A Parigi nasce lo scudo antibalistico europeo e si annunciano esercitazioni nei Paesi confinanti con l’Ucraina. Macron parla di libertà da difendere “a costo del sangue”, Zelensky chiede missili quotidiani, Putin promette rappresaglie più potenti: l’Europa dice di voler portare Mosca al negoziato, ma continua ad avvicinarsi alla soglia dello scontro diretto

L’Europa sostiene di preparare la pace, ma organizza esercitazioni militari. Dice di voler portare Vladimir Putin al tavolo delle trattative, ma costruisce uno scudo antibalistico, aumenta le sanzioni, amplia la produzione di armi e pianifica il futuro dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina. Invoca il cessate il fuoco, mentre ogni decisione concreta appartiene alla grammatica della guerra.

La riunione parigina della Coalizione dei Volenterosi mostra con particolare chiarezza questa contraddizione. Francia e Regno Unito guidano un gruppo ormai esteso a decine di Paesi; nove nazioni europee, insieme all’Ucraina, hanno inoltre avviato un progetto comune di difesa contro i missili balistici. L’iniziativa mira a realizzare un’architettura integrata capace di proteggere Kiev e, in prospettiva, l’intero continente. Macron ha annunciato anche esercitazioni della forza multinazionale nei Paesi confinanti con l’Ucraina, in preparazione di un eventuale dispiegamento successivo a una tregua.  

Tutto viene definito “puramente difensivo”. È la formula rituale con la quale le potenze descrivono ogni nuovo passo verso l’escalation. Anche l’allargamento della Nato è difensivo; le sanzioni sono difensive; i missili sono difensivi; le esercitazioni sono difensive; le forze multinazionali sono difensive. Il problema è che la Russia osserva il quadro complessivo, non le intenzioni dichiarate da ciascun governo europeo.

Dal punto di vista di Mosca, esercitare truppe nei Paesi limitrofi all’Ucraina per convalidare piani di dispiegamento significa preparare materialmente l’ingresso di forze occidentali nello spazio del conflitto. Che ciò avvenga dopo un cessate il fuoco non elimina il problema, perché la Russia considera proprio la presenza militare occidentale in Ucraina una delle questioni centrali della guerra. Preparare oggi quella presenza significa inserirla anticipatamente nel calcolo strategico del Cremlino.

Questo non rende legittima l’invasione russa né cancella la responsabilità primaria di Mosca nell’aggressione del 2022. Significa però riconoscere un fatto elementare che il dibattito europeo tende a rimuovere: una politica può essere moralmente comprensibile e, nello stesso tempo, strategicamente pericolosa.

Proteggere i civili ucraini dai missili russi è un obiettivo giusto. Fingere che la costruzione di un sistema militare europeo sempre più integrato non abbia conseguenze sulla percezione della minaccia russa è invece una forma di autoinganno.

Zelensky afferma che più intercettori possiederà l’Ucraina, più facilmente Putin sarà costretto a negoziare. L’argomento ha una sua logica: se la Russia non riuscirà più a usare i missili balistici come strumento di coercizione, perderà un vantaggio importante. Ma questa è soltanto metà del ragionamento. L’altra metà è che Mosca potrebbe reagire aumentando il numero dei vettori, modificandone le traiettorie, accelerando la produzione o colpendo le infrastrutture dalle quali dipende lo scudo.

Nella dinamica della deterrenza, ogni difesa genera una contromisura offensiva. Ogni scudo produce una spada più sofisticata. È accaduto durante la Guerra fredda e continua ad accadere oggi. Presentare la difesa antimissile come una tecnologia capace di avvicinare automaticamente la pace significa ignorare che il nemico non rimane immobile davanti al nostro rafforzamento.

Putin ha già annunciato rappresaglie “molto più potenti” contro i raid ucraini in territorio russo. Le sue parole sono minacciose e irresponsabili, ma non giungono nel vuoto. Gli attacchi di Kiev si sono spinti sempre più in profondità, colpendo infrastrutture energetiche, navi e obiettivi nelle regioni russe. Una nuova ondata di droni sulla regione di Mosca ha provocato tre morti e diversi feriti.  

La guerra sta dunque mutando natura. Per lungo tempo l’Occidente ha descritto il sostegno all’Ucraina come un modo per permetterle di difendere il proprio territorio. Oggi Kiev colpisce regolarmente molto oltre la linea del fronte e gli alleati contribuiscono a costruire capacità industriali, tecnologiche e operative destinate a sostenere questa strategia.

La distinzione tra difesa dell’Ucraina e guerra alla Russia diventa progressivamente più sottile. Non scompare ancora sul piano formale, ma si indebolisce su quello sostanziale. Se armamenti occidentali, informazioni occidentali, tecnologie occidentali e addestramento occidentale vengono utilizzati per colpire in profondità il territorio russo, Mosca tenderà inevitabilmente a considerare i fornitori non più soltanto sostenitori, ma partecipanti indiretti al conflitto.

È proprio questa la soglia che l’Europa continua ad avvicinare senza un vero dibattito pubblico.

Macron afferma che gli europei sono pronti a difendere la libertà e la legge “anche a costo del sangue”. La frase possiede una grande forza retorica. Ma il sangue di chi? Dei soldati francesi? Dei giovani europei? Dei civili ucraini che continueranno a vivere sotto i bombardamenti? Dei russi colpiti dai droni? Quando un capo di Stato evoca il sangue, dovrebbe spiegare con precisione quale sacrificio stia chiedendo, a chi e per quale obiettivo politico raggiungibile.

La politica europea utilizza invece un linguaggio eroico accompagnato da una strategia nebulosa. Si parla di vittoria, pressione, deterrenza e garanzie di sicurezza. Molto meno si dice su quale compromesso concreto potrebbe fermare la guerra.

Quale assetto territoriale è considerato negoziabile? Quale status dovrebbe avere l’Ucraina? Quali garanzie riceverebbe Kiev? Quali garanzie, per quanto sgradevole possa sembrare, dovrebbero essere offerte anche alla Russia affinché non percepisca la tregua come una pausa prima di un nuovo accerchiamento? Quale ruolo avrebbe la Nato? Quale quello dell’Unione europea?

Senza rispondere a queste domande, il richiamo al negoziato resta un ornamento della politica di riarmo.

Il cancelliere tedesco Merz sostiene che l’aumento della pressione servirà a far terminare la guerra il prima possibile. È la dottrina occidentale dominante: più armi, più sanzioni, più isolamento, dunque più probabilità che Mosca ceda. Ma questa strategia viene ripetuta da anni senza produrre il risultato promesso.

La Russia ha subito costi enormi, ha perso uomini, mezzi e prestigio. Nonostante ciò non ha rinunciato agli obiettivi fondamentali della guerra. Al contrario, ha adattato l’economia, ampliato la produzione militare e rafforzato i rapporti con i Paesi che non aderiscono alla linea occidentale. Dire che occorre aumentare ancora la pressione non equivale a dimostrare che essa funzionerà.

Vi è una differenza tra perseveranza e incapacità di correggere una strategia.

L’Europa sembra convinta che l’unica alternativa all’intensificazione del sostegno militare sia l’abbandono dell’Ucraina. È una falsa alternativa. Tra la resa di Kiev e l’escalation permanente esiste la diplomazia, ma una diplomazia autentica richiede disponibilità al compromesso, riconoscimento dei rapporti di forza e capacità di parlare anche con il nemico.

L’Unione europea, invece, discute dell’inviato speciale soltanto in astratto. Antonio Tajani afferma che prima deve esserci un cessate il fuoco e solo dopo si potrà scegliere chi negozierà. È un ragionamento capovolto: se si attende il cessate il fuoco per attivare una diplomazia autorevole, chi dovrebbe costruire il cessate il fuoco?

La diplomazia viene convocata dopo che avrà risolto da sola il problema per il quale sarebbe necessaria.

Nel frattempo, si rafforzano le industrie militari. Lo scudo Freyja viene presentato anche come occasione di cooperazione tecnologica europea, con aziende di diversi Paesi impegnate nello sviluppo di intercettori più economici e producibili in grandi quantità. È comprensibile: l’Ucraina ha urgente bisogno di difendersi e l’Europa ha scoperto di non possedere scorte adeguate. Ma quando l’economia della guerra diventa struttura permanente, essa crea interessi che tendono a prolungare il confronto anche oltre le necessità immediate.

Le imprese della difesa, i comandi militari e le burocrazie strategiche non sono malvagi per definizione. Rispondono però a incentivi precisi. Più alta è la percezione della minaccia, maggiori sono i bilanci, le commesse e il peso politico del settore. Una politica estera responsabile dovrebbe tenere conto anche di questa dinamica, invece di presentare ogni aumento della spesa militare come una scelta moralmente neutra e tecnicamente inevitabile.

La Francia ha annunciato altri 36 miliardi di euro per la difesa fino al 2030. L’Europa parla sempre più apertamente di sovranità militare, deterrenza avanzata e capacità di combattere. Il sostegno all’Ucraina si intreccia così con un progetto più vasto: trasformare l’Unione da potenza economica in attore armato.

Questa trasformazione può essere considerata necessaria. Ma richiederebbe una discussione democratica di portata storica. Invece viene introdotta attraverso una successione di emergenze, vertici e dichiarazioni solenni. I cittadini vengono informati che devono prepararsi a sacrifici e forse al sangue, ma non sono realmente chiamati a decidere quale Europa stia nascendo.

La retorica dei “Volenterosi” contiene già un giudizio morale. Chi partecipa è coraggioso e responsabile; chi manifesta dubbi rischia di essere rappresentato come debole, filorusso o complice dell’aggressore. In questo modo il dissenso strategico viene trasformato in sospetto etico.

Ma domandare dove conduca una politica non significa giustificare Putin. Significa prendere sul serio la sicurezza europea.

La Russia possiede migliaia di testate nucleari. È guidata da un regime autoritario che interpreta la guerra in Ucraina come uno scontro esistenziale con l’Occidente. In questo contesto, organizzare esercitazioni per una futura forza multinazionale vicino ai confini ucraini non è un gesto simbolico. È una decisione che modifica il rischio.

Non basta affermare che le esercitazioni avverranno fuori dall’Ucraina o soltanto in vista di una tregua. I piani militari servono precisamente a preparare scenari futuri. Mosca li includerà nei propri piani, sposterà forze, adeguerà la dottrina e potrà adottare misure preventive. La sicurezza di una parte diminuirà la percezione di sicurezza dell’altra, innescando il classico dilemma che conduce alla corsa agli armamenti.

L’Europa dice di costruire uno scudo. La Russia vedrà una rete occidentale sempre più vicina ai propri confini. L’Europa dirà di voler impedire nuove aggressioni. Mosca sosterrà che l’Occidente prepara l’infrastruttura per intervenire direttamente. Ciascuna parte userà le mosse dell’altra per dimostrare che le proprie paure erano fondate.

Così la profezia si autoavvera.

Ciò non significa che l’Ucraina debba rimanere senza difese davanti ai missili che colpiscono condomini, ospedali e porti. Gli attacchi russi contro obiettivi civili costituiscono una realtà documentata e una grave responsabilità. Ma la protezione immediata della popolazione dovrebbe essere accompagnata da una strategia diplomatica altrettanto concreta, visibile e finanziata.

Oggi vediamo conferenze sulle armi, riunioni delle industrie, esercitazioni e nuovi pacchetti di sanzioni. Dove sono le conferenze permanenti sulla tregua? Dove sono i canali europei con Mosca? Dove sono le proposte dettagliate per una zona smilitarizzata, il controllo degli armamenti, lo scambio dei prigionieri, la sicurezza del Mar Nero o la protezione delle infrastrutture energetiche?

La pace viene evocata come risultato futuro della superiorità militare, non costruita come processo politico presente.

È questa la debolezza strategica dell’Europa. Non consiste nella scarsità di missili, ma nell’incapacità di immaginare la sicurezza al di fuori della pressione e della deterrenza. L’Unione ha finito per adottare la stessa concezione del Cremlino: la pace sarà possibile soltanto quando l’avversario comprenderà di non poter vincere.

Ma se entrambe le parti aspettano che l’altra riconosca la propria sconfitta, la guerra continuerà finché una delle due non sarà distrutta o finché un incidente non allargherà il conflitto.

Putin dice che la Russia sta vincendo. Zelensky afferma che nuovi sistemi costringeranno Putin a trattare. Macron dichiara che l’Europa è pronta al sangue. Peskov risponde definendo i Volenterosi guerrafondai. Ciascuno parla alla propria opinione pubblica e presenta l’avversario come irrazionale. Nessuno prepara i propri cittadini all’idea che la fine della guerra richiederà concessioni dolorose da tutte le parti.

La pace reale non assomiglierà alla vittoria totale di nessuno. Sarà incompleta, ingiusta sotto diversi aspetti e moralmente insoddisfacente. Ma l’alternativa potrebbe essere un conflitto più vasto nel quale la distanza tra truppe russe e occidentali diventi sempre minore.

A Parigi, sotto la cupola dorata degli Invalides e alla vigilia della parata militare del 14 luglio, l’Europa ha scelto ancora una volta l’immagine della potenza. Lo scudo, le esercitazioni, le industrie e la promessa del sangue compongono una scenografia coerente. Manca soltanto il protagonista che dovrebbe occupare il centro della politica: il negoziato.

I Volenterosi vogliono dimostrare di essere pronti. Ma la vera domanda è pronti a che cosa: a proteggere una tregua o a entrare in una guerra che non sapranno più contenere?

L’Europa afferma che lo scudo antibalistico e le esercitazioni nei Paesi confinanti serviranno a portare Putin al negoziato. Ma una pace preparata soltanto attraverso missili, sanzioni e forze multinazionali rischia di essere una guerra ancora più grande. Difendere l’Ucraina è necessario; avvicinare senza dibattito lo scontro diretto tra Russia e Nato è un azzardo che nessuna retorica sulla libertà può rendere meno pericoloso.