale annunciata dai redentoristi transalpini mostra il punto estremo di una deriva che attraversa parte del tradizionalismo cattolico: trasformare la fedeltà al passato in un tribunale contro il Papa, fino a separarsi dalla vera Chiesa di Cristo fondata sulla roccia di Pietro

La consacrazione episcopale senza mandato pontificio annunciata per il 25 luglio dai cosiddetti redentoristi transalpini non è un incidente periferico né una semplice controversia disciplinare. È il sintomo di una malattia ecclesiale più vasta: la pretesa, coltivata in alcuni ambienti tradizionalisti, di poter difendere la Chiesa contro la Chiesa, custodire la Tradizione contro il Papa e conservare la fede cattolica spezzando la comunione con colui al quale Cristo ha affidato il compito di confermare i fratelli.

I Figli del Santissimo Redentore intendono consacrare vescovo il loro fondatore, padre Michael Mary Sim, senza il mandato del Romano Pontefice e mediante l’intervento di un vescovo sedevacantista. L’atto arriva poche settimane dopo le nuove consacrazioni illecite compiute dalla Fraternità San Pio X. Il parallelismo è evidente: gruppi che dichiarano di voler salvare la Tradizione finiscono per costruire gerarchie autonome, arrogandosi un’autorità che Cristo non ha consegnato a comunità private, ma alla Chiesa apostolica unita attorno a Pietro.

La questione non riguarda anzitutto la liturgia antica, il latino o una legittima sensibilità spirituale. Riguarda il cuore stesso della fede cattolica. La Chiesa non è una federazione di comunità che riconoscono il Papa finché ne approvano le decisioni. Non è un’associazione ideologica nella quale ciascun gruppo stabilisce quale pontefice sia autentico, quali concili debbano essere accolti e quali atti del magistero possano essere ignorati. È il Corpo di Cristo, visibile e gerarchico, edificato sulla pietra di Pietro.

Cristo non disse a Pietro: «Tu sei pietra finché i tuoi successori soddisferanno le aspettative di tutti». Non gli affidò le chiavi a condizione che ogni sua scelta fosse gradita alle diverse scuole teologiche. Pregò per lui affinché la sua fede non venisse meno e gli comandò: «Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». La funzione petrina non è dunque un accessorio amministrativo, ma un elemento costitutivo della Chiesa voluta da Cristo.

È proprio questo che una parte del tradizionalismo rischia di dimenticare. Si proclama l’assoluta fedeltà alla dottrina, ma si relativizza il primato di Pietro. Si esalta la continuità apostolica, ma ci si attribuisce il diritto di giudicare definitivamente il Papa. Si denuncia il soggettivismo moderno, per poi esercitare il più radicale degli atti soggettivi: decidere privatamente che il pontefice non è più pontefice e che la Chiesa visibile ha cessato di essere la vera Chiesa.

Il caso dei redentoristi transalpini è particolarmente istruttivo. La comunità, fondata in ambiente lefebvriano, aveva intrapreso un cammino di riconciliazione con Roma e ottenuto nel 2012 un riconoscimento canonico nella diocesi di Aberdeen. Aveva dimostrato che era possibile custodire la spiritualità di sant’Alfonso, celebrare secondo il rito antico e vivere una disciplina rigorosa senza rompere la comunione ecclesiale.

Quella strada è stata poi abbandonata. Prima sono giunte le contestazioni contro alcuni documenti del pontificato di Francesco, poi il rifiuto delle restrizioni liturgiche, quindi la denuncia di una presunta infiltrazione anticattolica nelle strutture ecclesiali. Infine, il salto decisivo: Leone XIV non sarebbe realmente Papa.

A quel punto non siamo più davanti a una critica interna alla Chiesa. Siamo davanti alla costruzione di una Chiesa alternativa. Quando una comunità si attribuisce il potere di dichiarare vacante la Sede apostolica, di scegliere un proprio vescovo e di garantirsi autonomamente la successione gerarchica, essa non sta semplicemente disobbedendo a un atto pontificio. Sta sostituendo il proprio giudizio all’autorità della Chiesa universale.

Il sedevacantismo è la conseguenza estrema, ma non illogica, di una mentalità diffusa in alcuni settori tradizionalisti. Si comincia contrapponendo il magistero precedente a quello presente. Si prosegue distinguendo tra una Chiesa eterna, idealizzata, e una Chiesa concreta, giudicata corrotta. Si finisce sostenendo che la vera Chiesa sopravvivrebbe soltanto in piccoli gruppi capaci di conservare la purezza perduta da Roma.

È un processo spiritualmente pericoloso perché si alimenta di una falsa idea di fedeltà. Lo scismatico raramente pensa di aver abbandonato la Chiesa. È convinto che sia stata la Chiesa visibile ad abbandonare la verità e che lui, separandosi, sia rimasto l’unico realmente fedele. La rottura viene reinterpretata come testimonianza, l’isolamento come purezza, la disobbedienza come coraggio.

Ma la vera Tradizione cattolica non è la conservazione immobile di un’epoca storica. È la vita della Chiesa trasmessa dagli apostoli, sotto la guida dello Spirito Santo, nella comunione dei vescovi con il successore di Pietro. Non esiste una Tradizione autentica che possa essere usata contro il principio vivente dell’unità ecclesiale. Una tradizione che recide Pietro cessa di essere cattolica, anche quando conserva perfettamente forme liturgiche, paramenti e formule dottrinali.

È significativo che proprio quanti accusano la Chiesa contemporanea di protestantizzazione finiscano talvolta per adottare un principio radicalmente protestante: il giudizio privato posto al di sopra dell’autorità ecclesiale. Il singolo o il gruppo decide quale Papa sia legittimo, quale concilio sia vincolante, quale insegnamento sia cattolico. Roma viene riconosciuta solo quando conferma ciò che il gruppo ha già stabilito.

Si giunge così a una contraddizione insanabile. Si contesta la modernità perché avrebbe dissolto l’autorità, ma si dissolve l’autorità papale. Si accusa il mondo contemporaneo di individualismo, ma si trasforma la propria coscienza ecclesiologica in criterio supremo. Si denuncia il relativismo, ma si rende relativa l’obbedienza al Pontefice.

Anche la consacrazione di un vescovo viene ridotta, in questa logica, a una necessità tecnica. Occorrono sacerdoti, cresime, ordinazioni e continuità sacramentale; dunque bisogna procurarsi un vescovo. Ma il vescovo cattolico non è un dispensatore autonomo di sacramenti. È membro del collegio episcopale e partecipa alla missione apostolica nella comunione gerarchica con il Romano Pontefice.

Una successione apostolica separata dalla comunione rischia di diventare una catena materiale di imposizioni delle mani, svuotata della sua verità ecclesiale. Non basta possedere una consacrazione sacramentalmente valida per edificare la Chiesa. Anche nella storia degli scismi vi sono stati vescovi validamente ordinati, ma separati dall’unità cattolica. La validità sacramentale non trasforma la separazione in fedeltà.

Il tradizionalismo più radicale tende invece a ridurre la Chiesa a un deposito da conservare e a una serie di riti da riprodurre. Ma la Chiesa non è un museo sacrale. È un popolo vivente, radunato attorno all’Eucaristia, ai vescovi e al successore di Pietro. Non può essere ricostruita in laboratorio da chi ritiene ormai decaduta l’intera gerarchia visibile.

Vi è poi una responsabilità grave da parte dei leader di questi movimenti. Molti fedeli che frequentano cappelle tradizionaliste non possiedono gli strumenti teologici e canonici per valutare la portata di una consacrazione illecita o di una dichiarazione sedevacantista. Cercano una liturgia raccolta, una predicazione chiara, un’educazione cristiana per i figli. Possono essere progressivamente condotti dalla preferenza liturgica alla sfiducia verso i vescovi, dalla sfiducia verso i vescovi al disprezzo del Papa, dal disprezzo del Papa alla separazione formale.

È una pedagogia della rottura. Il linguaggio è spesso quello dell’emergenza: la Chiesa sarebbe occupata, la fede minacciata, i sacramenti compromessi, la Tradizione perseguitata. In una situazione tanto eccezionale, ogni disobbedienza apparirebbe giustificata. Ma quando lo stato di necessità dura decenni e viene proclamato unilateralmente da chi ne trae legittimazione, esso diventa il fondamento permanente di una contro-Chiesa.

Non si può negare che nella Chiesa contemporanea esistano confusioni, abusi liturgici, ambiguità pastorali e crisi di autorità. La fedeltà cattolica non esige cecità né adulazione. Si può criticare un documento, chiedere chiarimenti, resistere con rispetto a decisioni ritenute dannose, richiamare la continuità del magistero. Ma tutto ciò deve avvenire dentro la comunione, non mediante la creazione di una gerarchia concorrente.

La distinzione è decisiva. Un figlio può soffrire per le decisioni del padre, interrogarlo e perfino ammonirlo con rispetto. Non per questo può dichiarare che il padre non è più suo padre e costituire autonomamente un’altra famiglia. Allo stesso modo, il cattolico può vivere tensioni reali con alcune scelte ecclesiali, ma non può trasformare tali tensioni nel diritto di abolire Pietro.

Il pericolo che oggi corre il mondo tradizionalista è proprio quello di confondere la difesa della Tradizione con il rifiuto della Chiesa reale. Più si assolutizza una forma liturgica o una determinata stagione storica, più tutto ciò che viene dopo appare come decadenza. Il Concilio diventa una frattura totale, la riforma liturgica un tradimento, i pontefici postconciliari occupanti illegittimi. A quel punto l’uscita dalla comunione non è più percepita come una catastrofe, ma come una conclusione coerente.

La consacrazione annunciata a Papa Stronsay mostra dove conduce questa logica. Una piccola comunità si ritiene ormai autorizzata a dichiarare inesistente il pontificato, a scegliersi un vescovo e a organizzare la propria continuità ecclesiale. È il trionfo dell’autoreferenzialità religiosa: si pretende di salvare la Chiesa riducendola alle dimensioni del proprio gruppo.

Roma deve essere ferma. Non per vendicarsi, ma per difendere i fedeli e la verità della comunione. Una consacrazione episcopale senza mandato pontificio non può essere minimizzata come un gesto tradizionale o una misura prudenziale. È una grave ferita all’unità e una sfida diretta alla costituzione divina della Chiesa.

Ma alla fermezza deve accompagnarsi una seria azione pastorale. I fedeli legati alla liturgia tradizionale e sinceramente desiderosi di restare cattolici non devono essere abbandonati. Occorre mostrare loro che l’amore per la tradizione liturgica non impone la dipendenza culturale e spirituale dal lefebvrismo. La Messa antica non appartiene agli scismatici. La dottrina cattolica non appartiene ai sedevacantisti. La riverenza, il silenzio e la disciplina non sono proprietà di chi disobbedisce al Papa.

È necessario soprattutto smascherare una falsificazione: non è più cattolico chi grida più forte contro Roma. Non è più fedele chi giudica eretici tutti gli altri. Non è più tradizionale chi si separa. La cattolicità si riconosce nell’integrità della fede, nella vita sacramentale, nella carità e nella comunione con Pietro.

La Chiesa ha attraversato pontificati difficili, crisi dottrinali, scandali morali e stagioni di decadenza. Non è mai stata salvata da chi si è proclamato unica Chiesa rimasta. È stata riformata dai santi, i quali hanno sofferto dentro di essa, l’hanno ammonita e servita, senza sostituirsi al suo fondamento apostolico.

San Francesco non volle fondare una Chiesa più pura contro quella del suo tempo. Santa Caterina da Siena parlò con libertà ai pontefici, ma chiamandoli «dolce Cristo in terra». Sant’Alfonso, al quale i redentoristi transalpini dicono di ispirarsi, visse prove dolorose e incomprensioni senza trasformare la sofferenza in scisma. La santità riforma mediante l’obbedienza crocifissa, non attraverso la costruzione di altari contrapposti.

I tradizionalisti devono dunque interrogarsi con onestà. La loro battaglia conduce a un amore più profondo per tutta la Chiesa oppure a un disprezzo crescente per il Papa, i vescovi e i fedeli comuni? Custodisce il deposito della fede oppure alimenta la convinzione di essere gli unici puri? Genera comunione oppure comunità sempre più piccole, ognuna pronta a scomunicare la precedente perché non abbastanza radicale?

Il rischio non è teorico. È quello di uscire dalla vera Chiesa di Cristo credendo di esserne gli ultimi difensori. È la tragedia ecclesiale più grande: conservare le forme del cattolicesimo e perdere la comunione cattolica; invocare Roma e rifiutarne il vescovo; esaltare Pietro e disobbedire al suo successore.

Un vescovo consacrato senza Pietro potrà indossare la mitra, impugnare il pastorale e ordinare nuovi sacerdoti. Ma non potrà sostituire la promessa di Cristo: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». La Chiesa non è costruita sulla purezza autoproclamata di una minoranza. È edificata sulla fede apostolica confessata da Pietro e custodita nella comunione con colui che, per mandato del Signore, conferma i fratelli.

La deriva dei redentoristi transalpini non riguarda soltanto una piccola comunità scozzese. È un avvertimento rivolto a tutto il tradizionalismo: chi trasforma la Tradizione in un’arma contro il Papa rischia di conservare i riti e perdere la Chiesa. Non vi è cattolicità senza Pietro, né vera fedeltà a Cristo nella separazione da colui al quale Cristo ha affidato le chiavi e il compito di confermare i fratelli nella fede.